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B@ld

Oggi non ho urlato contro nessuno. È il mio compleanno e i delfini, che evidentemente lo sanno, mi hanno affiancato appena sopra Lipsì e mi hanno accompagnato fino a quando io stesso ho scelto di salutarli e cambiare rotta.

Poi son venuto qui, uno stretto budello dove il vento si incanala permettendomi di calare venti metri di catena anche se gli scogli sono a quindici. C’era un catamarano, qui in fondo, i cui occupanti ci facevano cenno di metterci dietro a loro. Avvicinatomi ho scoperto che erano di Ostia. Ho scoperto anche che avevano ancorato quaranta metri più avanti, su cinque metri, e così gli ho detto “Ok, tranquilli, io vado avanti fino a che non tocco”, li ho passati e sono arrivato fino quasi a toccare. Ora, venuto indietro, vedo al mio fianco la loro ancora.
Dopo una mezz’ora è arrivata la Rena, il daily tripper di Lipsì. Loro sono andati più avanti, hanno ancorato su due metri, forse anche meno, e sono tornati indietro fino quasi alla mia Delta.
Siamo tre barche in fila indiana, collegate idealmente da questo meltemi che ci orienta come un serpente a seguire le curve delle rocce attorno a noi. Sul fondo, la sabbia bianchissima fa effetto piscina. Altro che Caraibi! Penso ogni volta che vengo qui.
In questo paesaggio idilliaco, ecco che arriva rapido e nervoso un coso a motore di sedici metri. Lungo e affusolato, un marinaio a prua e uno a poppa, ospiti sbracati dietro i telefonini sui divani in pelle candida dell’ampio pozzetto, proprietario rasato, non giovane ma di certo volitivamente giovanile, coatto ai comandi. Uso questo aggettivo, apparentemente prematuro, come semplice traduzione del nome particolarmente azzecato del mezzo nautico: Bold.
Il pelato ha deciso, evidentemente, che il suo ancoraggio è qui, insieme a noi. O meglio al nostro posto. Forse noi per lui non esistiamo, facciamo parte di un altro piano di realtà - quello dove risiede la gente a basso reddito - ed è convinto che i due universi, quand’anche possono a volte intravedersi, sicuramente non interagiscono affatto a livello molecolare.
Tant’è che come prima cosa cerca di ancorare sopra il Rena.
Il marinaio di prua, in quanto servo operaio, rappresenta anche il tramite tra i due mondi, e fa presente al capoccia che no, lì proprio non c’è posto. Questi sbuffa, e sbuffando smanetta coi suoi due motori a idrogetto da millemila cavalli. L’acqua, da trasparente che era, si riempie di sabbia. Che, scopro, e scoprono i turisti della Rena che stanno nuotando lì attorno, non è affatto bianca bensì marrone, come ogni sabbia di questo mondo.
Allora il rasato comanda di calare l’ancora venti metri sottovento, e comincia a sgranare catena nella mia direzione. Arrivato a una decina di metri, di nuovo il medium a prua gli fa cenno rassegnato con il dito indice: no, son troppo grossi anche per stare qui. E facendo spallucce gli indica Duna, dritta sul proseguimento della manovra. Il capoccia mi guarda ma evidentemente non mi vede, ha perso il labile contatto con il mio piano di realtà, perché sbraita innervosito e solo dopo molta insistenza acconsente a tentare una diversa  manovra. Ancora una volta gli sbuffi delle sue narici si trasmettono alle manette del gas e di qui al fondale marino. Il mio ecoscandaglio va in tilt e l’allarme ancora comincia a suonare, ma non sono io che sono finito su un bassofondo, bensì il bassofondo che si sta sollevando verso di me. Quando finalmente si allontana l’acqua si calma e i turisti del Rena applaudono, ironici. Il pelato reagisce come il businessman alla guida del SUV che ti ha appena tagliato la strada per arrivare mezzo metro avanti a te al semaforo: guarda dall’altra parte fingendo di ascoltare una telefonata.
Il marinaio di prua, sant’uomo, gli indica una chiazza di sabbia ancora più sottovento dove, presumibilmente, potrebbero ancorare senza sperimentare la compenetrazione dei corpi. E il tipo fa finta di essere d’accordo, mentre manovra la prua esattamente dove era prima. Gli piace proprio dove sto io. E me lo fa incontrovertibilmente capire quando, calata l’ancora finalmente dove indicatogli dal Sant’uomo, fa retromarcia non ad assecondare il vento e la catena ma verso la mia prua, mancandola con un capriccioso colpo di motore per pochi metri e una frazione di secondo. Io intanto osservo placidamente il marinaio di poppa, teso in viso e pronto a mettere un piede o un parabordo tra l’estensione penica del suo datore di lavoro e il mio musone di acciaio. Essendo il mio compleanno, e avendo i delfini dalla mia parte -  gli sorrido. Lo ammetto, con la stessa ironia dei turisti di poco fa. Lui però, strano, sembra alquanto scazzato.
Evitatomi per un soffio, finalmente il mostro ruggente si allinea al vento e spegne i motori. Con il selfie del pelato mano sui comandi e bionda d’ordinanza in grembo lo spettacolo sembra finito, e io rientro.

Per poi ritrovarmi fuori dopo pochi minuti, richiamato nuovamente dai millemila cavalli del capoccia. Esco appena in tempo per vedere i tipi di Ostia con tutti i parabordi fuori e il motoscafo di 16 metri che, spedata l’ancora, gli fa il pelo sulla fiancata sopravento.
Nella successiva ora il pelato prova ad ancorare, in successione, in ogni punto del canale, passando di volta in volta venti metri sottovento. Arrivato in mare aperto torna indietro e ricomincia dalla poppa del catamarano, e così via. Lo scazzo dei marinai arriva fin qui nel nostro universo parallelo, e mi sento persino un filo malinconico per loro.
Quando il Rena va via li trova ancora lì, a rumoreggiare sollevando sabbia e fango in questo angolo di paradiso in terra. I turisti gli passano accanto e lo applaudono di nuovo, riferendosi forse alla sua ottusa testardaggine, forse alla sua incapacità o alla sua sfortuna, più probabilmente a qualcosa che si erano detti prima, ai tempi del primo tentativo di speronamento che io non ho sentito.
E il pelato finalmente si accorge di questo nostro universo parallelo fatto di poveracci su vecchie barche di dieci metri, catamarani presi a nolo per una settimana e, soprattutto, di gite giornaliere “dieci isole in dieci minuti”, prende atto della nostra esistenza e, a suggellare l’eterno patto di inimicizia tra persone normali e teste di cazzo, parte a razzo all’inseguimento della Rena e la chiude curvandogli davanti al massimo della velocità, sollevando due metri d’onda tutt’attorno ai malcapitati gitanti. Così, giusto per ricordare a noi poveracci chi, anche qui in paradiso, ha naturale diritto di comando.

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