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I pregiudizi, e i preoccupanti strascichi del covid



“Charterista” non è una categoria universale, ma solo la descrizione di una relazione in essere tra il conduttore e il mezzo nautico che galleggia sotto il suo culo.
Il che non toglie che, dal punto di vista statistico, e a scopo puramente preventivo, a tale categoria sia associabile una casistica di comportamenti tale da esortare il vero saggio, ma anche il troppo superficiale, ad evitarla in blocco come la peste.
Pregiudizio. A volte utile, a volte inutile, a volte dannoso.


In ogni caso una settimana fa, a Egina, siamo arrivati in porto quasi a notte fatta. Come ho già avuto modo di scrivere ormai Egina è piena a tappo anche a giugno, invasa soprattutto dalla sopra citata, invisa, vituperata categoria di conduttori. E anche quella sera in porto non c’era un posto libero.
Ma, accanto a un “misero” Bavaria 37, vedevamo due metri da una parte e uno e mezzo dall’altra. Duna è larga esattamente 3.44 metri.
Ci siamo avvicinati e MaLa, da prua, ha richiamato l’attenzione di uno dei giovani pigramente stravaccati in pozzetto. Non voglio dilungarmi più del tipo in questione, ma dopo una mezz’ora l’equipaggio del charter - perché di questo si trattava - aveva spostato la barca ed era sceso al completo in banchina a prenderci le cime e a complimentarsi per la manovra. Io sono un falso modesto, e quindi mi piace un casino quando si complimentano per le mie manovre dandomi modo di fare spallucce e rispondere “Ma no, non è niente”. Sono un idiota, lo so. Ma un idiota felicemente ancorato su tre metri di sabbia a poche bracciate da uno scoglio pieno di saraghi dove tra poco andrò a procacciarmi la cena.
I tipi, olandesi, erano in realtà di ritorno dalla gita finale di un corso di vela. Ecco spiegata la cortesia, la generosità, l’empatia. E il pregiudizio ne esce intonso.


Ieri invece eravamo noi in sette, di ritorno da una settimana di vela con cinque amici “civitavecchiesi doc” che ci hanno fatto divertire come mai credevamo possibile in giro per le rade e i porti di tutto il golfo di Hydra. Il civitavecchiese, consentitemi l’orgoglio campanilista, è nato nel mare. Ha il sangue salato, è un pesce, è un bambino cui qualcuno quarant’anni fa ha strappato il secchiello di mano interrompendone apparentemente l’infanzia in cambio di un posto all’ENEL: se gli ridai il secchiello riparte pari pari da dove aveva interrotto. Ma soprattutto è tignoso, e piuttosto di ammettere di non riuscire a fare un nodo è capace di rimanere tutta la notte a tirare una cima di ormeggio con i denti affermando con la sua calata cantilenante che lui si è sempre divertito un mondo a passare la notte in bianco con una cima tra i denti, e il nodo non vuole proprio farlo. Uno spasso, e un insperato tuffo “a spaccacocomero” nella Civitavecchia passata dei bagni dagli scogli della Lega Navale all’uscita da scuola, dell’Ideale raggiunto a nuoto, di straforo, dallo Scalo di Borgo Odescalchi. Dei ricci di mare prima temuti poi evitati e infine mangiati le domenica di tramontana, in terrazzo, pescando a turno coi miei zii dal “gettacqua” comune con le forbici da cucina di nonna. Fabio il Molosso stanatore di polpi; Alessandro Scampia lo sciupafemmine; il pelato Achille detto il Milanese, che dell’omonimo ha conservato il fascino e perduto il furore; l’Uomo Vogue Massimiliano, colorato cucinatore di pastasciutte e Daniele il Narratore, il nostro Omero neomelodico. Che bellezza!


Ma mi sto dilungando, proprio Daniele mi ha contagiato la sua capacità di perdere apparentemente il filo per poi ritrovarlo a ritroso, a sorpresa, dieci racconti più tardi.
Ieri siamo arrivati in sette a Poros. Ho scelto un posto lontano dalla discoteca, fin troppo largo per Duna, con un unico difetto: il futuro vicino di dritta aveva calato l’ancora in diagonale, davanti allo spazio libero.
La nostra manovra, alla viareggina, è quella di prendere la mira di prua, calare l’ancora e poi andare in testacoda per entrare di poppa. “A pretty technical boy”. L’ancora scende con precisione millimetrica dove vogliamo noi, ma durante l’accostata la catena, prima di essere recuperata, se ne va un po’ in giro, nella fattispecie su quella del deficiente che aveva calato la sua in diagonale. Lui se ne accorge e comincia a urlare che gli ho messo l’ancora sopra.
E quello alla sua dritta, che a rigore non c’entrava nulla, non gli era parente e neanche amico, era anche lui a prua a dirmi “Guarda che hai messo l’ancora sopra la sua” col ditino voglioso di essere spezzato a indicare i tremolii delle maglie del deficiente.
E soprattutto, non uno è sceso a prenderci le cime.
Io ho insultato stancamente entrambi e ho continuato la mia manovra. I miei compagni di giochi sono saltati a terra come un sol uomo per fissare le cime di poppa. MaLa s’è trovato il deficiente all’altezza di orecchio, e ha cominciato a parlarci educatamente. Inutile. I miei amici, nel frattempo, stavano fronteggiando l’assenza di bitte tenendo, come prima accennato, la cima coi denti e i piedi nudi piantati nel brecciolino del molo. Ma senza lamentarsi: perché il Civitavecchiese si lamenta, e tanto, ma solo a sproposito. Io sono andato a prua a chiedere a MaLa di ignorare il tipo e dare un altro metro di catena ma, arrivato a portata di orecchio, sono stato irretito dalla naturale antipatia dell’olandese calvo e borioso che rispondeva ai miei “Non credo, ma anche se fosse che problema c’è? Vorrà dire che saremo noi i primi a partire domani” con una rabbia giustificata solo, in sede appropriata e dopo opportuni sedativi, da un irrazionale identificazione tra l’ancora e il prolungamento del suo evidentemente percepito misero pene che io, con la mia manovra, avevo senza alcuna sensibilità nè rispetto per la sua malformazione fisica e mentale pestato e forse irrimediabilmente castrato.
Il deficiente non doveva nemmeno partire oggi, per cui davvero non esisteva nessun problema, ma all’ennesima provocazione ho messo le cose in chiaro:
“Scommettiamo cento euro: esci e vediamo se ho l’ancora sulla tua come sostieni. Sappi però che, come hai fatto tu, non ti verrò a prendere le cime.”
Lui allora ha finalmente sputato il rospo - confondendomi per un attimo con il suo terapeuta - lasciandosi andare a commenti su Duna, definendola “crap”: “da pezzenti” e io, accecato dal furore della lotta di classe, sono stato trascinato via mentre cercavo di cavargli gli occhi.
Non è vero. L’ho solo immaginato. In realtà gli ho attaccato un pippone tecnico sulla manovra appena fatta e sono andato via tremante di furore inespresso a meditare vendette a base di bigattini sversati nella randa, patate infilate a forza nel tubo di scarico, chilate di sarde vecchie cinque giorni lanciate sui materassi della dinette attraverso gli osteriggi aperti.
Tornando all’argomento iniziale: il deficiente e l’altro idiota dal ditino facile e dal culo pesante erano due armatori. Di belle barche oltretutto - non saprei definire diversamente un GS 46, seppure in mano a un deficiente (se sto forse ripetendo troppe volte “deficiente” è solo perché lo utilizzo al posto dei tanti, coloriti, svariati e soprattutto pesanti insulti che - pur sacrosanti - non posso oggettivamente mettere per iscritto. Leggetelo come il “biip” della censura).
Due armatori, scrivevo, evidentemente vittime del pregiudizio (vedendoci in sette avranno associato, da deficienti, Duna a un charter) e in postumi da COVID. L’ossessione per la privacy e per il distanziamento. La paura dell’Altro. La bava ormai cronica accumulata ai lati della bocca durante i tanti complottismi e anti complottismi e anti anti anti anti complottismi. 
Oppure, altra ipotesi ugualmente interessante, semplicemente stronzi.
Ma che ci fanno quei due, con le loro barche da centinaia di migliaia di euro, con le loro catene scelte in gioielleria, fuori dai marina di lusso (sottinteso: “A purciari!”) e pertanto vergognosamente esposti alle offese di noi pezzenti?
E tornando al problema tecnico: che male ha mai fatto, anche se fosse, una catena incrociata, purché data bene?
E chi, ormai, non ha ancora capito che dare una mano al vicino che arriva, soprattutto al più incapace, non è solo una questione di gentilezza ma sopratuttto un modo perché i danni siano pochi e il pericolo passi in fretta?
E davvero sarebbe stato meglio, per il Deficiente, che io alle otto e mezza di sera avessi ritirato su l’ancora rischiando, nel caso l’avessi davvero stesa sopra la sua, di spedarlo sul fare della notte?
Il Deficiente, ho scoperto, era malamente ubriaco. Me l’hanno detto i miei amici, indicandomi la bottiglia vuota di whisky che galleggiava sotto la sua poppa. E la moglie, quella che ci guardava schifati, dalla poppa del suo GS46 si è tuffata e ha nuotato nelle acque zozze del porto di Poros, davanti alle fogne dei ristoranti, mentre noi, noi pezzenti, ci facevamo a turno la doccia con acqua dolce e sapone sulla plancetta di poppa prima di andare a cena.


E stamattina, quando siamo andati a ritirare su la catena per poi finire qui in rada a scrivere questa storia, la sua ancora era ovviamente libera.

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