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I've had a dream


Ho fatto uno strano sogno, che ancora adesso non mi lascia dormire. E allora rimango qui in pozzetto, a dondolare nella debole risacca lasciata dal vento appena calato e nel canto dolce proveniente dalla spiaggia di Sivrice Limani. Mi arriva attraversando la nera superficie liquida insieme ai riflessi dei lampioni e delle luci delle palafitte, così come mi è arrivato il richiamo del muezzin, puntuale alle 21.50, roco stasera, triste e stonato come fosse vecchio e stanco l'uomo di là dal microfono. Alle mie spalle il Sagittario insegue lo Scorpione sullo sfondo della Via Lattea, in un cielo di seta. E al di là del canale, a poche miglie, le luci di Lesbo. Siamo a un passo dalla Grecia, potremmo quasi toccarla con un dito, da qui, o approdarvi facilmente se solo ci facessimo trasportare dalla debole e fidata corrente. Lo faremo tra un paio di giorni, dopo aver sbrigato la burocrazia di uscita ad Ayvalik, poco più giù.
La sera è dolce, la cantante sulla spiaggia intona una canzone italiana che non riconosco. E io ho fatto un sogno strano, da cui devo liberarmi per poter andare a dormire.
Eravamo io, Manu, Duna, Arthur, Marvin e lo Zio Nanni. Quest'ultimo si godeva il suo giorno di riposo, dopo averci fatto attraversare indenni i Dardanelli e veloci il canale di Bozcada, e Marvin riposava sotto la sua capottina dopo il lavoro straordinario degli ultimi dieci giorni. Eravamo di nuovo in Egeo, di nuovo a vela, il sole splendeva e il mare era di nuovo blu.
Evitavamo una serie di navi enormi e indifferenti. Evitavamo una serie di pescherecci intenti a salpare le reti. Proseguivamo verso sud, di bolina larga, aiutati dalla corrente, verso quel capo oltre il quale solo uno stretto braccio di mare separa la costa Turca da Lesbo.
Al traverso del capo mettevamo al lasco per evitare un gozzo con una famigliola a pesca. Più in là un'altra barca di pescatori, bassa sull'acqua, e poi avremmo dovuto accostare ancora per arrivare qui a Sivrice Limani. Se sembra troppo realistico, questo sogno, è solo perché sto aggiustando i particolari per tirarne fuori una storia plausibile.
In navigazione ho sempre a portata di mano il mio fido binocolo, ricordo della gita sul Don in compagnia dei reduci del fronte russo - ma questa è un'altra storia - e lo uso ad ogni golfo, ad ogni capo, ad ogni incrocio. Nel sogno lo usavo nell'evitare largo l'ultima imbarcazione. E quello che ho visto ha dato inizio alla particolarità del sogno stesso.
Impreco tra me e me, ricontrollo, impreco di nuovo. Manu è a poppa, unica parte all'ombra dell'intera barca a quest'ora. Le passo il binocolo mentre pronuncio una parola di per sé assurda: "migranti".
In questi giorni ho fotografato stormi di anatre intente ad attraversare il Mare di Marmara, pellicani, gabbiani, delfini a profusione, senza chiedermi da dove venissero, né dove fossero diretti. Noi stessi, io Manu la Duna Arthur Marvin e lo Zio Nanni, siamo in movimento da mesi, "multas per gentes et multa per aequora". Perché nel sogno ho pronunciato quella stupida, inadeguata, banale, ridicola parola proprio non so, non riesco ancora a perdonarmelo.
Avrei dovuto semplicemente dire quello che vedevo attraverso le lenti: "ci sono 30 poveri cristi su un gommone carico a picco, coi tubolari quasi sott'acqua e il motore presumibilmente in panne, che nonostante tutto questo stanno cercando di arrivare in Grecia". Ecco, questo avrei dovuto dire, se fosse stato un sogno serio. Ma non riesco ad essere figo nemmeno nella mia immaginazione, per cui ho passato il binocolo a Manu che, dopo aver guardato, si è fatta buia in faccia. E adesso?
Qui il sogno è un po' confuso, ricordo di aver pensato qualcosa del tipo "perché proprio a me". Ricordo che la giornata era bella, il sole splendeva, il vento era gentile, l'onda dolce, noi eravamo appena rientrati in Egeo ed eravamo finalmente a vela, e mi sembrava assurdo potesse coesistere a poche centinaia di metri da noi un gommone stracarico di gente tutti con la faccia a sud, come le anatre intente a traversare lo Stretto di Lesbo, che non condivideva il nostro stato d'animo leggero e spensierato. Questa gente me la sono sempre immaginata nel mare in tempesta, disperata, pronti ad agitare mani, a urlare, chiedere aiuto. Qui invece il mare era amichevole, e i tipi, seppure stipati all'inverosimile, non facevano un gesto per attirare la nostra attenzione. Se non avessi usato il binocolo sarei passato loro accanto convinto di aver incontrato l'ennesima barca di pescatori, l'ennesima famigliola felice.
Nel sogno siamo andati avanti per un po', senza saper bene cosa fare, mantenendo la rotta. "Non sono mica fatti miei, dopotutto" mi sono sentito distintamente pensare "Lesbo è di là, ce li porterà la corrente". Un attimo dopo Manu aveva visto uno di loro fare un gesto nella nostra direzione, come a chiedere aiuto, e io, nell'indecisione bestemmiando, che non guasta mai, mi ritrovavo a cazzare le vele per la bolina.
Passaggio sopravvento, controllo visivo, provare a comunicare, eventuale lancio di acqua e viveri, al limite la tanica della benzina del tender (sono appena cinque litri, non ci sarebbero arrivati da nessuna parte, ma nei sogni non si ragiona in maniera logica), eventuale chiamata di soccorsi via radio. "Non facciamo salire nessuno a bordo", gli accordi con Manu.

Mi interrompo un attimo, deve essere passata una nave al largo e improvvisamente la Duna ha cominciato a rollare. Le onde proseguono verso la spiaggia, frangono. Rumore di ghiaia bagnata nella notte.
Il paesino, qui, si è fatto più tranquillo. Le taverne sono semivuote, tranne quella sulla palafitta, dove la donna continua a cantare. Clima di vacanze di altri tempi.  Un turismo fuori mano, fatto con macchine scassate in alberghi approssimati. Cene collettive sulla spiaggia. Un clima spensierato.

Nel mio sogno, a neanche 10 miglia da qui, noi siamo effettivamente passati sopravvento ai tipi e, poco prima di averli al traverso, abbiamo mollato le vele per rallentare. Ricordo che mi ero ricordato di aver letto le raccomandazioni della Guardia Costiera Italiana, a proposito di queste situazioni. Dicono di non avvicinarsi, di chiamare i soccorsi e rimanere disposizione. Dicono che avvicinandosi si rischia che i disperati si agitino e finiscano in mare, o addirittura facciano scuffiare il barcone. Beh, questo era un gommone, difficile da far scuffiare con mare calmo, non sapevo a chi chiedere soccorso, né in quale lingua, e comunque anche loro sembravano aver letto le raccomandazioni della Guardia Costiera Italiana, perché nessuno si agitava.
A prima vista sembrano solo tanti, troppi, e stanchi. Ogni tanto qualuno agita una mano nella nostra direzione. Tre ragazzi sono in acqua, appena a fianco del tubolare. Poi capiremo che i più giovani fanno a turno, fuori, per far respirare gli altri. Proviamo a comunicare, e appena apriamo bocca è tutto un fiorire di "Help!" casuali fino a che non si passano parola e non si tira su in piedi un ragazzo di forse venti anni, con una maglietta rossa a righe orizzontali, che con un inglese perfetto si candida a interprete del gruppo.
Il motore era in panne, l'unico che sapeva farlo funzionare era il "captain" che però non si sa bene quando come e perché è finito (si è gettato, è caduto, è scappato?) in mare. Niente captain, niente motore. Possiamo portarli in Grecia?
Gelo, indecisione, prendiamo tempo. Il ragazzo interprete solleva in alto un bambino di pochi mesi, per farmi vedere che hanno donne e bambini a bordo, dobbiamo aiutarli. Mi urla anche, mentre l'abbrivio mi allontana, che stanno per morire e che li avremo sulla coscienza, e che quindi dobbiamo aiutarli "for God's sake". Sullo sfondo, qualcuno si offre di pagarmi il traino. M'incazzo, per il bambino, per Iddio tirato in mezzo a forza, per il teatrino, per le urla e le accuse, per aver pensato fosse una questione di lucro. Rispondo che per prima cosa non stanno per morire, il mare è piatto e sono circondati di terre, la corrente prima o poi ce li porterà, per cui deve calmarsi e raccontare meno stronzate. Dico anche loro che se proprio si sentono in pericolo posso portarli fino in Turchia, sono nemmeno due miglia, e non certo in Grecia, dall'altra parte dello stretto. Cori di proteste, la Turchia no. Il tempo sembra troppo amichevole, oggi, perché davvero si sentano in pericolo di morte. Eppure lo sono, e io lo so, ora. Nel sogno no, era tutto così bello che avevo dimenticato di come possa cambiare vento in un attimo, da queste parti, e di come negli stretti tutto sia più complicato. E non mi rendevo conto di quanto fosse precario quel gommone schiacciato da tutti quei corpi.
C'erano giovani, donne, bambini piccoli e ragazzi che da noi sarebbero alle elementari. C'era un vecchio, era a prua e mi guardava in silenzio, agitando ogni tanto una mano. Non sapeva niente del mare, glielo leggevo nei gesti, eppure era lì. C'era un uomo dalla carnagione chiarissima, o almeno credo, il sogno a volte è confuso. Alcuni indossavano giubbotti salvagente, altri stringevano forte una o più ciambelle di plastica nera, le stesse che ho visto utilizzate dalle famiglie di vacanzieri qua in spiaggia.
Abbiamo virato, siamo tornati da loro e abbiamo preso la cappa. Abbiamo trattato. Vi passo una cima, vi porto dall'altra parte, vi lascio al largo, dove sono sicuro che sbarcare sia solo questione di tempo. Si, quella è Grecia, in Grecia vi porto, ma è una cosa che non potrei fare, se foste in pericolo dovrei portarvi in salvo nel ridosso più vicino, ed è ridicolmente dietro di voi, vi ho beccato che usavate gli ultimi litri di benzina per allontanarvene a costo di rimanere in balia degli elementi. Siete in Turchia, non posso portarvi in Grecia, in teoria. Ma lo farò, a patto che…" e qui metto il dito dritto sul naso, gesto a quanto pare internazionale perché tutti all'unisono capiscono e annuiscono e sorridono e cercano di rassicurarmi.
Mi allontano di nuovo per preparare la cima. Ho calcolato che, con la corrente a mezzo nodo, lasciati a loro stessi arriverebbero a Lesbo, chissà dove e senza poter controllare il gommone, alle due di notte. Li avremmo davvero sulla coscienza. 
E riportarli in Turchia, contro la loro volontà, dopo che ce l'hanno quasi fatta, mi pare equivalente a tradirli. Il ragazzo con la maglietta rossa, il vecchio che non sa niente del mare, la donna che ha prestato suo figlio credendo servisse a  muovere la mia coscienza, li guardo in volto, uno per uno. Non è più un "barcone di migranti", un problema politico o morale da affrontare a tavolino. Sono trenta persone inermi nel mezzo del mare, ognuno diverso, ognuno con un vita inutilizzabile alle spalle. Trenta persone che per ritrovarsi qui, in questa situazione, devono aver preso una decisione di una difficoltà la cui comprensione va oltre le mie possibilità, per quanto sfigata possa pensare essere stata la mia esistenza. Persone per le quali essere sbarcate ufficialmente in Turchia significherebbe essersi giocate tutto ed aver perso, senza una seconda possibilità.
Manu imbroglia il fiocco alle draglie mentre io tiro fuori la cima più lunga ed elastica che ho. Poi accendo il motore. Lo Zio parte, fa un rumore di maglio gigante e ingrana da solo la marcia. Cerco di toglierla ma la leva è bloccata. Ma ti pare che figura di merda, riesco a pensare nel sogno, mi offro di aiutare una barca col motore in panne e il mio si rompe… apro il pagliolo, spengo il motore, mi infilo dentro e sblocco la leva dell'invertitore a mano. Ora funziona. Fortuna che non è successo davvero, lo Zio mi gioca brutti scherzi pure nella mia immaginazione.
Torno indietro, passo loro a prua e Manu lancia la cima. Cominciano a recuperarla frenetici fino a che non mi rendo conto che stanno cercando di arrivare sotto la barca. E se ci abbordano e ci tagliano la gola, come da copione? In realtà è il vecchio a prua che recupera la cima coscienzioso, guardandomi con gratitudine mentre si sforza di fare quello che per lui è un favore nei miei confronti. Più cima gli do, più la ingoiano a bordo, e sempre lì a dieci metri sono. Devo interpellare di nuovo il ragazzo con la maglietta rossa per spiegargli che "the longer the safer", se rimaniamo lontani il traino è più sicuro. Siamo tanti a bordo, non potresti pendere a bordo tre o quattro di noi? Mi fa. No, Manuela mi batte sul tempo, questo no. Il ragazzo non insiste, è sveglio e ha capito benissimo la situazione. Mi ringrazia, fa i complimenti a Manuela per avermi sposato. È sveglio, educato, e anche parecchio paraculo. Comincio a invertire la rotta, metto a folle per far andare la cima in tiro piano piano, di nuovo marcia avanti e facciamo i primi metri, mi guardo intorno, sta arrivando una nave e non vorrei farmi vedere, non so cosa dice la legge e non voglio scoprirlo. Accanto alla nave c'è un puntolino bianco che arriva veloce. Prendo il binocolo, lo osservo. Mi sembra tanto una motovedetta.
Ehi interprete, ridatemi la cima, c'è una motovedetta e se ci becca così rischiamo tutti la galera. A prua ora c'è un ragazzo, non vuole mollare, mi guarda dritto negli occhi e mi fa cenno di accelerare, di scappare. Ma dove scappo, amico mio, ma dove scappiamo... Ti prometto che rimango qui intorno, non vi mollo, ormai mi sono affezionato. Se non vi aiutano loro, torno qui e riprendiamo da dove abbiamo interrotto. Ma ora dammi la cima, non voglio guai con i Turchi. Manu tiene d'occhio il coltello che abbiamo sempre accanto al timone, sta per tagliare tutto - questo era il piano B - ma non c'è bisogno. Capiscono la situazione, capiscono tutto, si fidano, e me la lasciano recuperare. E scopro che non l'avevano fissata su una qualche galloccia come gli avevo suggerito. L'avevano tenuta in mano, nelle mani. In tutte le mani. Trenta paia di mani si erano aggrappate a quella cima fidandosi più di lei che del gommone. A ricordare questo punto del sogno mi sale un groppo in gola, ma lì per lì ero troppo preoccupato a fare il vago coi Turchi, da un lato, e a rimanere lì intorno dall'altro.
La motovedetta è arrivata a palla ma si è fermata a distanza e ha spento i motori. Dopo poco ne è arrivata un'altra, dalla direzione opposta, e ha fatto la stessa cosa. Li avevano circondati, e rimanevano lì, immobili. Una grosso yacht  olandese ha puntato di lontano il gommone, poi li ha riconosciuti e ha cambiato bruscamente rotta per passargli lontano. Ha attraversato la scena, pieno di bottane industriali, mentre un tipo abbronzato in pantaloni di lino bianco si preoccupava di riprendere tutto con la sua telecamera. Quando è arrivato a riprendere me gli ho fatto un gesto che lo costringerà a tagliare il suo documentario. Se ne sono andati.
Il sogno si fa noioso a questo punto. Dopo mezz'ora di bordi nord-sud al traverso decidiamo di andare a chiedere ai Turchi cosa bisogna fare: se ci pensate voi noi ce ne andiamo. Solo che appena cominciamo ad avvicinarci facciamo scattare qualcosa per la quale la motovedetta vicina scappa, e quella lontana va dal gommone dei migranti. (Ecco, lo vedi? Ora che sono lontani, una massa indistinta, un concetto generale, sono tornati una categoria astratta). Sembra volerli speronare, ma alla fine si ferma, si affianca, li carica a bordo. Noi issiamo di nuovo il fiocco e, a farfalla, riprendiamo la rotta da dove l'abbiamo lasciata. Mezz'ora dopo ci superano, e col fido binocolo vedo i trenta ammassati a poppa, circondati da militari turchi in tenuta arancione. Un bambino che gioca, il vecchio steso in terra, il ragazzo con la maglietta rossa seduto in mezzo ai suoi due amici. Adduglio la cima, cercando di non pensare alle trenta paia di mani per cui ha rappresentato la speranza, scaccio il senso di colpa, assurdo, per non averli aiutati, per aver lasciato che li riportassero indietro. Mi sveglio, con gli occhi lucidi.

Qui a Sivrice la sera è finita. La cantante ha smesso da un po' di far volare sull'acqua la sua voce dolce. Qualcuno fa il bagno alla luce delle stelle. Il Sagittario si è tuffato in Oceano all'eterno inseguimento dello Scorpione. Verso il largo le luci di Lesbo, e dal mare, che nemmeno un alito lieve di vento increspa ora, mi arriva il rumore di un motore, lontano. Il paese, placido, dorme. E ora che ho raccontato il mio assurdo sogno posso finalmente chiudere gli occhi anche io.
Buona notte.

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