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Caraibi - 3 di 3

Terza e ultima parte: la seconda è a questo link.

È la prima volta che ho a che fare con un catamarano. Gli spazi sono enormi, gli interni luminosi, il rollio inesistente. Ci si vive in dieci talmente larghi da potersi anche stare antipatici, volendo. Fortunatamente su tre equipaggi, da otto ospiti ciascuno, solo una giovane coppia, durante l'ultima settimana, sceglie questa opzione: se da un lato ci è dispiaciuto per loro, dall'altro li ringraziamo per averci permesso di apprezzare fino in fondo le possibilità di un Lagoon 42.
Ci si cucina sontuosamente, a patto di saperlo fare, ovvio, e ci si dorme da Dio a patto di non aver lasciato aperto l'osteriggio durante l'ultimo scroscio di pioggia, o la porta della dinette a Mayerau con delle banane mature bene in vista sul tavolo. Una villetta al mare, praticamente, ancorata in due metri di acqua, con panorama diverso ogni mattina. Acqua azzurra o verde; spiaggia bianca, o nera; alte colline rocciose o basse barriere coralline a proteggerci dalle onde; palme o mangrovie: combinazioni mutevoli per isole simili, ma diverse. O forse viceversa.
La navigazione è condizionata dalla nostra natura di charteristi. Siamo un pulman di linea che ogni dieci giorni scende a favore di vento dalla Martinica alle Tobago Cays per poi risalire con l'onda sul muso.
Una notturna a scendere, due a salire, con orari dettati dalle compagnie aeree e le miglia da accorciare artificialmente per visitare più spiaggie bianche e barriere coralline possibili nel breve tempo a disposizione di ciascun equipaggio. Il che significa prendere atto che la bolina (larga) di questo catamarano con onda oceanica di prua, mare incrociato e corrente contraria è semplicemente ridicola, e che con meno di venti nodi di vento perfino al traverso, o al lasco, la velocità non è sufficiente ad arrivare nel posto giusto all'ora stabilita. Aiutiamo le vele con il motore, e a volte viceversa, e sbattiamo sull'onda a scafi alterni, goffi, potenti e sgraziati. Ci manca l'umile eleganza di Duna, in questi momenti. Ma certo non la sua lentezza, il suo rollio e i suoi spazi ridotti.
Le persone con le quali abbiamo condiviso questo mese, sia pur noi come "lavoratori" e loro come "clienti", sono state semplicemente splendide. Devo ammettere che, da tenace teorico della "conavigazione", temevo il contatto diretto con il vero charter. Un timore, posso affermare a posteriori, dettato più dall'ignoranza che dalla conoscenza. Con l'eccezione già accennata dei due che chiameremo, in codice, la Principessa sul Pisello e il Di Lei Principe Mollusco, conoscenti e sconosciuti si sono armonizzati in piccole comunità autonome, felici, allegre, efficienti, sotto la guida illuminata del vero skipper, di cui io ero solo l'aiutante, Alessandro.
Complici gli scenari da sogno, i tramonti romantici, il dolce cullare del catamarano all'ancora, ma anche del buon cibo cucinato da MaLa e dell'ottimo rum locale generosamente imbarcato in cambusa, la vita a bordo è scorsa piacevole e spensierata tra un bagno, uno spuntino, un riposo, una gita a terra.
Io, privato del mio consueto, scintillante ruolo di Comandante e declassato a oscuro turnista notturno, goffo tassista acquatico, minimale prodiere e sub-utile randista (tra venti costanti, motore e autopilota le vele diventano quasi ornamentali, e regolarle somiglia più al puntiglio con il quale il chierichetto scaccia via il moscerino dall'incensiera d'argento che all'attenzione del marinaio che le utilizza per arrivare in fretta in un porto sicuro), ho faticato un po' a trovare il mio posto. 
Da una parte è confortante sapere di non avere la responsabilità diretta del Tutto. Come è comodo poter ancorare senza patemi d'animo dove qualcun altro decide di farlo, soprattutto se di quel qualcun altro ti fidi, e dormire il sonno del giusto reagendo al fischio della raffica comprendoti meglio col lenzuolo e non uscendo in mutande a controllare la tenuta dell'ancora.
Dall'altra tuttavia non sono abituato ad avere tempo, in barca, libero da occupazioni o preoccupazioni e neanche, a dirla tutta, privo delle attenzioni e delle domande dell'equipaggio. Mai fatti tanti bagni, da quando navigo, né cucinate così tante pizze.
Qualcuno già ci chiede qual è il nostro prossimo viaggio, se torneremo qui o se preferiamo la Grecia. In realtà, per nostra fortuna, non c'è contrasto tra le due opzioni. Il prossimo inverno ci piacerebbe sfangarlo di nuovo con una puntata da queste parti: forse ancora qui, probabilmente più su, a Cuba. Magari con due catamarani, in flottiglia con Alessandro, per approfondire l'amicizia e al contempo far tesoro dell'esperienza acquisita.

Ma intanto, giorno dopo giorno, già sento che le giornate si allungano, il sole si fa più tiepido, le nuvole si schiariscono in bianchi batuffoli di ovatta: sta arrivando la primavera, qui in Mediterraneo. E con la primavera il bisogno di migrare. 
Andremo in Grecia, nell'amata Grecia, da maggio a ottobre, e anche in Turchia. Come sempre, ma con rinnovate energia e idee, conavigheremo con vecchi e nuovi amici. 
E incontreremo  forse Alessandro, per progetto o per caso, nel porto sonnacchioso di una qualche assolata isola del Dodecaneso, e magari avrà a bordo qualcuno dei nostri nuovi amici. E faremo festa, brindando con ouzo ghiacciato alla nostra salute. E alla vostra.

Commenti

  1. dai che ci vediamo a Cuba il prossimo inverno! L'idea della flottiglia con Ale mi sembra ottima! ciao Norberto

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