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Giorno #15 - Km 4280 - Cocaina nell'antivegetativa?


"Avete alcolici nella macchina?" chiede il doganiere turco.
"No." Mente spudoratamente MaLa.
Siamo fermi alla dogana da quasi un'ora, dopo aver viaggiato lentamente per le strade di montagna circondate da boschi che separano il paese dove siamo diretti da quello da cui veniamo, la Bulgaria. In cima alla salita, l'ultima frontiera dell'Europa è apparsa sguarnita. La guardiola abbandonata, il vetro impolverato serrato per sempre.
Abbiamo proseguito e siamo arrivati alla seconda dogana. Siamo stati bloccati in maniera brusca, abbiamo spento la macchina e aspettato. Aspettato. Aspettato. Aspettato fino a quando un tipo giovane è arrivato e ci ha fatto delle domande. Dietro sua richiesta ho aperto il cofano, contenente tutto quello che ci servirà a Kas per la barca. Si è focalizzato sulla prima scatola a sinistra.
"Cosa c'è qua dentro?"
"Marmellate" risponde MaLa
"Fatte in casa" preciso io
"Sono per regalarle agli amici" insiste la mia compagna.
Lui controlla i barattoli, indica la scatola subito dietro, un po' più grossa: "E qui?"
"Ancora marmellate" rispondo io
"Quelle sono per noi" precisa MaLa.
Il doganiere ci squadra dall'alto in basso e poi viceversa. "Un sacco di marmellate" commenta. E poi: "Potete andare" conclude, sorridendo.
Noi andiamo, sorridendo a nostra volta, contenti che il controllo di frontiera sia stato così indolore.
"Le marmellate sono la chiave," sostengo. "Non solo sono innocue, ma evocano al poliziotto i profumi dell'infanzia, le crostate della nonna, i primi amori adolescenziali. Se mai dovessimo trasportare droga, ricordiamoci di caricarci di marmellata."
La strada svolta, in leggera discesa. Sarà tutta una discesa fino a Kas, ormai.
E dietro la curva c'è la DOGANA vera, quella turca. Il tipo simpatico delle marmellate era bulgaro, per quello non gliene era fregato nulla, del contenuto della macchina.
La dogana turca è composta da quattro uffici diversi che per quattro volte consecutive controllano gli stessi documenti. Per prima cosa i passaporti vengono osservati al microscopio e, nel caso passino l'esame, timbrati: di modo che, qualora vi fossero problemi, non si possa più tornare indietro. Poi è il turno della macchina, a patto che si fornisca il libretto di circolazione, se ne dimostri il possesso, e si mostri il tagliando verde dell'assicurazione. Ops, l'assicurazione. Dove l'ho messa? Al suo posto non c'è, ma dopo pochi minuti la trovo nella borsa del computer e la do a MaLa, che la consegna. Trattasi però del contrassegno della barca, che ci viene restituito con incredulità e sospetto.
Comincio a cercare dappertutto e trovo i tagliandi degli ultimi dieci anni: mi manca solo l'ultimo. Dovrei averlo sull'email, e chiedo alla doganiera - è una donna - se una email può bastare. Lei risponde di sì. Credo non veda l'ora di lasciarci andare. Dietro a noi i turchi in fila scalpitano e cominciano a farci cenno di spostarci per lasciarli passare. L'email non posso controllarla, mi redo conto, perché sono in Turchia e non ho più internet. Al che provo a cercare nell'archivio, mentre MaLa si offre di immolare il suo credito telefonico per la causa. Poco prima del salasso, mi ricordo che a novembre ho firmato i documenti di persona e quindi non ho nessuna email. Potrei farmela mandare, però: la mia assicuratrice è sempre così gentile e disponibile.
"Oggi è Pasquetta" mi ricorda MaLa. Forse dovremo rimanere qui nella terra di nessuno fino alla riapertura degli uffici in Italia, sperando che nessuno degli interessati si sia preso una settimana di ferie.
E invece, a sorpresa, un attimo prima di perdere la speranza, dal cassettino sotto al sedile esce fuori una busta e dalla busta il tagliando aggiornato. Siamo salvi, passiamo al prossimo quadro.
"Avete alcolici nella macchina?" chiede a questo punto il doganiere turco, che da mezz'ora osserva la scena aspettando il suo turno.
"No." Risponde MaLa.
Decido all'istante che, nel caso dovesse trovare i tre cartoni da cinque litri, la damigiana, le due bottiglie di prosecco, la mezza di bianco avanzata dal pranzo o l'altra, forse un quarto, di rosso valdostano aperta ormai da dieci giorni, cadrò dalle nuvole sostenendo che per noi italiani il vino non è alcol.
"Aprite il cofano"
Apro il cofano e la prima cosa che vedo è la bottiglia di limoncello artigianale, uscita appositamente dalla busta per farsi ammirare dal doganiere turco. Trattengo il panico quel tanto che basta per rendermi conto che la vista del portabagagli pieno zeppo di scatole chiuse l'ha eccitato talmente tanto che la bottiglia dovrebbe cantare "Obladì Obladà" per attirare la sua attenzione. Ne sposta una, sulla destra, mettendo a nudo il trapano e la rotorbitale. Ne apre un'altra, mette dentro una mano e ne tira fuori un sacchetto in plastica trasparente contenente una cosa bianca, soffice. Mi guarda con un mezzo sorriso che non promette affatto bene. Gira il pacco, lo osserva meglio: è una tuta da lavoro usa e getta. Qui si apre una diatriba. Infatti secondo me ci rimane male, deluso di non aver trovato la cocaina. Secondo MaLa/Eva, invece, si convice di avere a che fare con due terroristi in tutina bianco latte. Questo peggiora la nostra situazione e le provoca angoscia, per il bianco latte, immagino. In ogni caso il doganiere non si arrende e mi fa tirar fuori tutti i barattoli di vernice, pretendendo gli spieghi, nel poco inglese che abbiamo in comune e aiutandomi con i gesti, a cosa mi servirà ogni prodotto. Arrivato alla latta più grossa, la punta.
"Voglio vedere questa"
Sono due litri e mezzo di antivegetativa blu. La tiro fuori e la metto sull'asfalto. Prendo uno scalpello dalla stessa scatola e comincio a sollevare il coperchio. Con una lentezza infinita, per non rovinarlo, per non sporcarmi, e anche un po' per vedere chi di noi si stuferà prima. La apro, lui annusa la vernice e, senza toccarla per paura di diventare blu come - nonostante tutte le precauzioni - sono ora le mie dita, mi fa cenno di chiudere tutto e togliermi dalle palle.
"Vernice, non marmellata. Vernice." Sostengo, mentre guido in discesa, finalmente verso Kas. "Se mai dovessimo trasportare droga, ricordiamoci di nasconderla nella vernice: i doganieri non hanno voglia di sporcarsi."
Una curva, due curve. Un'altra sbarra chiusa, un'altra dogana.
Scendo solo io, coi passaporti. Dietro il vetro un ragazzo giovane. Mi chiede dove andiamo, scherza col collega a proposito della nostra destinazione. "In questo periodo ci vanno solo gli islandesi, al mare: è ancora freddo", ma la sua è solo curiosità. Alza la sbarra con un saluto cordiale e entriamo finalmente, ufficialmente in Turchia. Guidiamo fino alla prima città, parcheggiamo e scendiamo per caricare la sim Turkcell e mangiare un boccone. Muoviamo i primi passi tra la gente all'ombra delle foto di Ataturk presenti ovunque, risolviamo i problemi telefonici comunicando con le commesse tramite Google, ci sediamo a una rosticceria dove la giovane coppia bionda che la gestisce si tiene teneramente per mano dietro il bancone.
E stranamente, dopo aver attraversato tutta l'Europa Orientale, proprio qui ci sentiamo un po' a casa.

MaLa, invece, l'ha vista così.

Ringraziamo affettuosamente Riccardo, Manuela e Archimede; Antonella, Renzo e Fabio; Giovanna, Stefano e Saretta; Vittorio e Anna; Alessandro e Angela; Rachele e Buggy. Stefano, Anna, Francesco e Brina; Caio e Daniela; Francesco. Milena. Yuhai Shi. Vasy. Stefan. Lumi&Bela Lugosi. La signora del ristorante di Nesebar. La coppia del ristorante di Sofia vessata dalla mafia. Mubeccel&Mehet Eren, per non aver insistito con il loro vino.

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