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Vale tutto

C’è chi in un bosco antico cammina, attento a non calpestare i fiori, e chi lo sventra con la moto da cross. Chi nei musei osserva in silenzio le opere degli uomini, e chi schiamazza e scoreggia davanti a ogni quadro che non sia la Gioconda, ma solo perché gli hanno indicato quale sia, e gli hanno ricordato quanto ha pagato per vederla. Chi nel bianco setoso delle sculture rinascimentali vede la perfezione della mano dell’artista, chi una superficie perfetta per fare da base al proprio pennarello. Chi in un tempio abbandonato entra con rispetto e chi è pronto a depredare quello ancora venerato. Chi è attento a non sprecare una goccia di acqua, o un tozzo di pane, e chi apre tutti i cartoni di latte rimasti in cambusa la mattina dello sbarco perché "io l'ho pagato, è mio e ne faccio ciò che voglio". Chi vede nella quiete maestosa di una baia deserta, nei blu e nei viola del mare che contrastano con l’arancione della roccia, un miracolo della Natura, e chi un campo da gioco dove scorrazzare con la sua moto d’acqua. Chi ama il suono dei gabbiani, delle onde, del vento, e chi lo teme a tal punto da alzare la musica fino a non poter nemmeno conversare. Chi sta bene dove sta, quando ci sta, e chi, senza qualcuno che gli dica che è arrivato il momento per vivere il quale ha pagato, non sa distinguere tra il divertimento e la noia. Sempre che apprezzi davvero la differenza.
Ma davvero è tutto lecito? Dopo lunga riflessione, credo di sì.
Alla Natura non frega un cazzo della nostra sensibilità, né della nostra motocicletta. Sono entrambe manifestazioni naturali e spontanee della specie (altamente invasiva, ma anche di questo se ne sbatte) Homo “Sapiens”.
Agli Dei, ugualmente, non frega un cazzo di come ci comportiamo nei loro templi. La Storia è piena di saccheggi e stragi e nessuno, che io sappia, è mai stato incenerito da una folgore un attimo prima di appiccare il fuoco a una chiesa, una moschea o una sinagoga. Per coprire solo gli ultimi secoli.
E le opere d’arte: quante sono state cotte per farne intonaco, spezzate per farne mura, fuse per farne cannoni, distrutte per nasconderne il sapere, bruciate per riscaldare una minestra, o la notte, o anche solo per gioco?
Per farla breve. Sono in grazia di Dio in questa baia dove una brezza lieve allieta la mente, il frinio delle cicale il cuore e la trasparenza delle acque l’anima. E da ore arrivano da Kos caicchi carichi a palla di carne umana seminuda - ammassata senza riguardo alcuno alla pandemia in atto, ma questo magari è un bene - ancorano a velocità smodata a pochi metri da me e vomitano dal secondo piano involucri urlanti in pelle bianchiccia. Ognuno con la sua disco music a volume esagerato. Che a bordo riescono solo a guardare fissi davanti a loro: non uno che ride, non uno che parla. Un’ora sotto il rigoroso scoppio del sole e poi via, a deturpare con la propria presenza la prossima baia.
Ma, arrivo alla conclusione, benché soprattutto il Princess Diana, qui alla mia sinistra, lo affonderei volentieri con un siluro, non sono affatto sicuro di avere Dio, Poseidone, la Natura, l’Universo o chi per loro dalla mia parte. Non solo questi cafonissimi caicchi da Kos hanno il mio stesso diritto di usufruire a loro merdoso piacimento di questo pianeta (che sarebbe altrimenti meraviglioso, ma solo guardandolo attraverso i miei occhi), ma il mio giudizio negativo sul loro comportamento non ha alcun reale fondamento. A meno di voler postulare che la quiete, la riflessione, la meditazione, il senso del sacro siano valori universali. E chi sono io per postulare valori universali?
Per cui, forte di questa mia nuova consapevolezza fatta di comprensione e accoglienza, domani vado a Kos, ancoro di traverso ai caicchi, entro nella loro cattedrale con lo stereo a palla e, danzando la Macarena, spalmo la mia merda sui mosaici dell’abside.

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