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Spezzo le catene!

Passo i pomeriggi a fotografare le nuvole.
Si avvicinano da ovest, di là dalle cime di Milo, fanno ruotare il vento, soffiano raffiche che strappano schiuma al mare color del vino, mi passano sopra e si allontanano. Via, lontane. E io qui.
Passo le mie giornate a fotografare le nuvole, e le albe e i tramonti. E i gabbiani alti nel cielo, e i riflessi della luna piena sull'acqua ferma appena sotto la scogliera.
E le giornate passano, lunghe eppure rapide. Brevi intermezzi tra una colazione e una cena. Infinite ore a controllare la presa dell'àncora. Sto scadendo? Accendo il motore?
C'è il sole e tutto mi sembra possibile. Partirei subito, anzi sto per farlo. Ma l'orizzonte si fa scuro, e io lì devo andare, e il tuono si fa sentire, cupo. Aiuto, penso senza volerlo, sto per morire.
Nuvole che passano sopra di me, al mio fianco, e la barca che segue docile i cambi di vento. Ho dato catena, tanta catena per essere sicuro, questa mattina, quando la prima raffica mi ha sparato senza preavviso verso la scogliera. Ora sono sicuro. Oppure ho raggiunto uno stato mentale in cui sono pronto ad accettare, a reagire. Dovrei partire forse. Se solo fossi sicuro.
Ho passato l'intera giornata a fotografare le nuvole, ad osservare il cielo, preoccupato, o rapito a seconda dei casi. Con la cerata o a torso nudo, a seconda delle ore, dei venti, del numero di bicchieri mandati giù per passare il tempo studiando le nuvole.
Ho ascoltato il cielo per l'intero giorno, ma non mi ha detto nulla di personale. Non mi ha dato indicazioni sulla rotta, sulla partenza, sul domani. Non mi ha consigliato se andare o rimanere, o tornare addirittura indietro. Non ho aiuti, in questo. Sento che dovrei fare qualcosa. Partire, forse. Tornare, o andare. Fuggire o rapire un'occasione. Sento la folle frenesia per il movimento.
Ma queste nuvole...



Ore 6, la sveglia suona pimpante. Apro un solo occhio, la palpebra ancora pesante dal vino di ieri, sollevo con fatica un pollice, la spengo. Abbasso pollice e palpebra all'unisono, con stanca fierezza, riprendo il sonno interrotto con la facilità derivante da lungo e studiato allenamento.

Ore 7, stavolta è Duna che mi sveglia, con uno scodinzolare diverso da quello degli ultimi giorni. Mi alzo, apro il tambucio e mi ritrovo davanti la spiaggia. È entrato il vento da Nord.
Mi sforzo di seguire i miei ritmi, e metto su il caffè. Fino a pochi anni fa non avrei mai immaginato qual fosse il problema principe per il navigatore solitario, almeno in acque trafficate. La scorsa settimana, ad esempio, ben conscio dell'umana fragilità, ho dovuto prendere la cappa nel bel mezzo del cratere di Santorini e scomparire "brevemente" sottocoperta… Meglio seguire i miei ritmi, metto su il caffè. Fatto, sono pronto per salpare.

Sono diversi giorni ormai che orbito qui nel golfo principale di Milo. Il primo giorno ho percorso la litoranea sulla mia splendida bicicletta barattata a Leros in cambio della mia partecipazione alla regata in onore di Göran Schildt, costavano uguale, ho fatto la mia scelta, ma il prossimo anno tremate, tristi Finlandesi smunti! Sono arrivato alla prima insenatura riparata dal vento da sud, sono sceso giù dopo aver lasciato la mia bella incatenata a un cespuglio, ho preso atto di esser capitato in una spiaggia per nudisti e  mi sono volentieri adeguato.  Poi, sul ritorno, capretto al forno e formaggio fresco in riva al mare. 1-0 palla al centro.
Il secondo giorno ho fatto spesa e riempito i serbatoi di nafta e acqua. 1-1. Il terzo è entrato sud pieno e sono venuto qui, al riparo, in quattro metri di acqua cristallina: 2-1, direi. Poi è venuto a piovere, son cominciate le raffiche, nuvoloni neri alternati a sole a scoppio… 2-2, decisamente. E oggi, perdìo, prendo in mano il mio destino e me ne vado, fanculo a Malea e alle previsioni  meteo che mai mi consentono di passarlo. Spezzo le catene!

Ore 8, esco motore e randa dal golfo, diretto esattamente dove deciderà di portarmi il vento.

La giornata sarà lunga e varia. Dalla bolina al lasco, dai 7 nodi - oddio smagriamo la randa - a un nodo scarso nei rifiuti del vento di Seriphos. Fino a che, scrostato da ogni passato, inutile stazionamento in una qualsiasi pur splendida isola del cazzo, eccomi entrare a Finika, Syros, scortato dai colori sanguigni di un tramonto a esser sinceri quantomai preoccupante.

Giù le vele, mi avvicino al molo - ma sì, stasera al molo, scialiamo - adocchio il mio posto, fermo tutto e preparo la barca,  il vento è poco e scado piano piano verso il largo.
Parabordi, cime, àncora. Sono pronto, do motore…
E un idiota con l'insegna da charter si infila tra me e il mio ancoraggio!
Gli fischio, gli faccio cenno. C'è posto per tutti, ma diobbòno se sto manovrando mica puoi metterti in mezzo. "Maifrend, you first" mellifluo lo skipper, ma rimane tra le palle. Io manovro, mi giro, me lo trovo ancora davanti, manovro ancora, di fretta - limorti vostra, penso, ma non ce l'avete 'na casa, 'na famija… - arrivo nel punto previsto, mollo la frizione, forse troppo, forse troppo tardi, ma che palle con questo "youfirst" che mi alita sul collo. 180 da guappo e via in banchina, ma la catena scorre tardi, forse ne ho accumulata troppa.
Agli ormeggi trovo l'aiuto di Nicolò. Mica lo conoscevo, prima: lo conosco adesso, 10 minuti dopo che mi ha sistemato le cime. Qui è così, è tra le cose che amo.
Prima ancora di presentarci ci annusiamo chiedendoci l'un l'altro, circospetti, da dove veniamo, dove siamo stati, dove siamo diretti. Stabilite le misure, è lui che mi sorprende.
"Lo sai, vero, che c'è una catenaria, devono mettere le trappe, qui davanti?"
"No, dove?"
"Più o meno dove hai calato l'àncora"

Incatenato, di nuovo.


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