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La fine del sorcio

Vathi, Samos.
Siamo arrivati qui dopo 50 miglia di navigazione, che per noi, anche a velocità smodata, calcolando le manovre e quant'altro, son sempre nove ore. Nove ore per passare dalla nostra splendida e deserta ultima rada turca, occupata di straforo dato che l'uscita ufficiale risale ormai a una settimana fa, alla Grecia, lavando così simbolicamente il fastidio del nostro primo rientro, quello da Ayvalik a Mytilene. 
Stiamo correndo verso sud, c'è un aereo da prendere, e così viaggiamo con il vento che troviamo. E per i nostri standard è tanto, e l'onda nei passaggi più difficili quantomeno fastidiosa, stancante senz'altro. Ma ora siamo arrivati. Ci siamo messi all'inglese nella banchina di fronte al Comune. 
I lavori dello scorso anno sono finiti, e troviamo trappe e corpi morti, e colonnine di acqua ed elettricità, e panchine nuove di zecca, ovunque. Rinfoderiamo l'ancora, che avrei voluto calare per tenerci discosti dalla banchina, e usiamo all'uopo due trappe, una a prua e una a poppa. La risacca ci frulla come una centrifuga - la spiaggia in fondo al golfo è stata cementificata, e ora qualsiasi onda che entra (e col meltemi che soffia entra in abbondanza) rimbalza verso il molo - ma siamo al sicuro. Un applauso all'ingegnere idraulico che ha avuto questa pensata, e un altro all'ingegnere civile che ha piazzato qui colonnine e corpi morti che ovviamente nessuno userà mai. Siamo sei barche in tutto il lungomare. Le due a vela poco dietro a noi sono ormeggiate di poppa, e disabitate. Davanti un pescatore, ma pare dorma in città. Una è sulla sua àncora giù vicino al porto dei pescatori, dove forse la risacca non arriva, e l'ultima si è piazzata più avanti, tra le motovedette della capitaneria, e sta leggermente meglio di noi. Per il resto l'enorme porto continua a rimanere deserto. Dopo gli ultimi giorni passati a frullare in mare, però, dormire in queste condizioni ci viene naturale, e anche la puzza esalata dalle acque è profumo rispetto a quanto respirato nella nostra prima rada a Istanbul. Siamo diventati molto elastici nelle ultime 1800 miglia. 
La mattina, quindi, possiamo apprezzare a pieno la comodità di un ormeggio in centro: passeggiata per le viuzze, spesa rapida ed efficiente, negozietti vari - una valigia, un paio di pantaloncini in svendita, i miei mi si sono quasi marciti addosso. Riempiamo poi di acqua potabile i serbatoi e le taniche, chissà quando ci ricapiterà. 
Salpiamo nel primo pomeriggio, quando le previsioni, alcune, davano un calo di vento deciso. Speriamo di non dovercela fare a motore, ricordo di aver pensato.
E invece appena fuori dal sopraflutto il meltemi soffia appena un pelino sottotono rispetto a ieri, ovvero ancora tanto. Sì, certo, è l'effetto locale del golfo che raccoglie e accelera. Ma tanto poco fuori ci sarà l'effetto locale dell'isoletta, e poi quello del capo, e poi quello del golfo vicino al capo, e poi dello stretto, e infine il catabatico giù a Pitagorion. Ogni scusa è buona per accelerare e sollevare la schiuma e farti pensare "vabbè, così è forte ma gestibile" per poi immediatamente dopo costringerti a rivedere drasticamente i tuoi concetti di "forte" e di "gestibile". Ma non voglio parlare di questo, non c'è di che vantarsi nel consumare in un attimo, scendendo il vento, l'energia potenziale accumulata in settimane sfruttando condizioni meteo favorevoli. Dovessi andare nell'altra direzione, ecco: lì sarebbero un altro paio di maniche. 
Fuori dal golfo di Vathi tiro su anche la mezzana, spengo il motore e accosto di bolina, per poi allargare mano mano l'andatura fino a un traverso, un gran lasco, una poppa piena - niente farfalla oggi, le onde sono troppo confuse - e un cambio di mura appena prima del capo, costellato di giubbotti salvagenti arancioni come tutta la costa da questa parte di Samos. 
Dal traverso in poi cazzo la cima che passa nell'otto da alpinismo che uso come freno del boma. La cima si è incattivata, e così esco sottovento dallo sprayhood e smucino sotto il boma. La randa è terzarolata, tre mani per la precisione, e il dacron in eccesso fa sacca sotto la vela, trattenuto dalle borose e dai lazy jack. Smucino, smadonnando ad alta voce per aiutare la manovra, quando un'onda più antipatica delle altre coglie di sorpresa Arthur e la barca sbanda sottovento. Niente di che, è un attimo, mi tengo senza sforzo e poi sono pure legato. 
Contemporaneamente un pesce salta a fianco della barca. Pluff, sento. Guardo curioso in quella direzione, lo vedo, è ancora a galla, perchè? è strano, un calamaro? Marrone, due occhietti… sta nuotando… è un topo! Il fottuto animale era nascosto nella sacca formata dalla vela, e tra la mia voce e la sbandata della Duna è saltato o scivolato in mare! 
Lo vedo ancora per pochi secondi, combattuto tra l'odio e la pena. Siamo a miglia dalla costa, non vorrei davvero essere al suo posto, ma se fosse rimasto a bordo, pronto ad entrare dentro alla prima occasione? E se mi fosse saltato addosso mentre scioglievo una mano? E se non fosse stato solo? Paranoia! 

"È statisticamente improbabile che due topi salgano contemporaneamente sulla stessa barca" taglia corto, rubandomi la battuta, una Manuela stranamente impassibile. 
Lo spero anche io. Intando domani rimedio una trappola, non si sa mai il prossimo non abbia voglia di suicidarsi.

Commenti

  1. Il topo è un incubo in barca, meglio così. E poi si vede che i topi Greci sono meno smaliziati di quelli Portoghesi :)

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