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L'altra faccia della medaglia

È con commozione sincera che, nel mezzo del braccio di mare che separa l'arcipelago di Ayvalik da Lesbo, caliamo la bandiera turca e la sostituiamo con quella greca.
Siamo partiti stamattina da una baia sperduta, isolata, splendida, nel lago interno dell'arcipelago, spinti da un Meltemi che prima o poi doveva arrivare e, nuntio vobis mica magno cum gaudio, è arrivato. Con tre mani di terzaroli alla randa facevamo cinque nodi e mezzo. Sei e mezzo al lasco con anche il fiocco terzarolato. Poi, in mare aperto, la velocità è calata, tra i quattro e i cinque e mezzo, ma non abbiamo fretta, i rinforzi e le raffiche sono sempre in agguato e poi, rimanga tra noi, il primo giorno di ventone mi mette sempre ansia.
Siamo finalmente in Grecia, terra promessa dopo 120 miglia di mare di Marmara,  40 di Dardanelli e 80 di Egeo turco. Da Istambul solo rade fino ad Ayvalik che, da quel che ho visto in miseri due giorni, merita davvero una visita sia per il luogo che per le persone.
Siamo finalmente in Grecia, in Unione Europea, a casa, insomma. Ed è con ingenua onestà che alla bionda poliziotta sul molo, che ci fischia come fossimo un cane da riporto, dichiariamo che il nostro ultimo porto è Ayvalik, Turchia. Veniamo da un paese terzo, dobbiamo accostare nel molo della dogana. Ma certo, con gioia, che bello essere ligi. Kalimera, yassas, parakalò. La bionda in realtà sembra avere un manico di scopa piantato su per il culo, ma questo non mi scoraggia, e continuo a muovermi felice con tutti i documenti di barca ed equipaggio lungo i moli torturati dal sole.
Prima tappa la polizia di frontiera. Lì compilo il modulo di ingresso, sotto gli occhi bovini di un militare brizzolato che non sorride da anni, forse perché subordinato alla bionda. Nell'ordine, devo scrivere il nome della barca, la sigla di immatricolazione, la stazza, il porto di provenienza e quello di arrivo. Il mio nome e data di nascita come capitano, il mio nome e data di nascita come proprietario, il mio nome, data di nascita e numero di passaporto come membro dell'equipaggio. Manuela finisce nella lista con la qualifica "sailor".
Chiedo poi istruzioni, le ottengo, e con il loro foglio dovutamente timbrato esco sui moli torturati dal sole per raggiungere l'ufficio di controllo passaporti. Nel retro dei container dove sopravvivono gli uffici scorgo i resti dei gommoni dei migranti, ne abbiamo incrociati a decine qualche giorno fa. Ecco dove vanno a finire.
Nell'ufficio passaporti c'è puzza di fumo. Sull'unico divano tre turisti turchi in attesa che qualcuno li faccia entrare a Lesbo o li cacci via definitivamente. Tre funzionari, due militari e un civile, il fumatore, tutti intenti a compilare moduli e a chiacchierare con due greci latori di altrui passaporti, sformati dall'adipe e dalla falsa allegria.
Il mio Yassas si smorza tra le scartoffie che pesano sugli scaffali, con un leggero brivido nella polvere che ricopre ogni cosa. Nessuna risposta. Nessuno mi caca per dieci minuti. Rimango in piedi davanti alla porta, poi mi appoggio allo stipite, poi ho un'intuizione e tiro fuori i documenti miei e di Manu, girandoli dalla parte della copertina per mettere bene in vista le stelle dell'Unione Europea. È qualcosa, ma non basta. Dopo altri dieci minuti comincio a sventolarli chiedendo, in inglese, se mai qualcuno volesse dare un'occhiata a i miei passaporti. Funziona. Prendono il foglio della polizia di frontiera e copiano il mio nome e quello di Manu. Poi controllano i documenti. Timbrano qua e là. Il tipo si concede un sorriso malinconico e mi chiede da dove vengo, anche se poi sembra non avere abbastanza fiducia nel futuro per ascoltare la risposta. Quando, alla fine, lo ringrazio in Greco, con la "ef" iniziale come si usa da queste parti arcaiche, lui mi si avvicina e mi dà una pacca triste sulla spalla, accompagnandola da un parakalò sussurato con il cuore. Sono libero ma non troppo: ora devo andare dall'Harbour master, il Limenarkeyo, a fare non so cos'altro.
Mi danno indicazioni. Attraverso le sale vuote e scrostate dell'ufficio immigrazione ed esco in strada. Eccola: l'immigrazione. Nelle strade fatiscenti come e più degli uffici appena visitati giocano svogliati i bambini migranti. Gli adulti sono all'ombra del bar. Seduti, muti, immobili. Aspettano.
Sono loro quelli che abbiamo incrociato appena due giorni fa. Decine di gommoni lanciati a palla contro le coste di Lesbo, stracarichi di occhi puntati diligentemente verso la meta, occhi che non ti guardano nemmeno. Tranne quelli del gommone cui ho dato platealmente la precedenza anche se non l'aveva - vabbè, dai, non ci ho pensato un attimo - per non sollevargli onda di prua rischiando di far finire in acqua qualcuno. Loro mi avevano salutato. Prima uno, timido, poi, alla mia risposta, tutti quanti. Felici, ottimisti, vicini alla meta. Avevo augurato loro buona fortuna, chissà se sono qui ora, tra queste facce da servizio tg.
Cammino lungo le banchine torturate dal sole, trovo il Limenarkeyo, salgo al secondo piano. L'ufficio è buio e spoglio e scrostato, ma non puzza di fumo. Tre donne in tenuta militare dietro scrivanie stracolme di carta. La più giovane ha la pistola alla cintura e credo sia gentile, da quel poco che capisco. Se non altro prova a sorridere. Mi dà tre moduli. Su ognuno devo dichiarare il nome della barca, l'immatricolazione, la stazza, il porto di provenienza e quello di arrivo. Il mio nome e data di nascita come capitano, il mio nome e data di nascita come proprietario, il mio nome, data di nascita e numero di passaporto come membro dell'equipaggio. Manuela stavolta appare nella lista come "crew". I tre moduli hanno scopo diverso. Nell'ultimo, ad esempio, il chirurgo di bordo ha dichiarato che sulla Duna non c'è nessun malato di febbre gialla, nè è stata recentemente registrata un anomala mortalità tra i topi di bordo. Firmo tutto, rispondo cordialmente al militare che vuole sapere da dove vengo e, saputolo, non può fare a meno di ricordarmi di Totti. Meglio lui che Casamonica, penso, mentre confermo: "a good guy". Poi, la ragazza tira fuori un salvadanaio, e capisco che è il momento di pagare i 15 euro per entrare in Grecia. Solo che io ho un pezzo da 50, e loro non hanno il resto. Mi chiede imbarazzata se posso scendere al bar a cambiare la banconota. Ma certo, sono felice di essere rientrato a casa e vi vengo incontro volentieri. Mia faza mia raza, no?
Esco di nuovo al sole, entro subito nel kebabbaro lì accanto. Saluto ma nessuno mi risponde. Un ragazzo e un vecchio sudano di fronte ai fornelli. Il magnaccia è davanti al bancone e parla al telefono. Mi pare brutto chiedere di cambiarmi i soldi senza comprare nulla, e allora vado fino al frigo e prendo una bottiglietta di acqua. 50 centesimi, mi fa il magnaccia, e si stizzisce nel vedere la mia banconota. Ho questa, gli dico, ma se non hai il resto non fa niente. Lui mi ignora, riprende la telefonata. Rimango con questa bottiglietta di acqua fresca in mano, senza sapere cosa fare. Entrano due profughi, prendono due bottiglie grandi, due euro, glieli chiede il vecchio, gli batte lo scontrino. Provo anche io a interpellare il vecchio per la mia acqua, ma lui mi indica il magnaccia, al telefono.
È questo il preciso istante in cui hanno cominciato davvero a girarmi le palle. E quando mi girano smetto di provare a farmi capire e parlo in italiano. Di solito, strano a dirsi, è proprio quello il momento in cui mi capiscono meglio, e subito. Riposta la bottiglietta nel frigo e mandato a cacare l'intero staff fino alla quinta generazione, mi infilo nel vicolo successivo, adocchio un fornaio, entro. Gli scaffali sono semivuoti, eppure sono appena le tre del pomeriggio, ma riesco a far mia l'ultima pagnotta rimasta, non prima di aver premesso "ho solo un pezzo da cinquanta euro, è un problema?". La fornaia ha un sorriso malinconico, e accetta la mia banconota con un sospiro. Non ho sete, ma compro comunque anche una bottiglietta di acqua,  la stappo e la tracanno passando davanti al kebabbaro. Tornato nell'ufficio pago il mio ritorno nella Comunità Europea alla giovane con la pistola, e chiedo se posso ormeggiarmi dove voglio. No, devo seguire le istruzioni della polizia di frontiera: si ricomincia il giro. Saluto, sono tornato cordiale.
Cammino a ritroso lungo le banchine torturate dal sole, la bionda è sorpresa di vedermi, ed è ancora più sopresa del fatto che io voglia ormeggiarmi in porto e non al nuovo marina turistico turco. Mi indica i posti dal 26 al 31, praticamente tutta la banchina nord, e alla mia seguente domanda mi risponde di mettermi all'inglese.
Ringrazio, e vado via senza aspettare il parakalò che, tanto, non arriva. Torno da Manu, che mi aveva dato per disperso, cosa che avevo fatto anche io, del resto. Insieme riusciamo a scrostare Duna dal molo doganale senza danni, nonostante il vento al traverso sbagliato. Mi dirigo verso il numero 27, mi pare il posto migliore, e preparo uno spring da mettere a doppino da centro barca per rimanere accostato mentre sistemo gli altri ormeggi usando il solo motore.
Mi avvicino, Manu si fa nervosa vicino al cemento della banchina e, quando ormai lo spring è fissato, prorompe nel suo famoso "te lo avevo detto" indicandomi la sporgenza a pelo d'acqua che corre lungo tutto il molo nord. 30 centimetri scarsi, ma la Duna ha le murate che vanno giù dritte, non ci va di rischiare. Ci guardiamo intorno. Le banchine sono circondate da una strada assolata, polverosa, torturata dalla tristezza. I vicoli che si infilano nella città vecchia là, oltre la piazza, che fino a poco fa sembravano così invitanti, mi appaiono ora inutili vie di fuga verso altra stinta centellinata angoscia. Improvvisamente Mytilene non ci interessa più. Abbiamo il cibo comprato ad Ayvalik e il pane comprato dalla fornaia con il sorriso malinconico. Andiamo via, in rada, ce ne sarà pure una, guardiamo sul portolano, sul satellitare… eccola, trovata: un paio di ore e siamo lì. I vecchi pescatori nel fresco caffè sul pizzo del molo di sottoflutto dovranno fare a meno della nostra compagnia, ma li saluto comunque e, sorpresa, loro sì, mi rispondono. C'è ancora un futuro di speranza, dunque, qui a Mytilene.
Mi avvio pian piano all'uscita del porto, ed ecco, sull'ultimo molo torturato dal sole, quello della dogana, nella sua divisa blu scuro coi suoi anfibi la sua pistola e il suo fischietto, la bionda. Andate al marina? - gongolante - No, all'ancora in rada. NON POTETE ANDARE VIA. Come, scusi, prego? NON POTETE ANDARE VIA, avete bisogno del timbro del limenarkeyo. E no, cazzo, ancora? Ce l'ho il timbro, quanti fottuti timbri vuoi mettere oggi, maniaca burocrate figlia di giannizzeri? Ce l'ho. Non ci crede, del resto il mio è un bluff, non so se il timbro cui lei si riferisce sia quello che già ho o un altro, anche perché ho dichiarato come data di partenza quella di dopodomani. Se non ci credi chiama e chiedi, le faccio, e lei lo fa davvero. La stronza tira fuori il cellulare e compone il numero, mentre io faccio fare alla Duna un inchino per salvare le apparenze. Ma la ragazza con la pistola, il mio angelo custode oggi, testimonia a mio favore, e la bionda, lungi da una singola parola di scuse, ma neanche un "buon viaggio", mi dice secca "puoi andare", e torna in ufficio con la sua scopa infilata su per il culo.
Noi andiamo, non prima di aver salutato con uguale gentilezza, le palle che mi girano talmente vorticose che sciolgo una mano di terzaroli alla randa pur sapendo benissimo che per arrivare alla rada - qui dove sono ora - dovrò affrontare prima il fenomeno locale del meltemi che picchia sul capo ed accelera, poi il catabatico di là dal monte, che scende giù e accelera, poi le raffiche a ventaglio delle due valli successive, che stringono aprono e accelerano… Per farla breve, i miei quattro nodi e mezzo a farfalla diventano sei al lasco, poi sette al traverso, man mano che il vento rinforza rabbioso e dà scarso, poi sette e mezzo di bolina, e devo sventare tutto per non andare piatto sull'acqua…e io al timone a prender sale e a smadonnare contro la burocrazia bizantina e i suoi eredi più o meno consapevoli, ripetendo ossessivamente ad alta voce che credevo a questo riguardo di incontrare il peggio in Turchia ma "i veri Turchi son qui", fino a che con la coda dell'occhio vedo le unghie di Manu che scheggiano la vetroresina del paramare. Allora ritorno in me e do disposizione al sailor, in qualità di captain,  sentito il parere del chirurgo di bordo, di organizzarsi con la crew e ammainare il fiocco tra una raffica e l'altra. Ancora un altro miglio e tiriamo giù anche la randa, per arrivare all'ancoraggio col solo motore.

Qui, mentre scrivo, l'àncora sembra aver tenuto le raffiche selvagge che ci hanno fatto compagnia per la cena. Ora il vento è finalmente calato, tornerà soltanto a tratti, stanotte, tanto per farmi uscire preoccupato in pozzetto, e deciso e definitivo domattina.

Ora, finalmente, il mare lungo può entrare a farci rollare tutta la notte come in una centrifuga.

Ma non mi lamento. Potrebbe sempre piovere.

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