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La macchinetta del caffè

Sto facendo il caffè, in un primo pomeriggio afoso. Qui alla banchina di Poros, dove siamo condannati a fare cozze in carena in attesa di un pacco dall'Italia, nulla si muove.
I vicini di dritta sono una simpatica coppia di Tedeschi amanti dell'Italia - Sighi e Brigitte - che a detta loro è "Insuperabile per cucina e cultura, ma troppo costosa per navigare". Contro ogni previsione dettata dai nostri preconcetti da figli dalla patria della pizza, degli spaghetti e del mandolino, ci hanno consigliato un ottimo ristorante, in fondo al porto sulla sinistra.
A sinistra avevamo un Greco in là con gli anni, autoritario sia con la moglie all'ancora che con il figlio, e anche con noi vicini. Ottimo marinaio, a giudicare dalla manovra con cui era entrato senza finire con l'elica nella trappa del corpo morto, ma un vero stronzo in quanto a rapporti sociali. Neanche un ciao, andandosene, peraltro con una certa eleganza nonostante il vento al traverso.
Il caffè, scrivevo, è sul fuoco. La macchinetta piccola, da single, giusto per riprenderci dal caldo e trovare l'entusiasmo per finire i lavoretti che ancora mancano. Cime da impiombare, fettucce da cucire. Piccoli frammenti di cambusa da spostare qua e là in cerca della minima energia potenziale dove possano riposare durante la prossima bolina.
Quando sento il mio simpatico vicino tedesco urlare, esco a dargli una mano. E lo vedo, in effetti, occupato a difendersi da un grosso charter, saranno 14 metri, messo quasi di traverso sulle nostre catene. Nonostante ogni evidenza lo sconsiglierebbe, invece di andarsene e rifare la manovra il tipo al timone, seduto, con un sorriso serafico che lascia intendere grande esperienza, anche se non si sa bene riguardo quale argomento, insiste a marcia indietro con lo spigolo di dritta puntato alla murata di una barchetta a motore greca - strano, il proprietario non sembra apprezzare - e il traverso di sinistra a raschiare il mascone del Tedesco.
A bordo solo un altra persona, un uomo tutto d'un pezzo assolutamente impermeabile ad ogni insulto. Sta all'ancora, imperturbabile, e ha occhi e orecchi solamente per lo skipper.
Il Tedesco e lo skipper parlano la stessa lingua, ma non sembrano apprezzare la reciproca compagnia. Soprattutto il primo credo si senta offeso dai ripetuti tentativi dell'altro di bucargli la murata. Quest'ultimo però pare in buona fede, e nemmeno risponde mentre chirurgico ingrana marcia avanti e marcia indietro per meglio ricamare la sua firma sul gelcoat del mio vicino.
Alla fine, però, deve prendere atto che lo spazio libero è, per lui, troppo poco. Soprattutto considerata la sua ostinazione a voler entrare di fianco. Con una smotorata decisa esce, accompagnato dalle urla in antico sassone di Sighi, che con una cattiveria tutta nordica li accompagna via spingendo con entrambe le mani sulla stoffa del tendalino. Cattiveria assolutamente sprecata, dato che del tendalino di un charter a nessuno frega nulla.
"Vai di là!" Urlano all'unisono il Tedesco e il Greco, dimostrando che una comunioni di intenti tra i due popoli è possibile, a patto di poter scaricare il problema a un Italiano.
E il charter viene di qua.
Dà fondo sulla mia catena, ma non subito: dopo averci danzato un po' sopra, con l'ancora a mezz'acqua, come con quell'antico gioco a gettoni, da fiera, in cui con una gru dovevi cercare di pescare il tuo premio. Lo insulto un po' anche io, sono mica da meno dei miei vicini, mentre si avvicina alla mia prua con la stessa arroganza e strafottenza con cui prima aveva attentato al mascone di Sighi e Brigitte.
A manovra finita lascia il motore in retro, con la poppa che sbatte in banchina, per esser più comodo a tirare le cime, e la catena in bando, con la prua che abbatte, spinta dal vento e dalla corrente, sulla barchetta in legno alla sua sinistra. Poi spegne il motore e si rilassa.
"Sono di Vienna, Austriaco" si presenta. "Siamo diversi dai Tedeschi." Cerca complicità contro Sighi, ma non la trova. Tuttavia resisto alla tentazione di chiedergli notizie geografiche sulle coste e sui porti del suo paese.
"Scusami, ma sarebbe il caso tu tirassi la tua catena, così non serve a nulla." Gli dico invece, gentile.
Lui mi guarda come se il discorso non lo riguardasse. "Dici?" mi risponde.
Va a prua e la tira di un paio di metri. La mia è quasi orizzontale, la sua pare la bava di un ubriaco addormentato sul divanetto del pub.
"La catena continua a essere lasca" insisto, e poi, didascalico "sai, da queste parti può essere molto ventoso, e se mi venissi addosso la mia ancora non terrebbe tutti e due"
"Se hai paura che la tua ancora non tenga puoi ormeggiarti a me" mi risponde. Vedo rosso.
"La mia ancora tiene da una settimana, e prima ha tenuto per mesi, per anni, qui e altrove. Se tu mi vieni addosso, però, ti buco la barca appena sotto il galleggiamento."
Mi giro sprezzante, e con un agile piroetta da incallito lupo di mare scendo in pozzetto e poi in dinette.
Dove la macchinetta del caffè è ancora sul fuoco.

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