Siamo rimasti soli, qui ad Ormos Polais. L'altra vela, greca, con un'anziana coppia a bordo, è salpata a metà pomeriggio. Passandoci accanto si sono sbracciati e ci hanno augurato "bon voiaggio!" facendoci immediatamente pentire di non aver provato ad instaurare un qualche rapporto con loro, nei due giorni passati insieme in questa baia sperduta.
Nel pomeriggio sono arrivati due gommoni. Uno, con un Figo al volante, ha rischiato di sfracanarsi sulla scogliera a fior d'acqua che protegge la spiaggia. Dopo una astuta e frettolosa retromarcia, però, ha prevalso l'istinto e ha dato ancora immediatamente sopravento al pericolo, finendoci sopra in poco meno di tre minuti e salvandosi solo fuggendo motori all'aria.
Il secondo gommone era di una famigliuola. Si sono ancorati a rispettosa distanza dalla spiaggia, e con un canotto giallo e azzurro il giovane erede ha trasbordato a terra tutto il parentame uno per volta: madre, padre e zia.
Il parentame ha passeggiato a lungo sulla spiaggia, arrampicandosi verso l'antica polis che dà il nome al luogo - suoi templi ancora proteggono dall'alto i naviganti, almeno quelli ancora disposti ad ammettere di essere nelle mani del Fato. A bordo sono rimasti il rampollo e la di lui sorella, che impiega il pomeriggio a bagnarsi e a cambiare involucro: un asciugamano rosso, uno blu, di nuovo rosso.
Quando il vento gira a sud - questione di un attimo, noi ce ne accorgiamo dai bastioni del tempio di Apollo e ci affrettiamo a rientrare - l'ancora del gommone della famigliuola speda immediatamente. Il giovine tenta di salvare il mezzo dallo spiaggiamento e, probabilmente, crede di esserci riuscito. In realtà - lo scopriremo tra poco - è l'ancora stessa ad aver risolto da sé la questione, incagliandosi definitivamente sotto un costone roccioso.
La fanciulla si avvolge in un nuovo asciugamano e tenta di traghettare a bordo padre madre e zia, col piccolo canotto giallo e azzurro, uno per volta. Il padre afferra i remi e fa da solo. Arrivato a bordo accende il motore e tenta la fuga. La zia barcolla incerta addentrandosi tra i flutti, ma l'acqua, arrivatale sopra il ginocchio, ha la meglio, e la inghiotte: arriva a nuoto al gommone, viene tirata su a bordo come un tonno agonizzante. La madre e la figlia entrano in conflitto generazionale sul più bello, si sentono le urla da qui, e solo la determinazione dell'ancora incagliata impedisce loro di essere abbandonate in spiaggia. Il seguito è un succedersi di smotorate, imprecazioni, muta osservazione del nulla, fino a quando l'anziano velista greco scende sul tender, si avvicina a remi e in pochi secondi fornisce le indicazioni giuste per liberarsi.
Ci sarebbe piaciuto stringergli la mano, offrire a lui e alla sua compagna un bicchiere di vino. Non per aver salvato i gommonauti (azione nobile, certo, ma svalutata dalla consapevolezza che prima o poi persino loro avrebbero realizzato che in 2 metri e mezzo d'acqua un tuffo e una cima avrebbero risolto ogni problema), ma per la sua flemma consumata, per la sua barca avanti negli anni, per essere qui come ospite rispettoso, come noi e più di noi.
Ma tant'è, ormai è andato, e noi siamo rimasti soli, qui ad Ormos Polais. Il sole cala dietro l'antica Karthaia, gioca un po' a colorare le nuvole e poi chiude gli occhi fino a domani.
Lentamente, la notte ha il sopravvento. Una notte tiepida, asciutta, carica dei profumi densi dell'isola. Una notte senza luna, buia, ma solo fino a quando la pupilla non si adatta. Perché poi.... poi alzo gli occhi al cielo e le stelle sono talmente tante, talmente nitide, brillanti, da nascondere quasi le costellazioni. L'Orsa domina sopra la valle, indicando la Polare e il piccolo carro. Contrapposto, a sud, ecco lo Scorpione protendere il suo tridente alto nel cielo, Antares la rossa a contendere ad Arturo e a Marte lo scettro dell'astro più sanguigno. Seguendo l'albero della Duna, allo zenith mi imbatto nella Corona Boreale, incastrata accanto a Boote, e in Eracle, l'inginocchiato, che da lassù protegge da millenni noi naviganti. Ma lo spettacolo vero è verso oriente, al di sopra dei costoni rocciosi che ci sovrastano: là dove il triangolo estivo si mostra in tutto il suo splendore, il Cigno spiega le sue ali librandosi leggero tra le nebulose dell'immensa Via Lattea. È Lei lo spettacolo: solo in pieno Sahara, una vita fa, avevo avuto la fortuna di vederla così. Splende macchiando il cielo di leggeri batuffoli di luce, come lo sbuffo di vapore di una vecchia locomotiva rimasto a galleggiare in una giornata tersa e priva di vento, accompagnando le costellazioni fino al lontano orizzonte, laggiù dietro Kithnos.
Mi perdo a seguirle tra lo sfavillìo della nostra galassia: la Lira, il Delfino, l'Aquila e, tra tante altre che non riconosco, il Sagittario.
E noi, qui, soli. La Duna che galleggia a sei metri dal fondo, i templi che ci guardano dall'alto, il profumo dell'isola che ci riempie tiepido i polmoni. Lo sciabordio leggero dello scafo che si assesta sull'acqua, una drizza che sfiora l'albero, un'onda che risale fugace la spiaggia di ciottoli.
Noi siamo qui. Buonanotte.
Che concorrente che c' ha, la Francesca !!!
RispondiEliminaqui in Arno sono solo, le barche accanto riposano 'parcheggiate' fino a domani, le stelle sono invisibili per il bagliore della città, il rumore del traffico è percepibile. ma sono in barca. buonanotte amici.
RispondiEliminaA presto!
EliminaCi sarà un motivo perché seguo questo Blog come quelli di Francesca e di Luciano..... ;) :)
RispondiEliminaBuon Vento
Grazie :)
EliminaBelli che siete, miei poeti del vero. Con la grazia di saper cogliere le sfumature che contano e saper ridere del resto. E che invidia sapendo che avete tanta Grecia nuova davanti agli occhi e alla prua :-)
RispondiEliminaGrazie :) abbiamo la fortuna di avere come amici una Musa (oops, scusa, Diva) ispiratrice e il di lei eccezionale Comandante :)
EliminaBuon vento, carissimi