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Aspettando il Big One


Lasciamo la baia di Capo Sounion in tarda mattinata. Ho studiato le previsioni dei siti meteo più accreditati,  e conto così facendo di prendere un passaggio "aggratis" verso Kea dal Nord-Ovest moderato prima che questi, appena dopo pranzo, lasci il posto ai venti da sud che stanno riempendo di stupore tutti i naviganti qui in Egeo. I "naviganti", tengo a precisare... perché io, da completo novizio, reputo quello che succede intorno a me perfettamente normale. Normale quanto può essere una cosa del tutto sconosciuta.


Mentre bordo le vele per un gran lasco mure a dritta, Manuela scatta a ripetizione foto al tempio di Poseidone che sfila sempre più veloce alla nostra sinistra. Non siamo saliti stamattina, non ce la siamo sentita di lasciare la barca da sola, all'ancora. E se arrivano le raffiche? - ci siamo detti - e se gira il vento? Siamo guardinghi, timorosi, ansiosi. Tutti ci hanno avvisato, si sono raccomandati, ci hanno raccontato. Facce stupite, preoccupate, divertite: "Come, non siete mai stati in Egeo? E dove, quindi, vorreste arrivare?". Per questo motivo sono giorni che ci aspettiamo l'inaspettato, ciò che non abbiamo mai incontrato: il Big One. Quello che ci metterà paura, quello che ci stenderà, quello che ci farà capire che non siamo preparati, adatti, che ci convincerà a tornare indietro (ma indietro dove, che nel golfo di Corinto scendevamo in surf da onde di due metri?). E intanto ogni giorno impariamo qualcosa, ci affiatiamo nelle manovre, riponiamo la carta nautica del giorno prima, tiriamo fuori la successiva, riponiamo nel gavone la vela grande, quella usata ieri, e ne tiriamo fuori dal gavone un'altra, più piccola, per oggi.
Abbiamo preso vento forte, abbiamo veleggiato veloci, abbiamo avuto venti deboli o contrari e abbiamo smotorato senza pietà perché "quando si spara si spara, non si parla", ancorato e ancorato ancóra nel dubbio l'àncora non avesse fatto testa. "Sarà questa la difficoltà maggiore? Sarà questo vento quello più violento? Ci sarà di peggio, e di quanto?"... Ci rendiamo conto che impercettibilmente, giorno dopo giorno, manovra dopo manovra, miglio dopo miglio, la soglia che ci separa dal Big One invece di avvicinarsi si allontana.


Mure a dritta, quindi, due mani alla randa e fiocchetto inglese a riva. Vento moderato, a occhio sui 15 nodi. Viaggiamo lenti ma decisi verso ESE. Non ci corre appresso nessuno e quella di oggi è una tappa facile, una ventina di miglia, di cui probabilmente parte a motore, quando nel pomeriggio entreranno i venti deboli da sud.
Sul Peloponneso cumuli di nubi si gonfiano verso il cielo, ma restano li, come si confà ai fenomeni benigni.
Verso ora di pranzo il vento cala talmente tanto che il log segna 2 nodi scarsi. Starà entrando il sud, penso, ma siccome non entra, e la velocità è ormai troppo bassa anche per le nostre scarse pretese, tiro fuori il fiocco medio e lo sostituisco al piccolo. Ne approfitto per ripassare una cucitura a quest'ultimo, prossima a cedere.
Il pomeriggio va avanti, il vento riprende un po', sempre da NO, e scivoliamo verso la punta a sud di Kea a 5 nodi, in muta competizione con un 45' di charteristi che avanza di solo genoa. Mi perdo un po' a stabilire chi avrebbe la precedenza in caso le rotte fossero convergenti - occupazione inutile, dato che non lo sono.
Mi riporta alla realtà lo stridio del generatore eolico improvvisamente su di giri. All'istante la barca si inclina sottovento, va all'orza, l'autopilota non riesce a tenerla. Corro al timone (il verbo 'correre' usato per un'azione ambientata in un 37' con pozzetto di due metri scarsi dovrebbe rendere l'idea dell'improvvisa urgenza) e cerco di controllarla. Santa pala del timone maggiorata e santo uno dei tanti precedenti proprietari, quello che ha apportato la modifica. Manuela barcolla come può fino a raggiungere i giubbetti: ce li infiliamo con mosse acrobatiche, li agganciamo alle life lines. Nel frattempo alla mia sinistra le nuvole si sono allontanate dalla costa e sfilano sul mare, ci stanno superando. È come un sipario che scorre, aprendosi, e il paesaggio che scoprono è un mare bianco di schiuma sparata via dal vento, con onde confuse, concave, che ribollono nel risucchiare la poppa e tuonano nello spingerci giù verso il cavo. Con la coda dell'occhio noto, incredulo, il log superare i 10.5 nodi. È starato, lo so, ma non poi di tanto, e comunque così non l'avevo ancora mai visto. È solo un attimo, e poi tutta la mia attenzione ritorna alla necessità di anticipare le onde, controllare le raffiche,  in una parola, sfangarla.
Stranamente, non abbiamo paura. Io non posso far altro che governare e pensare a una soluzione per rendere più stabile la barca - il fiocco troppo grande rischia di sdraiarci in acqua ad ogni raffica, ma non me la sento né di mandare Manu a prua ad ammainarlo con questo mare impazzito, né di lasciare il timone a lei o ad Arthur per andare io. Manuela, dal canto suo, da sonnacchiosa qual era è diventata vigile e iperattiva, e non esita a uscire dal pozzetto sul lato sottovento quando le propongo di scarrellare il fiocco più a poppa possibile, dopo averlo sventato con la randa approfittando dell'intermezzo tra due onde. Miracolosamente (per me marinaio da tastiera) la manovra ha effetto: soldi spesi bene quelli per i manuali di manovra, penso tra me e me riprendendo fiato. Il timone ringrazia. Ora sì, posso lasciarlo ad Arthur per qualche secondo mentre aiuto Manu a sventare per quantsi può anche la randa.
Butto un occhio sopravvento, i charteristi tengono bene botta, ma hanno ridotto il genoa ad un fazzoletto e perdono vistosamente terreno. Beati loro, penso nell'osservare i miei romantici garrocci, mentre accosto a sinistra avvicinandomi al vento. Sto puntando un lontano orizzonte apparentemente privo di schiuma.
Li supero in volata tagliando loro la rotta sottovento: Duna adesso è ancora dura al timone, ma decisamente più gestibile, e piano piano, metro dopo metro, miglio dopo miglio, arriviamo a ridosso dell'isola. Da un secondo all'altro niente più vento, le onde sono lunghe e innocue, persino il generatore eolico tace. Respiriamo. Cambiamo meta? Consultiamo il portolano? No, la cosa più importante è cambiare fiocco, e lo facciamo con la rapidità concessaci dalla stanchezza.
Appena in tempo, le raffiche ci raggiungono di nuovo, di nuovo il mare monta in un attimo incrociandosi. Ora è al traverso, e mano mano che avanziamo il vento rifiuta: si incanala tra le due isole. Ma dove è il vento da sud, mi sarei dovuto chiedere, se ne avessi avuto il tempo.

Una volta nel canale, a sud di Kea, il pomeriggio va avanti così,  tra calme, salti di vento, rinforzi, fino alle ultime 5 miglia passate a bordeggiare verso la nostra meta di fortuna: Ormos Polais. Ma col fiocco piccolo a riva, e col vento che a occhio non supera i 25 nodi, la barca taglia le onde con una qual certa disinvoltura - ah, come cambiano di valore le parole, man mano che ti allontani da casa! - ed è solo questione di tempo.


Infine entriamo nel ridosso, il vento scompare, caliamo le vele. Ci rendiamo conto di avere ancora la traina in mare, usciamo dal ridosso, recuperiamo la traina, rientriamo nel ridosso. Ancoriamo in 6 metri di acqua, su sabbia, e mi tuffo a controllare che le marre abbiano afferrato bene il fondo.

In pozzetto ci rilassiamo e parliamo dell'accaduto, dei nostri errori, della distrazione che non ci possiamo permettere - siamo abituati ad altri mari - delle vele opportune da utilizzare, di quelle ormai da stivare fino a settembre.
Ci rimane però un dubbio di fondo: sarà stato questo, il Big One, o abbiamo solo alzato per l'ennesima volta l'assicella?

Purtroppo ho il sospetto che sia buona la seconda.




Commenti

  1. Altro che marinaio da tastiera.....Well done!

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    1. Come amo ripetere in questi giorni, quel che non strozza ingrassa. Sono esperienze che vanno ad arricchire il nostro bagaglio.il problema è che più andiamo avanti più ci rendiamo conto di quanto sia misero :-D

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  2. per una volta non colgo quella vena poetica e spiritosa che solitamente accompagna ogni vostro racconto, ve siete stretti un po' il c...?

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