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La ricerca del Graal


“All paths are the same: they lead nowhere. ... Does this path have a heart? If it does, the path is good; if it doesn't, it is of no use. Both paths lead nowhere; but one has a heart, the other doesn't. One makes for a joyful journey; as long as you follow it, you are one with it. The other will make you curse your life. One makes you strong; the other weakens you.” 
― Carlos Castaneda, The Teachings of Don Juan: A Yaqui Way of Knowledge

Sono seduto su un alto sgabello al tavolo di un gyros qui ad Adamas, Milo.
Neanche un'ora fa ho dato àncora dopo aver puntato il molo, staccato il motore e affidato il timone ad Arthur. Apri frizione, stringi frizione, ha fatto testa: apri di nuovo, ma non troppo. Di nuovo io al timone, 180 da guappo e via in banchina. La scusa ufficiale, anche con me stesso intendo, è che ho finito la birra. In realtà è da Leros che non tocco un porto, e comincio ad avere fisicamente bisogno di gente intorno. Strano, non lo avrei mai detto. Ed è con disappunto che scopro appena due barche in tutto il molo, di charteristi per di più (non me ne vogliano i soliti prevenuti: è che è difficile fare amicizia con chi arriva in barca già gruppo, e in una settimana deve risolvere tutto. Altra storia con i viaggiatori, coi solitari, coi marinai). E così, ripulitomi e lucidatomi dopo giorni e giorni di vita selvatica, mi sono fatto coraggio e sono sceso a terra.

Prima impressione: balla tutto. Il molo in pietra è un tapis roulant istabile, ondeggiante, in preda a quei tremori che persino l'onda distante di Amorgos mi ha risparmiato. Sarà la stanchezza, mi dico, e vado avanti. Ristoranti sul lungoporto. Luci, persone, guide turistiche che tentano di vendermi emozionanti gite in barca a vela. Oggi il log ha ufficialmente scandito il mio duemillesimo miglio, ma sono troppo scosso dal mal di terra per tirarmela, e la mia risposta arguta resta nell'aria.
Dopo aver individuato supermarket, panificio, ortolano, tutti buoni per domani, scelgo il mio gyros, entro, e improvvisamente comincia il trip.

Il locale è semplice ma illuminatissimo, e dietro il bancone di vetro è tutto uno sbrilluccicare di souvlaki già scottato. Sono tre inservienti, vestiti di nero, di cui uno alla cassa.
Davanti a me un bambino alto neanche un metro, grassoccio. Sta tenendo banco con versi scomposti agitando le guance flaccide in attesa del suo panino. Il tipo alla cassa mi chiede cosa voglio, dato che nessun altro mi dà retta. Io provo a dirglielo, ma non c'è più neanche lui. Al che mi rilasso, sono sicuro di avere tutto il tempo del mondo. Faccio un cenno, arrivo al frigo e mi stappo una birra, mi appoggio al muro. Aspetto. Il bambino continua ad emettere suoni sensa senso. La luce cade giù lenta e intensa, gialla, dai lampadari fissati al soffitto. I tipi dietro al bancone ridono e si muovono al rallentatore, il tempo sembra singhiozzare, il bambino gorgoglia suoni gutturali, il souvlaki è immobile nella sua guaina bianca di grasso gelatinoso, freddo.
Il cassiere si scusa per l'attesa, io alzo le spalle e continuo a bere la mia birra. Ho tempo, ho tempo, gli dico, mi ripeto, e il tempo singhiozza sotto la fontana di luce giallastra. Il bambino ride, prende in mano il panino, sparisce con un'improvvisa accelerazione. È il mio turno.
Ordino una cosa, la prima che mi viene in mente, diversa da quella che avevo chiesto prima, e al cenno del cuoco rispondo, vago, in italiano "ma sì, butta dentro tutto". Pago, esco, mi siedo.

Ora sono seduto su l'alto sgabello, di fronte alla piazza, a fianco della fermata dell'autobus. Mangio lentamente, estraendo con le dita le patatine fritte dall'intruglio di salse e carne e cipolla. Osservo le persone intorno a me. Tutto continua a ballare, il cibo mi dà una leggera nausea, rido da solo all'idea della possibilità - tangibile - di vomitarglielo qui, ora, dopo tutto questo mare. Poi mi controllo, mi guardo intorno, mi avrà visto nessuno?
Penso alla giornata appena navigata, ai miei pensieri, ai miei calcoli. Alla continua pulsione che ho di cambiare rotta e di tornare indietro, un porto sicuro, amici fidati e, alla fine dei giochi, un comodo passaggio in aereo fino a casa. Razionalità ed emozione, e una buona dose di follia da tenere a bada.
Arriva l'autobus, la gente si mette in coda. Passa una coppia, una vecchia hippie dagli occhi trasparenti mi guarda mentre sale, mi indica col dito, proprio me, ammicca e mi sorride come se mi conoscesse da sempre, sparisce lasciando di sè un'ombra di trent'anni più giovane. Credo sia il Segnale.
Mentre cerco di decodificare l'accaduto, il tempo attorno a me ha un altro singhiozzo, e quando si riprende non è più lo stesso.
Il gatto arancione che attraversa la strada lo fa separatamente dallo sfondo, e subito dopo il ragazzo che impenna con la bici. Poi è la volta della ragazza scalza, bel culo tra l'altro. Mi giro verso l'insegna del locale, immaginando di veder scritto "Don Juan", ma niente: quello che sta succedendo dipende solo dalla mia testa. Sono in grado di percepire ogni singolo movimento attorno a me, e di comporlo insieme agli altri per simulare quella comunemente definita "realtà". La donna bionda, qui accanto, ha un appuntamento. Niente di che, è solo un'amica, ma si abbracciano forte sullo sfondo della notte. Le turiste spagnole ricompaiono proprio nel tavolo a fianco, ne riconosco l'odore umido di bagnoschiuma, doccia appena fatta, per poi sfumare nel buio, verso il molo. I marinai del traghetto mangiano silenziosi nelle loro tute da lavoro, come sempre. Il tipo pingue ha sulla maglietta una scritta al contrario che leggo a fatica mentre lui, passando, mostra prima i suoi pettorali palestrati e poi il suo profilo da impiegato. "Aggressive".
Io sono al di fuori, eppure compongo il tutto, come se tutto dipendesse dalla mia composizione.

E allora mi viene in mente, un attimo prima che l'incantesimo scompaia rapido così come è arrivato, e allora mi chiedo: è per questo, in realtà, che viaggio? Cosa sto cercando veramente, e dove? E non è forse ogni giorno qui con me, sempre che mi interessi, la risposta?

Mi alzo barcollando, cercando di indovinare coi piedi le ciabatte che il gatto arancione ha sparso per il selciato. Svuoto il vassoio nell'"apposito contenitore", adocchio il markettino dove comprare le birre, attraverso la strada evitando la ragazza scalza col bel culo, attento a non ostacolare il ritmo del tempo. Deve esserci un senso, in tutto questo.
Deve esserci un senso, in queste boline infinite, in queste enormi onde al lasco, in questa schiuma, in questi orizzonti lontani. In queste vele che chiamano a continue cure, questi gesti ripetuti eppure sempre importanti, diversi, attenti. In questo mare che scorre, che corre, in questa stanchezza che mi culla le ossa la sera, in cuccetta, in attesa della prossima alba. In questi pasti saltati, nelle pause rubate, alla cappa, nelle isole oltre l'orizzonte e in quelle vicine, che deviano il vento a loro piacere. Deve esserci un senso in questo andare continuo di cui non posso fare a meno, come uno squalo che respira solo grazie al proprio stesso movimento.
È come se solo dopo aver accumulato abbastanza ore di solitudine, sale, fatica, purificato il corpo, liberata la mente da ogni legame con la mia esistenza precedente, potessi finalmente aspirare ad avere la Visione. 
È come se, forse, sperassi di poter essere, come nei miei sogni di bambino, sir Galahad, sul suo cavallo bianco, alla ricerca del Graal.



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