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La pace in Terra

Tre ancoraggi di seguito in porto non li avevo ancora mai fatti. Il primo, cime in banchina e passerella pure, quando sono andato a mettere in tiro la catena l’ancora è venuta su come fosse stata calata non nella sabbia ma nel burro fuso. Il porto è quello di Skinousa. Siamo arrivati qui dopo tre ore di viaggio da Paros, spinti a otto nodi al giardinetto col solo fiocco terzarolato dal meltemi ancora gagliardo, e incredibilmente c’è posto al molo principale. C’è però, pare, anche la fregatura: le leggende dicono che qui di fronte ci sia “una buca” piena di posidonia. O forse capiamo male il vicino danese, e il problema è che nella buca - lei una costante che rimane in tutte le versioni del mito - la sabbia è solo un sottile strato sopra una roccia liscia come un biliardino appena comprato. Quindi bisogna calare l’ancora “più in là”. Dove, più in là? “Vicino al pescatore, come ho fatto io”. Il pescatore è quasi in spiaggia, dall’altra parte del piccolo golfo. “Ma quanta catena hai dato
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Vale tutto

C’è chi in un bosco antico cammina, attento a non calpestare i fiori, e chi lo sventra con la moto da cross. Chi nei musei osserva in silenzio le opere degli uomini, e chi schiamazza e scoreggia davanti a ogni quadro che non sia la Gioconda, ma solo perché gli hanno indicato quale sia, e gli hanno ricordato quanto ha pagato per vederla. Chi nel bianco setoso delle sculture rinascimentali vede la perfezione della mano dell’artista, chi una superficie perfetta per fare da base al proprio pennarello. Chi in un tempio abbandonato entra con rispetto e chi è pronto a depredare quello ancora venerato. Chi è attento a non sprecare una goccia di acqua, o un tozzo di pane, e chi apre tutti i cartoni di latte rimasti in cambusa la mattina dello sbarco perché "io l'ho pagato, è mio e ne faccio ciò che voglio". Chi vede nella quiete maestosa di una baia deserta, nei blu e nei viola del mare che contrastano con l’arancione della roccia, un miracolo della Natura, e chi un campo da gioco

Un agosto violento

La vista dalla terrazza della taverna Ilias è come sempre magnifica. L’intera baia si apre sotto di noi, il mare azzurro e le pareti scoscese nude e aspre. Il mare azzurro, nello specifico, è spazzato dal vento teso, e pieno di barche. Quando siamo arrivati, un’oretta fa, abbiamo visto di lontano l’affollamento e, prevedendo di non trovare una boa libera, abbiamo provato a metterci cime a terra nella prima rientranza del piccolo golfo. Ma il vento è tanto, oggi, e soprattutto rafficato. Di calare l’ancora su venti metri di fondo, dare pochi metri di catena e ritrovarmi infine sul lato sbagliato della valle, francamente, non me la sono sentita. Per cui siamo tornati al piano originale, e ci siamo avvicinati al campo boe arancioni. Miracolosamente, due erano libere! Kristos si è subito avvicinato col barchino per comunicarci che non potevamo rimanere: le due boe erano libere solo perché prenotate. Però, convinto da MaLa, ha subito cambiato idea e ci ha fatto rimanere per pranzo. Anzi, ci

B@ld

Oggi non ho urlato contro nessuno. È il mio compleanno e i delfini, che evidentemente lo sanno, mi hanno affiancato appena sopra Lipsì e mi hanno accompagnato fino a quando io stesso ho scelto di salutarli e cambiare rotta. Poi son venuto qui, uno stretto budello dove il vento si incanala permettendomi di calare venti metri di catena anche se gli scogli sono a quindici. C’era un catamarano, qui in fondo, i cui occupanti ci facevano cenno di metterci dietro a loro. Avvicinatomi ho scoperto che erano di Ostia. Ho scoperto anche che avevano ancorato quaranta metri più avanti, su cinque metri, e così gli ho detto “Ok, tranquilli, io vado avanti fino a che non tocco”, li ho passati e sono arrivato fino quasi a toccare. Ora, venuto indietro, vedo al mio fianco la loro ancora. Dopo una mezz’ora è arrivata la Rena, il daily tripper di Lipsì. Loro sono andati più avanti, hanno ancorato su due metri, forse anche meno, e sono tornati indietro fino quasi alla mia Delta. Siamo tre barche in fila in

Libertà e carte di credito

A Lipsì è ora di pranzo. La banchina tace, sonnolenta. Unico rumore il meltemi che fischia tra le sartie delle barche ormeggiate. Noi siamo accanto al Clara, un bel Lavezzi di una gentile coppia francese. Sottovento è arrivato, poco fa, Alessandro. Entrato in porto mi ha visto in banchina, ha messo la prua sopravento, ingranato la retro e, appena libero dalla mia catena, calato l’ancora. Trenta secondi dopo aveva già dato volta alle cime e ci stavamo stringendo la mano. Ora, scrivevo, tutto tace tranne il vento. Ho barche ben ancorate alla mia destra e alla mia sinistra, sessanta metri di calumo, sei cime di ormeggio. E chi m’ammazza? Ci sentiamo così sicuri che decidiamo, prima del caffè, di brindare ad oltranza con il prosecco avanzato da ieri. “Carlo!” mi sento chiamare, l’accento emiliano di Ale. Esco, e lui mi indica una barca che gira frenetica davanti alle nostre prue come un’orca intorno a una foca ferita. “Sono loro” mi informa. Loro chi? Poi li riconosco: i panzoni di Agathon