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Il giardiniere

 
Alla mia sinistra c'è un Francese. Ieri da me è mancata la luce, e io gli ho chiesto se lui l'avesse. "Sì", mi ha risposto, ed è sceso ad aiutarmi. Siamo andati insieme al quadro elettrico, lui ha staccato la sua spina invitandomi a provare a infilare la mia ma niente, a me non funzionava. L'ho tolta e lui ha rimesso la sua. Nel rimetterla, ha sfiorato con i due poli il mio mignolo destro e quasi me lo ha staccato con una scossa che mi fatto urlare e saltare indietro di un metro.
"Non è possibile" ha protestato lui...
"Prova tu, se non mi credi" gli ho risposto, flebile, i denti ancora stretti dal dolore.
Non ha provato, ma è salito a bordo mugugnando a controllare qualcosa, forse di non avere l'inverter acceso. È sparito.
Alla mia destra non avevo nessuno, fino a questa mattina. Poi sono arrivati  i miei vicini Svizzeri, baldanzosi. Sono saliti a bordo giusto quando su Duna si era deciso di rimandare la prova del serbatoio perché "Poi, a svuotare 150 litri d'acqua, nel piazzale facciamo un casino".
I vicini svizzeri tolgono la copertura esterna della loro barca e, prima ancora di caricare i bagagli, attaccano la pompa e cominciano a lavare la barca. Nel piazzale si forma rapidamente un acquitrino, e sinuoso un fiume melmoso comincia lento a cercare la strada del mare.
Il mio vicino svizzero, è evidente, da tempo immemore non ha niente di così potente tra le mani, e controlla a fatica il getto. Il getto finisce sotto la mia barca, dove abbiamo lasciato la vela nuova, un paio di taniche e le mie scarpe. Quando esco furibondo ad allontanare i miei averi dal raggio di azione della sua protesi in gomma, questi finge di accorgersi proprio in quel momento di aver sbadatamenrte dimenticato di avvertirmi che stava per lavare la barca con una pompa che sarebbe sfuggita al suo controllo - del resto si era dimenticato anche di salutarmi, incrociandomi al suo arrivo - e mi rivolge un "sorry" fasullo come i suoi denti in porcellana. Con freddezza rispondo, mettendolo meticolosamente al corrente delle ultime bestemmie coniate sul suolo italico, mentre trascino via la mia randa Bianchi&Migliori ancora intonsa. Le mie scarpe le metto al sicuro da pioggia e inondazioni su un sasso, appena sotto il timone della Duna. Risalgo a bordo.
Il programma di oggi prevede, in alternativa ai giochi d'acqua legati alla ricerca della perdita del serbatoio della dinette, la sostituzione dei cavi per il frigorifero. Il motivo è semplice: ho 2 volt di caduta di potenziale tra la batteria e il compressore, così che appena la prima cala sotto i 12.5 volt il secondo va in protezione e si blocca. Praticamente tutti i giorni dal tramonto all'alba.
Uno degli stimoli che mi hanno spinto a comprare Duna, quasi dieci anni fa, era l'impianto elettrico appena rifatto dall'ex proprietario, sedicente elettricista. In effetti mi aveva mostrato il quadro aperto, cablato alla perfezione, ordinato, pulito. Tanti cavetti rossi perfettamete identici tra loro che distribuiscono l'energia dallo staccabatterie alle utenze, attraversando con una logica stringente interruttori e fusibili. Una meraviglia. Aveva, certo per dimenticanza, mancato di aprirmi lo sportello immediatamente sinistra, quello con tutti gli scheletri degli ultimi trent'anni. Un groviglio stratificato di rame e plastica, in cui ogni collegamento ha una propria logica, a volte perfettamente adatta al risultato desiderato, a volte oscura, dubbia o persino aliena al pensiero scientifico in voga sul pianeta Terra; in ogni caso mai simile a quella del suo vicino. A quegli scheletri anche io, come prima di me tutti i precedenti armatori di Duna, ho aggiunto nel tempo i miei: nuovi cavi per il verricello, per l'impianto eolico e quello solare, per il regolatore di carica, per il radar. Ovviamente, con lo stesso spirito.
I cavi del frigo fanno parte degli strati più antichi, ma è evidente che sono stati più volte rimaneggiati. Infatti sono incastrati a forza dentro un corrugato che attraversa pittorescamente due gavoni per poi tagliare ortogonalmente sotto il carteggio, il mobiletto degli attrezzi e la sentina e infine risalire sotto il lavello della cucina. L'idea è quella di usare i vecchi da pilota, e così la prima mezz'ora la dedico a collegare i vecchi cavi, da 4mmq, ai nuovi, da 10mmq. Che sommando le aree già si sarebbe potuto prevedere un problema di sovrapposizione degli spazi intermolecolari. Ottimista, decido per far spazio di tirar via anche un vecchio rimasuglio da 5mmq, grigio, la cui antica funzione mi risulta tutt'ora sconosciuta. Quindi li saldo, li lego, li nastro, li cospargo di vaselina, vado a tirare e... non si muove nulla. Sono cementati nel corrugato, insieme a tutti i compari, e non riesco né a sostituirli né a toglierli: il problema della sovrapposizione degli spazi intermolacolari è già stato affrontato in passato. Non mi resta che abbandonarli lì: altri scheletri vanno ad aggiungersi al cimitero di rame.
Passare il nuovo corrugato mi prende quasi tutta la giornata. Devo forare il quadro elettrico, il carteggio, il mobiletto, il lavandino. Il lavandino lo foro due volte, perché il primo buco lo faccio troppo vicino al madiere e finisco su due centimetri di fazzolettatura in vetroresina. Istallato il corrugato, i nuovi cavi non scorrono, e ovviamente in mezzo a tutto questo casino - la barca nel frattempo sembra essere esplosa - non riesco a ricordarmi dove diavolo ho messo il mio sondino da elettricista. Devo rismontare il corrugato, infilare a fatica i cavi e rimontarlo.
Mentre ho ancora il corrugato in mano sento un rumore strano provenire dalla coperta. Esco in pozzetto e fulmino con lo sguardo il mio vicino svizzero, certo un giardiniere in pensione, che con il suo tubo fuori controllo sta ora inondando il mio ponte, i miei cuscini stesi a prendere sole, e i miei osteriggi aperti. Questa volta non si scusa nemmeno: finge innocenza e mi dà le spalle. Per fortuna che ho spostato le mie cose sotto la barca, mi consolo. Almeno le scarpe si saranno asciugate, nel frattempo.
Torno sotto e passo alla prova successiva, quella di preparare i contatti, non mancando di saldare abilmente, superando enormi difficoltà, il rosso direttamente sull'interruttore, al posto dell'alimentazione proveniente dallo staccabatterie principale. Lo dissaldo con altrettanta fatica, lo infilo al posto giusto. Faccio la prova. E c'è ancora un volt e mezzo di dispersione.
Provo con il tester, risalendo il circuito dal frigo verso il quadro elettrico, fino a scoprire l'acqua calda: sono i venti centimetri di cavetto da 1mmq che vanno dal positivo all'interruttore, da questo al fusibile e dal fusibile all'uscita del quadro, quelli uguali a tutti gli altri perfettamente cablati, ad assorbire tutto. Maledetta logica.
E maledetto lo Svizzero. Infatti Duna, con il suo spigolo, raccoglie tutta l'acqua della coperta sul bottazzo, la fa scorrere fino allo specchio di poppa e poi giù, lungo la chiglia, fino a timone.
E sotto al timone ci sono le mie scarpe.

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