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Libertà e carte di credito

A Lipsì è ora di pranzo. La banchina tace, sonnolenta. Unico rumore il meltemi che fischia tra le sartie delle barche ormeggiate. Noi siamo accanto al Clara, un bel Lavezzi di una gentile coppia francese. Sottovento è arrivato, poco fa, Alessandro. Entrato in porto mi ha visto in banchina, ha messo la prua sopravento, ingranato la retro e, appena libero dalla mia catena, calato l’ancora. Trenta secondi dopo aveva già dato volta alle cime e ci stavamo stringendo la mano. Ora, scrivevo, tutto tace tranne il vento. Ho barche ben ancorate alla mia destra e alla mia sinistra, sessanta metri di calumo, sei cime di ormeggio. E chi m’ammazza? Ci sentiamo così sicuri che decidiamo, prima del caffè, di brindare ad oltranza con il prosecco avanzato da ieri. “Carlo!” mi sento chiamare, l’accento emiliano di Ale. Esco, e lui mi indica una barca che gira frenetica davanti alle nostre prue come un’orca intorno a una foca ferita. “Sono loro” mi informa. Loro chi? Poi li riconosco: i panzoni di Agathon

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Il triangolo no

Il molo sopravento, quello che piuttosto vado in rada col frigo vuoto e ceno coi serpulidi raschiati via dall’elica, è giustamente quasi vuoto. Lui però si vuol mettere in mezzo agli unici due catamarani. Solo che, nonostante la indefessa, onnipresente, sovradimensionata elica di prua, cala l’ancora troppo sottovento (indizio: quando il vento al traverso è davvero forte il massimo che puoi fare con quell’aggeggio è tenere ferma la prua mentre la poppa scade. Del resto anche con il solo motore c’è sempre un limite oltre il quale il vento ti conviene fartelo amico, in manovra, e far andare la prua dove lui suggerisce. Mi azzarderei addirittura ad affermare che oltre i venti nodi, almeno per le normali barche da diporto, comincia a vedersi la differenza tra chi sa come si manovra e chi crede che il numero 51.5 dopo la scritta Hanse sia la versione del software) . Quindi quando arriva in banchina si spiaggia sullo spring del catamarano, e poi sulla sua fiancata. Da terra gli urlano di rida

Le onde bagnano, il vento asciuga. Le onde ribagnano.

Oggi pare ci sia un F6, fuori. “Pare”, scrivo, perché a Despotikò, dove abbiamo passato la notte, arriva vento, parecchio anche, ma le condizioni non sembrano poi così brutte. Domani il vento aumenterà. F7, dicono. Sempre rafficato, prevedono. E quindi ci sarà poco da risalire. Ma se oggi allungassimo anche solo di poco la scia, in prospettiva di avvicinarci alle Piccole Cicladi e una volta lì aspettare il momento giusto per saltare in Dodecaneso, non sarebbe poi male. Quindi, da Capitano, propongo una piccola tappa di dieci-quindici miglia, con l’idea di risalire fino a Paros e mettermi in condizioni di scendere al giardinetto verso Skinousa anche con il meltemi arrabbiato dei prossimi giorni. “E comunque” aggiungo “se una volta usciti quel che troviamo non ci piace possiamo sempre tornare qui e calare l’ancora esattamente dove è ora”. MaLa ha qualche dubbio, ma si dichiara d’accordo. Paolo e Cristina (ancora) si fidano del mio giudizio. Quindi è andata. Arrotoliamo alla meno peggio i

La logica dell'antifurto

Ieri su uno dei gruppi facebook frequestati dai cosiddetti “velisti” italiani uno di questi si vantava di usare sempre il grippiale, in rada, per impedire che i “velisti della domenica” calassero la loro ancora sulla sua. Cosa avrà contro quelli che escono in mare appena un giorno dopo di lui non saprei proprio... In questi casi, comunque evito di commentare.  Come evito di raccontare di quando anni fa a Itaca due equipaggi, entrambi italiani, vennero quasi alle mani nel momento in cui, acceso il motore e un attimo prima di ingranare la marcia, la barca sopravento si accorse miracolosamente di avere il grippiale di quella sottovento impigliato nel timone. Ricordo ancora le urla, condite a piene mani di rime in “one”, con cui uno spiegava all’altro: “In una baia affollata, tutta a tre metri di profondità, tutta sabbia: solo un *** mette il grippiale!” Come dargli torto. E proprio oggi, casualità, io stesso ho incontrato il ***. Kolona, Kythnos, Cicladi. inizi luglio, ma affollata: noto

Il pescatore-raccoglitore

Giuseppe è uno scienziato. Lui va dove deve andare, scende alla profondità esatta, aspetta e trova il pesce che deve trovare, gli spara solo se rispetta i requisiti di taglia e, soprattutto, lo centra. Fabio si affida invece al ragionamento induttivo: va in acqua col fucile che gli capita, anche storto e spompato, batte a tappeto ogni scoglio e spara a qualsiasi cosa si muova. In questo momento sono loro due gli esempi che mi vengono in mente per introdurre la mia esperienza con la pesca subacquea. Io però, che pure ho approfittato lautamente di entrambe le mense, non riesco ad assomigliare a nessuno dei due. Non ho il fiato, o il coraggio, per acquattarmi dietro uno scoglio a 15 metri di profondità ad aspettare il dentice dei miei sogni, e quindi mi limito ad annaspare in cinque metri d’acqua mentre i piombi alla mia cintura lottano invano contro il galleggiamento della mia muta nuova di pacca. E quando, perlustrando la costa, lo sparaglione rimane per una attimo davanti alla punta de