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La relatività dell'essere cicala


Siamo arrivati in cantiere da quasi una settimana. Abbiamo scostato i teli di copertura, liberato la dinette alla meno peggio, lasciato le nostre valigie semiaperte sulle sedute del pozzetto, sgomberato la cabina di poppa giusto per avere un posto dove poterci sdraiare.
Qui davanti a noi, dall'altra parte del viale polveroso che separa le file di barche verso mare dalle file di barche verso monte, c'è una coppia di anziani pensionati tedeschi che ricordo di aver incontrato lo scorso anno a Naxos. Lui si vantava di essere l'unico in Mediterraneo - oltre me, aveva appena scoperto - a calare ancora in porto andando di prua per poi girarsi in banchina. Io gli avevo risparmiato la brutta notizia che la nostra manovra viene chiamata in Toscana alla viareggina (cit. il T, che me lo ricorda ogni volta con lo stesso finto, divertito disprezzo), e ci sarà pure una ragione.
Loro sono continuamente, ora dopo ora, all'opera.


Noi ci svegliamo tardi e lentamente scendiamo la scala a pioli che ci porta ai bagni. Loro sono già lì a lucidare gli acciai con uno straccio di lana e un piccolo spazzolino da denti.
Noi saliamo in motorino per andare a fare un giro, a prendere un caffé, a fare un tuffo in mare. Li lasciamo al lavoro e li ritroviamo ancora intenti a sgobbare. Pulire, scartavetrare, imbarcare cose e sbarcarne altre.
Noi pranziamo, all'ombra della copertura che Riccardo ha sistemato sul pozzetto. Loro sono qui sotto, in pieno sole, a respirare la polvere di un ridicolo e costoso aggeggio a vibrazione con il quale pretendono di - e riescono a - carteggiare l'intera opera viva panciuta del loro quindici metri a chiglia lunga.
Noi qui a bere vino ghiacciato e loro lì a sudare. E l'elenco potrebbe allungarsi all'infinito.
E mi metto, divertito, nei loro panni.


I panni di una coppia di scorbutici e cocciuti pensionati tedeschi, certamente stremati dal lavoro ingrato che anche quest'anno non hanno voluto subappaltare al cantiere, con forse i classici pregiudizi (peraltro giustificatissimi) sui mediterranei in genere e sugli Italiani in particolare, cui oltretutto mancano due informazioni fondamentali:
1) La barca non è la nostra. Siamo solo ospiti di un caro amico il quale poi, al suo arrivo, farà sì a sua volta carena.
2) Siamo qui solo per caso, di passaggio, in attesa di poter proseguire per la Turchia e per la nostra barca, dove a nostra volta avremo da lavorare.
E mi immagino come amici e parenti probabilmente li accusino con malcelata invidia di comportarsi da cicale, e loro siano orgogliosi, dopo una operosa vita teutonica, di aver scelto questa via, di dare questo esempio. E poi, improvvisamente, di fronte a due 'giovani' come noi, ecco che vengono retrocessi di nuovo al ruolo di formiche. Perché anche l'essere cicala è relativo.
E me li immagino, tra loro a denti stretti, le ascelle grondanti e le fronti sudate impastate dalla polvere rosa dell'antivegetativa appena grattata, lamentarsi con voce gutturale:
"Italiani, Italiani: noi a lavorare mentre loro solo mangiare, bere e scopare!"

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