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Il circo - seconda parte

Da leggere, stupiti, precipitosamente dopo la prima e poco prima della terza, quella tosta.

Sono le otto e mezza adesso, il sole appena sbocciato intiepidisce coi suoi generosi raggi il porto, le barche, la banchina e il grazioso paese adagiato lungo la collina come una molle fanciulla sul divano del salotto buono della nonna.
Al centro del porto sono già tre le barche che danzano leggiadre in stretti cerchi concentrici cercando di districare le rispettive ancore dalle reciproche catene. Sento le loro urla da qui.
Quand'ecco un piccolo Bavaria con due persone a bordo. Alla crocetta di sinistra ha, nell'ordine, le seguenti bandiere: olandese, inglese, italiana, francese, austriaca. Mi interrogo sul loro significato, o meglio sul significato delle poche mancanti, mentre annoto che, a poppa, una sbiadita bandiera tedesca tradisce l'origine del misterioso oggetto galleggiante.
Le due persone a bordo non le inquadro subito, sono occupato a far loro cenno di sfancularsi a destra della mia linea di ancoraggio, dove venti metri di banchina libera dovrebbero presumibilmente consentire un facile, sicuro e non molesto accesso alla terraferma. Ma loro no, succubi della ridicola bava di vento che oggi viene incredibilmente da sud non fanno che scarrocciare continuamente oltre il generoso limite. Con ordine secco e deciso, infine, danno ancora sopra la mia nonostante i miei accorati suggerimenti, e vengono indietro puntando precisi la mia prua.
Mentre si avvicinano - ormai il danno è fatto - li osservo meglio. Lui, al timone, ha di certo più di ottanta anni, forse anche novanta. Lei è sotto i sessanta. Protrebbe essere la figlia, o la badante. Da come lui le orla ordini deve essere la figlia, concludo un attimo dopo.
Arrivano in banchina, dove scopro che sono attesi dal mio vicino Turco, quello marinaio che con la sua eccezione conferma la regola."Resteranno una settimana" mi fa "tu vai via prima?"
"Spero di sì" rispondo pensando alla mia randa e alla velaia che ancora non mi risponde al telefono.
La loro catena, a prua, è molle, la prua sbanda a destra, puntando il motorsailer in legno i cui proprietari, ignari, dormono ancora, e la poppa altezzosamente priva di parabordi minaccia la mia Duna. La donna si sporge per spingermi via facendo forza sul tendalino, ma il mio urlo feroce la ferma a mezz'aria. Esco io dalle draglie, piedi sul bottazzo e, di peso, li scanso mentre suggerisco di recuperare la catena. Anche dalla banchina parte lo stesso suggerimento, ma il Tedesco, forte di un orgoglio incarognitosi in quasi un secolo di esercizio, abbaia "NO PROBLEM!". E prende in pieno la pietra del molo con il suo panzer, rimbalzando di buoni cinquanta centimetri.
Mi sporgo e mi attacco alle loro sartie, tenendo le nostre barche affiancate e sicure mentre sistemano le cime di poppa: rigorosamente senza recuperare la catena, che rimane a penzolare verticale. Max è uscito a prua, due barche più in là e osserva la scena. Per ora è divertito, si sente al sicuro, illuso... Ci scambiamo un paio di battute, e quando il Tedesco si avvicina zoppicando a prua e comincia finalmente a recuperare il calumo indovino quello che sta per succedere e faccio cenno al mio amico di guardare con attenzione. Un attimo dopo la CQR germanica è sul musone, intonsa e inutile, alla faccia dell'orgoglio incarognito. Non aveva nemmeno toccato il fondo.
Con la dovuta flemma, tanto son io che gli tengo la barca, riprendono le cime e tornano fuori. Qui iniziano a litigare su dove calare l'ancora. Lui vorrebbe addirittura incrociarla su quella sacra di Max, il quale - strano a dirsi - non è d'accordo e lo fa notare a tutto il porto. Del resto si tratterebbe di quasi venti metri a sinistra dei quasi venti metri liberi che hanno a disposizione per infilarsi, e avrebbe davvero poco senso. Quando poi, in manovra, arrivano a un pelo dalla prua del sacro Amel e ingranano, invece che la marcia avanti, la retro, la flemma del mio amico evapora del tutto. Li scansa con la potenza del suo gelido odio.
La mia, di flemma, dopo che per tre volte mi agganciano la catena e tentano alternativamente di ormeggiarsi al mio musone o portarmi via con loro, è sparita da un pezzo, e dai consigli sono passato - per evitare gli insulti che sono sempre indice di cattiva educazione - direttamente alle bestemmie, ululate urbi et orbi nel glorioso mattino samiota. Il Tedesco, però, non sente nulla. Non tanto per problemi di udito, poverino, quanto perché urla più di me contro la figlia che vorrebbe farlo ragionare, tanto che dall'Amel arriva un suggemento: "Fosse mai un ex SS? L'età ce l'ha" 
"Se per questo anche il carattere" rispondo io, sempre più convinto di avere a che fare con un nemico atavico, discendente diretto di coloro che attraversarono a piedi il Reno in quella lontana notte di capodanno per venire a rompere le palle all'intero mondo civilizzato.
Mollo la catena, poi la recupero, poi la mollo ancora a seconda che loro tentino di agganciarmela da sopra, da sotto o dal lato.  Solo dopo una buona ora - e chilometri di urla - riescono ad arrivare in banchina, appoggiati questa volta al motorsailer in legno. Hanno comunque impiegato meno loro ad entrare che gli altri, quelli rimasti a danzare al centro, ora sono in quattro, a uscire. 
Io sono lì, maglietta calzoncini e ciabatte blu, a ripassar loro a doppino le cime di ormeggio con un sorriso sincero e un "Wellcome" altrettanto amichevole: il mare è grande e generoso, chi sono io per impedire a un ex SS di portare a suo vetusto piacimento caos e scompiglio nel mondo?
Perché in fondo, forse l'ho già scritto da qualche parte, tra cielo e mare, mare e cielo, 'sticazzi.

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