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Don't Worry


Ovvero: mica sbaglio solo io


Siamo un Italiano, un Tedesco e un Greco, in banchina a Galaxidi. I tedeschi in realtà son due: l'altro è l'Armatrice della barca alla nostra destra. A lei girano già le palle. 
Io e il Greco, il Tassista, siamo appoggiati al palo della luce e commentiamo la scena mollemente, con frasi del tipo "chissà quante ne vedrai, di scene del genere" - io a lui, "eh, son tante le barche oggi, anche all'àncora" lui, diplomatico, a me. Nella barzelletta manca il Francese, ma è proprio lui che stiamo aspettando. 
È arrivato in banchina senza aver dato fondo, e alle urla "anchor!!!" dell'ormeggiatore abusivo non fa che dare àncora lì, dove si trova, a dieci metri dal molo. Dopodiché prende di mira il mega yacht sulla sinistra e ingrana baldanzoso la retromarcia. Con lui, a bordo, altri due Galli impegnati a dimostrare meno della loro età anagrafica.
I marinai del megayacht sono esperti del mestiere, capiscono al volo la situazione e iniziano ad agitarsi alla frenetica ricerca dei megaparabordi con cui contrastare il mega, inevitabile, impatto. "Don't worry!" declama però il Francese con il capello scarmigliato dal vento della retromarcia, e tira diritto. 
Arrivati alla giusta distanza, uno dei Galli lancia una cima verso l'ormeggiatore, riuscendo a gettarsela in acqua appena più in là della poppa. "Don't know why, but I was sure of it" è il commento da questo lato della barzelletta. 
Al secondo lancio, la cima ormai zuppa coglie in pieno viso l'ormeggiatore abusivo - quello che sui portolani c'è scritto "non dategli soldi che se li beve tutti in birra", e perché mai non dovrei darglieli, come se io ne facessi un uso migliore - che con grande esperienza riesce a bestemmiare senza lasciar cadere il mozzicone di sigaretta dalle labbra. Nel frattempo sono tre i marinai dello yacht che con i parabordi e i piedi puntati evitano che la poppa degli ultimi arrivati sbecchi la loro plancia. Quando il Francese fa per passar loro un'altra cima, però, si guardano bene dal toccarla, facendogli cenno di trovarsi qualcuno in banchina che lo aiuti. Cinismo professionale. 
L'ormeggiatore dà volta alla cima sottovento. Lo skipper protesta veementemente, la vuole sopravvento, e qui il Tedesco alla mia destra, travolto dall'indignazione, non riesce più a trattenersi e comincia a inveire nel suo inglese approssimato (cioè appena meglio del mio), perché perdìo è ovvio che il Francese deve scontrare il timone e dare motore. L'antagonista non è d'accordo, partono gli insulti, e i marinai dello yacht continuano a faticare. La disputa finisce sul più bello quando la moglie del Tedesco interviene comandandolo con voce tesa e trascinandoselo via, lui con le vene del collo ingrossate, come solo una moglie germanica può fare. Mentre si allontanano lo sento digrignare i pugni di lontano. 
Per fissare in banchina la seconda cima non si fidano dell'ormeggiatore e uno di loro, il Francese n. 2, scende a terra passando, senza nemmeno salutare, per la poppa della barca, tedesca, alla nostra destra. Alla mia sinistra, sento l'Armatrice digrignare i pugni mentre apostrofa il marito rimasto in barca, esortandolo a tenere alto l'onore familiare, come solo una moglie germanica può fare. 
Concluso l'ormeggio, sempre che tecnicamente di ormeggio si tratti, il Francese ha forse un calo dell'alcol nel sangue e si guarda intorno per la prima volta. Alla sua sinistra tre marinai del mega yacht lo spingono via dalle fiancate lucide della loro nave, scambiandosi battute tra di loro. Uno dei tre è una bionda, che lo guarda (materialmente) dall'alto in basso mentre ridacchia coi colleghi. Credo questo lo ferisca oltremodo. Alla sua destra il marito imbarazzato dell'Armatrice, la quale continua a sbraitare indicando la cima che ora le sega la poppa per andare all'anello più lontano, perché il più vicino era troppo semplice. In banchina io e il Tassista facciamo del nostro meglio per reggere diritto il palo della luce, bilanciando accuratamente la rispettiva pigrizia. Tutti noi aspettiamo il momento in cui, a bocce ferme, dovremo collaborare a risistemare le cime, i parabordi, a spostare ognuno di un po' la propria barca per fare spazio non solo al Francese ma soprattutto all'Armatrice tedesca, che sta ormai aspettando solo il casus belli per poter invadere e incendiare la barca nemica. 
E invece, colpo di scena, lo skipper cambia idea (il che parrebbe fare onore a questo suo titolo), e decide che non è il caso di rimanere. Il Francese n. 2 scende a terra a riprendere la cima, sempre rigorosamente trattando la barca alla nostra destra, tedesca, come fosse la sua colonia oltreoceano, la scioglie e torna a bordo non senza averla prima avvolta a doppino nel fuoribordo germanico, considerato evidentemente "bottino di guerra". Altre urla. 
A ritirare l'àncora ci mettono un attimo, ce l'hanno sotto la prua, e poi, allontanandosi, il Francese si volta indietro, si inchina al pubblico e esce di scena dicendo, rivolto ai signori ma soprattutto alle signore: "Lo so, vi mancherò, ma dovrete fare a meno di me. Au revoir". 
E con questo l'assemblea la barzelletta si scioglie.

Commenti

  1. Per tutto il racconto non ho fatto altro che focalizzare la tua faccia e quella del Greco appoggiati al palo: figata :)

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