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Il paneghiri

Non è una festa, non è una danza: è una cerimonia. Una sorta di accoppiamento rituale collettivo, in cui tutti i membri della comunità si fondono in un unico organo che pulsa al ritmo ipnotico della musica.
I busti si muovono all'unisono, avvicinandosi e allontandosi come i polmoni di un corridore. Scattando di lato come i muscoli di un lottatore. Ma i culi, e i piedi, giocano sul ritmo a modo loro, rivelando il carattere del proprietario. Chi è preciso, chi frettoloso, chi virtuoso, chi stanco, chi semplice, chi esuberante. Come le increspature che caratterizzano ogni onda altrimenti uguale alle altre, potente e sicura e ritmata, ora dopo ora, anno dopo anno, da sempre e per sempre.
Lo straniero arriva e vede l'alcol, la musica, i balli. Si butta in mezzo, gaudente, e loro lo accettano. Si riconoscono, gli stranieri, in mezzo all'organo pulsante del paneghiri. Ma non importa, perché il rito è talmente intimo che nulla può disturbarlo. Come due innamorati possono fare l'amore in mezzo a una piazza senza esibizionismo, e senza esibizionismo essere guardati e perfino toccati senza perdere l'infinita, intima concentrazione.
Lo guardo, e vorrei farne parte, ma con le lacrime agli occhi mi rendo conto di esserne profondamente e immancabilmente escluso. Anche se fossi in grado di danzare con loro, come loro, il semplice gesto esteriore non mi avvicinerebbe di un centimetro alla comunione cui sto assistendo.
Mi accontento di rimanere nell'angolo tra il violinista e la fisarmonica Soprani suonata dalla figlia dell'anziano cantante. Osservo, rapito, scambiando sguardi e sorrisi con i protagonisti. 
Generosi, non mancano di regalarmene tanti.


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