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Le gare dell'infanzia

Sto cenando davanti al computer, sorseggiando birra e "chiacchierando" contemporaneamente. La discussione della serata è partita dalla barca comoda e sicura, per arrivare alla robustezza vs velocità, a barche moderne vs barche di una certa età, racer vs cruiser e compagnia bella. Mi ricorda tanto l'eterna discussione sui forum di hockey in line "ghiacciaioli sì/ghiacciaioli no", che ricicciava regolarmente alla vigilia di ogni playoff in cui le squadre impegnate calavano i pezzi da novanta finalmente liberi dalla stagione di hockey ghiaccio. Per quanto ne so stanno ancora lì a litigare sull'aria fritta. 
In ogni caso a questo punto della serata abbiamo finalmente scoperto che se la barca è troppo carica non va, il che è lapalissiano, qualcuno potrebbe notare.... infatti la discussione si dirige verso la quantificazione del “troppo”.
Io vengo citato scherzosamente - ma mica poi tanto - come esempio negativo. Ho la barca troppo carica, a detta di qualcuno. Troppo vecchia, per qualcun altro.

Sono appunto in barca, seduto all'angolo del divano di sinistra del quadrato. Il resto del divano è occupato dalle mie borse, dai cuscini smontati, dalla scatola di latta con aghi, filo da vele, guardiapalmo e tela usata. Sotto le gambe ho un aspirapolvere, l'àncora di Francesca rizzata alle gambe del tavolo, un rotolo da 200 metri di cima da 8, 150 metri di cima da 16. Sul tavolo stesso c'è spazio per la mia cena e per il portatile, ma la parte verso prua è ingombra di libri, quella verso poppa è stabilmente occupata dalla morsa da banco che ho istallato questo inverno (la terrò fino a che non finisco i lavori, ricordo di aver pensato, e infatti è ancora qui). Sotto i miei piedi, in sentina, 10 metri della catena calibrata dell'8, accattata da Luciano in partenza per Istanbul, in caso debba armare la seconda linea di ancoraggio, altri 30 momentaneamente stivati a prua: possono servire, prima o poi.
La barca è carica, vecchia, pesante. La sto restaurando, la potrò parzialmente scaricare, ma rimarrà un CBS Serenity sel 1980, 6.5 tonnellate di cui più della metà nel bulbo, scafo a spigolo, albero di 13m. Una vecchia, pesante, splendida - aggiungerei io tra me e me - barca da crociera.

La discussione su internet mi accalora: c'è sempre un esaltato che, non pago di avere un'opinione diversa dalla tua,  pretende di fare proseliti. Sono fenomeni che vanno al di là della mia comprensione: se è davvero sicuro di sé, che fastidio gli procura chi la pensa diversamente? Se c'è chi è soddisfatto di andare per mare a 5 nodi su una vecchia, pesante barca, forse che lui non ha più la certezza di "sentire vibrazioni positive" mentre sfreccia a 15 sul suo bolide ipertecnologico in kevlar?
C'è gente, evidentemente,  che misura le proprie opinioni in base all'effetto che sortiscono all'esterno e, conseguentemente, va in crisi d'ansia se quando incontra qualcuno che non reagisce come i suoi consueti compaesani di circolo.
Gente che ha bisogno non tanto di sentirselo lungo quanto che gli sia riconosciuto lo status di averlo più lungo di qualcun'altro.
A 11 anni anche io, come tanti miei coetanei, ho sbandierato il mio pisellino nel cortile dietro la scuola in cerca di gloria. Se ben ricordo non vinse nessuno: tutti a stirarselo per guadagnare qualche centimetro, un sacco di "adesso è così ma dovete vedere la sera prima di andare a letto", discussioni su quale dovesse essere il punto zero dove posizionare il righello. C'era anche chi barava cercando di procurarsi un'erezione e spacciandola poi per "no no, così è normale: quando ce l'ho dritto è moolto più grosso".
Magari se fossi risultato ultimo, quel giorno, avrei riportato un trauma che, a distanza di oltre trent'anni, mi avrebbe costretto a cercare di prevaricare gli altri sfoggiando erudizione, oggetti materiali, denaro. Ma avrei continuato ad avercelo piccolo.

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Con questi pensieri in testa, vengo distratto dalla voce di un giovane uomo che dalla banchina, rivolto a un amico a portata di voce, apostrofa così la mia barca: “Questa è proprio brutta, vieni a vedere!”. Mai l'avesse fatto.

Sono stanco: da due settimane, invece di riposarmi dopo il lavoro, il sabato parto alle 5 di mattina per l'Argentario. La scorsa settimana da solo, questa con mio padre. Giornate molto belle: tanto mare, sole, vento.
Qualche fulmine un po' troppo vicino oggi. Ma sono giornate stancanti.
E allora mi infurio, mi sfilo dall'incastro in cui mi trovo – ci metto un po' – arrivo alla scala e sbuco in pozzetto dopo aver spalancato rumorosamente il tambuccio, gli occhi fiammeggianti: nessun fottuto coatto esaltato del cazzo può permettersi di offendere la mia barca in mia presenza. Se è vecchia, malandata, appesantita dagli anni e dagli ammennicoli, scolorita, se ha le linee demodé, se non corre come una barca da mezzo milione di euro o neanche come una da cinquantamila, posso dirlo io e basta. E comunque mai in sua presenza.

Esco in pozzetto, dicevo, e li guardo più cattivo che mai. Sono loro, però, che non guardano me: stavano in realtà commentando il gommone di 10 metri ormeggiato due posti più a terra.
Mi rilasso improvvisamente, prendendo nel contempo nota di aver evitato un sicuro pestaggio: sono tre e giovani e – come supposto – coatti. Mi avrebbero tritato. 
Faccio finta di annusare il vento, di ammirare le stelle, controllare gli ormeggi... rimango in coperta quei pochi secondi che possono giustificare la mia comparsa precipitosa. Poi torno dentro, arrancando tra i rotoli di cima, le casse d'acqua, le ancore di rispetto.  
Devo proprio decidermi a sbarcare qualcosa, penso tra me e me sedendomi di nuovo davanti al computer


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