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Giorno #4 - km 1113 - To Megàlo Problema

Siamo in montagna, da qualche parte sopra Kavala, e fuori piove. Siamo arrivati qui in serata, ieri, dopo aver pagato il nostro riscatto ai doganieri turchi. Entrati in Grecia, poi, la macchina ha cominciato a fare un rumore strano, un cigolio deciso proveniente, secondo i miei calcoli, dalla frizione. Lo fa a folle, aumenta a pedale premuto, e lo fa un po' meno in marcia. Cuscinetto reggispinta? Volano? Ce lo dirà il meccanico, solo che oggi è domenica e " Olla ine klistà ". Ieri sera, scrivevo, siamo arrivati sferraglianti davanti a questa villetta sperduta tra le montagne, siamo scesi, abbiamo bussato, e abbiamo scoperto che la proprietaria non sapeva nulla della nostra prenotazione. Panico, più suo che nostro, telefonata al figlio, unico della famiglia e forse del villaggio a parlare inglese, soluzione del problema: noi andiamo a mangiare mentre lei prepara la camera. La cena è stata a dir poco commovente. Una trattoria pulita, calda, con il vociare greco in sottof...

Giorno# 3 - Km 1113 - La frontiera Vogon

Teoricamente il pezzo forte della giornata appena trascorsa avrebbe dovuto essere l'attraversamento dei Dardanelli in ferry boat. Avevo già in mente la descrizione romantica del vento che spiana le onde e ci accompagna sulle acque dall'Asia all'Europa, da Troia alla Macedonia. Ed è più più o meno stato così, a parte per il dettaglio che il vento spirava da nord, cercando di impedirci lo sbarco in terra amica. In realtà, però, il clou di oggi sono state le tre ore perse alla dogana turca, rimbalzato da un ufficio all'altro senza avere nemmeno la possibilità - se non negli ultimi cinque minuti - di capire il motivo e la causa profonda delle mie traversie. È andata che alla prima barriera abbiamo mostrato i passaporti, e i visti turistici di residenza. Al secondo ufficio, sempre senza scendere dalla macchina, abbiamo mostrato solo i passaporti. Il tipo baffuto ci ha mandato via rapido con un gesto della mano e un "Tamàn, Carlo". Al terzo e ultimo posto di blo...

Giorno #2 - 800Km - Ai confini dell'Asia

L'albergo ha la vasca termale in camera. L'acqua esce dal rubinetto a 60°C ed è quella chiamata "red thermal water", dove per "red" si intende il colore marrone del fango rimestato. A parte questo, la stanza è piccola, il letto pure, così come le lenzuola e le coperte: la notte si rivela un lento e angosciante dormiveglia - facilitato dalla luce dei lampioni che entra indisturbata dalla finestra priva di tende - passato a tirarci l'un l'altra le misere stoffe che dovrebbero difenderci dal freddo montano. La sveglia ci trova gonfi di sonno arretrato, e irritabili. Montati in macchina ci dirigiamo verso la rotonda che porta all'uscita del paese. È un montarozzo di travertino alto tre metri, con un diametro di forse dieci, dal cui cucuzzolo scende acqua termale calda. Molto suggestivo. Peccato che sbagliamo strada, e torniamo a girarci intorno. E poi la sbagliamo di nuovo, e di nuovo. E ogni volta ci ritroviamo a orbitare attorno alla sorgent...

Giorno #1 - 200Km - Inizia il ritorno

Ce l'abbiamo fatta. Sono quindici giorni che rompiamo le palle a tutti sostenendo che "Domani ce ne andiamo". E giù saluti, promesse per il prossimo anno - che come si dice a Roma: "Beato chi c'ha un occhio" - e soprattutto cene di commiato. Gli amici del pontile, quelli del diving, e del ristorante, e del marina. Duna piena come non mai di persone, cibarie, chiacchiere e raki. Sì, perché finalmente - e oserei dire fortunatamente - abbiamo scoperto il raki. Quello vero, intendo, quello che la maggior parte dei turchi si fa da sola a casa, viste le tasse suli alcolici che sfiorano il 75%. E lo fanno bene, lo fanno buono e, i nostri amici non saranno forse contenti di quel che sto per dire della loro bevanda nazionale, somiglia molto all'ouzo greco. Il migliore lo distilla a Istanbul il padre di Bora, ma anche quello di Erhan, fatto lasciando in infusione zucchero e aromi nell'alcol procuratogli dal suo amico chimico, non è male. Così come quello d...

Buddah, Dante e il Cavaliere Nero

Sono qui, davanti a me, turchi e vittime di loro stessi. In mezzo al porto su uno yacht grigio di dimensioni "vorrei ma non posso" nuovo di pacca. Due ragazzi in maglietta bianca al musone di prua, l'armatore e la sua bionda industriale sul fly bridge, ai comandi. La loro ancora a pennello, incastrata sotto tutte le altre. Ecco il porto di Simi alle cinque del pomeriggio di un giorno di agosto in cui in Turchia, qui davanti, è festa nazionale. Arriviamo - come sempre nelle ultime settimane - in due barche: io al timone di Orpheas, il 48 piedi dove stiamo sfangando il clou della stagione, MaLa prodiera e addetta al primo vaffanculo a prua (in questo operiamo come un rasoio bilama, lei alza il pelo e io lo taglio) e Ale con Kallikratis. Eravamo convinti, illusi, di essere in orario per trovare posto. Ah! Un grosso motoscafo galleggia a mezzo porto con l'ancora incastrata sotto due catene. Un altro gli gira intorno, in attesa di una mossa falsa del primo per calar...