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Infallibilmente


Tira vento forte di scirocco, e piove. Per questo sono contento quando, dopo una breve corsa, entro nella quiete tardo pomeridiana della ferramenta.
Non è una ferramenta qualsiasi, oltretutto: è la più fornita ferramenta nautica di Civitavecchia e dintorni. Vengo qui da anni, dai tempi della società di rilievi geofisici e delle barche a motore. Oggi ci son venuto fin da Pomezia - con la scusa di salutare un po' di parenti, a dir la verità. Mi sento un po' a casa, in questo posto, ed è con naturalezza che adocchio subito lo sgabello libero accanto al bancone e mi ci siedo, pronto ad attendere il mio turno.
Il mio turno, scopro, è già arrivato da un po', ma il proprietario sta scherzando con uno dei clienti. Io rimango ad ascoltare, intervenendo di quando in quando con una battuta, o una risata, soddisfatto nel trovarmi al centro di scaffali e scaffali di acciai, vernici, stucchi, cordami e quanto altro ben di dio possa desiderare un armatore in procinto di ricongiungersi con la sua amata da troppi mesi lontana.
A me servono soltanto due tubi di Sikaflex per completare le nuove panche del pozzetto, e un diluente per antivegetative da portare con me in Turchia: i primi sono facili da trovare. Il secondo, invece, non è dove dovrebbe essere. Allora mi alzo e passo anche io dietro al bancone. Mi inoltro tra i corridoi stretti del magazzino, insieme al proprietario, curiosando nella penombra consumata tra le scatole e i barattoli, fino a che non troviamo il flacone mancante. Soddisfatto torno al mio posto, sullo sgabello.
Il proprietario è davanti a me.
"Allora, si ricomincia?"
Io annuisco e lui continua, pensieroso: "Il bello di questo lavoro è che ti rivedi tutti gli anni."
E già, perché ad ogni primavera, come usciti da un letargo invernale, armatori e tecnici tornano alle barche e poi sciamano fino qui, con occhi di Persefone accecati dalla luce, a programmare, a discutere e a preparare i lavori per la nuova stagione. E io con loro, con l'unica differenza che la mia Duna è in Turchia, e quello che sto preparando in garage sono le panche del pozzetto da portare fin laggiù, e le avevo già programmate, discusse e preparate, solo che avevo comprato, tirchio, solo due tubi di Sika. E mi erano bastate per la metà.
Pago, saluto ed esco. Se tutto va bene tornerò qui la prossima primavera.
Questo era ieri. Questa mattina, di buon ora, dopo una notte funestata da rivisitazioni oniriche degli anatemi lanciatimi da alcuni dei  parenti ieri salutati, i quali mi vedrebbero tanto bene seduto a ingiallire al sicuro dietro una scrivania e non capiscono perché io preferisca invece passare sette mesi l'anno in barca a vela, apro la porta del garage ed entro coi miei due tubi di Sika.
Otto pannelli già assemblati mi aspettano quieti nella penombra. Di questi, tre e mezzo sono già "calafatati": i due tubi precedenti erano finiti a due strisce dall'ultimo comento della quarta seduta. Ma le prossime sono più piccole, ho pensato ieri. E quindi con due tubi completerò tutti i comenti avanzati.
Così svito l'imboccatura della pistola professionale che ho trovato tra gli attrezzi sul bancone, scegliendola tra altre tre che mi sono sembrate meno fighe, e ci lascio cadere dentro il tubo. Lo buco, taglio il beccuccio, guardo l'ora - a metà mattinata ho appuntamento con MaLa a Roma - e attacco il primo solco.
Il Sikaflex, apro una parentesi tecnica, è un prodotto molto utilizzato nella nautica. Ce ne sono di vari tipi, quello per il calafataggio della coperta è il 290, e la sua principale funzione, quella che esso esegue alla perfezione qualunque sia la temperatura, l'umidità, il supporto, il primer, l'umore e la musica, è quella di macchiare tutto, indelebilmente, di gomma nera. In questa sua applicazione è infallibile. Come adesivo, o sigillante, può a volte cedere, staccarsi, lavarsi via con i solventi o con l'usura, ma quando macchia le mani, il ponte o il maglione, cosa che accade infallibilmente qualunque sforzo voi facciate, è per sempre.
A questo penso mentre con attenzione spremo la gomma nera lungo i comenti. Deve riempirli tutti, e sbordare un poco: l'eccesso lo taglierò via poi con lo scalpello. Se ne metto poco rimane l'affossamento, se ne metto troppo... se ne metto troppo potrebbe finire prima lui delle tavole da sigillare! Questa eventualità mi viene in mente quando il primo tubo si esaurisce a due sedute e mezzo dalla fine: non ho guadagnato niente, e meno male che queste erano più piccole. In compenso, però, noto con soddisfazione mista a sorpresa, finora non mi sono sporcato nemmeno un'unghia.
Vado avanti, una striscia dopo l'altra, attento a riempire ma non troppo. Il giusto, diciamo, dove la giustizia è strettamente legata alla mia necessità di risparmiare un altro viaggio alla ferramenta nautica più vicina, e a quella di dover scappare all'appuntamento a Roma solo dopo aver completato il lavoro.
Ancora avanti, sono all'ultima seduta, a due comenti dalla fine, e finisce anche il secondo tubo. Premo furiosamente ma non esce nulla, nulla! Il Sika è finito, o è la pistola a essere arrivata a fine corsa? Mi viene in mente in un lampo: potrei provare a spremerla in altro modo!
Il genio che a volte alberga in me, anche se solo di passaggio, mi suggerisce di provare con l'altra pistola, quella arrugginita e cigolante, che sembrerebbe proprio in virtù di questo avere grip fino all'ultimo centimetro.
Svito il tappo di quella che ho in mano, estraggo il tubo e lo inserisco nell'attrezzo arrugginito. Appoggio il beccuccio al comento e premo: e il Sika esce di nuovo! Con doppia soddisfazione vado avanti, spremendo come se ne andasse della mia vita, e la gomma riempie il solco, tutto. Per poi fermarsi di nuovo: me ne manca ancora uno, uno solo, 44 centimetri di cordolo in gomma per finire tutto il lavoro.
Ma se il genio è ormai svanito, ne è rimasto il ricordo: torno al primo tubo, quello spremuto con la pistola difettosa, lo infilo dentro questa che ho in mano e con scioltezza finisco pelo pelo anche l'ultimo pezzettino. Grande!
Sono anche quasi in orario per il mio appuntamento, e miracolosamente pulito: mi sento così soddisfatto che su due piedi decido di mettere a posto gli attrezzi. Per prima cosa smonto il tubo di Sika per riporre la pistola: lui infallibilmente, con la scusa della forza di gravità, finta a destra e scatta a sinistra, sguisciandomi dalle mani. Io lo inseguo, al rallentatore, lisciandolo una, due, tre volte, invano.
E così lui cade, ruota, cade, e finisce di traverso sui comenti ancora freschi dell'ultimo pannello, non senza avermi prima macchiato le mani e il maglione del suo indelebile nero.

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