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L'otre di vino di Cefalonia

È notte fonda. Siedo su una roccia un poco discosta dal falò, e protetto dall'ombra osservo la scena. Mala e Filippo, i volti chiari illuminati dalle fiamme; le ombre corrono taglienti sui loro lineamenti e si fondono col nero della notte. Più in là, di tanto in tanto,  un chiarore appena accennato mi ricorda che la Duna galleggia su sei metri di fondo e due ancore poco distante da noi.
Osservo la scena da fuori, sono con loro ma non come loro. Diego si china sul catino e ne estrae la sacca del vino di Cefalonia che ha viaggiato con me per quasi un anno. Ne riempie i bicchieri,  li fa girare - Ila ride, me ne sfugge il motivo ma sono sicuro che è buono - e brindiamo, sotto le stelle greche che il nostro fuoco sale alto a toccare.
Siamo arrivati qui nel pomeriggio. Un posto incantato,  un ancoraggio che nessuno segnala, voluto,  trovato,  permessoci solo da un Poseidone particolarmente clemente. Abbiamo avvicinato lentamente la costa. Io al timone, Ila e Mala a prua, pronte a segnalare l'infido scoglio,  a informarmi sulla natura dei fondali. Ho stabilito il punto esatto e al mio segnale l'ancora è stata calata precisa sulla sabbia, sono andato indietro fino a farle far testa.  Filippo era pronto, e a nuoto ha raggiunto la spiaggia spingendo la Danforth di poppa tenuta a galla da un grappolo di parabordi. In cambusa, Diego ai fornelli preparava l'aperitivo e la cena. Un equipaggio affiatato per un ancoraggio perfetto, o forse, semplicemente, l'uno e l'altro, gradito agli dèi.
Ho lasciato la Duna in buone mani e mi sono allontanato a remi, con il tender, a esplorare il resto di questo ampio golfo deserto. Una grotta, pareti verticali di scisti multicolori, un isolotto, una seconda spiaggia di ciottoli, la cui valle pietrosa sale alta, spaziosa e quieta fino al sole al tramonto. Un corvo la sorvola,  lento, poi si posa e di lontano mi guarda. È lui il Signore di queste terre, e prima di lui suo padre, e il padre di suo padre, e così via a ritroso nel tempo fino a quando triremi di legno solcavano questo mare pescoso. Arrivavano qui, stanchi, gli Antichi, alla fine del giorno, e si avvicinavano con circospezione alla spiaggia per trovavano un ormeggio sicuro (o forse tiravano in secco il vascello) prima di rinfrescarsi e scendere a terra con gli otri di vino e le olive,  il pane, e il formaggio.
Arrivavano qui e forse accendevano un fuoco accanto a dove noi stiamo festeggiando ora (che cosa? Che siamo vivi, che la notte è  tiepida, il vino dolce, il cibo speziato e il mare clemente ci ha regalato un buon viaggio). Me li immagino qui, insieme a noi. Il loro otre di vino di un'isola ormai lontana, i loro calici alzati verso il cielo stellato. Le loro risate non dissimili dalle nostre: se mi concentro posso ancora sentirne l'eco tra queste alte rocce. E vedo l'ombra di colui che li ha condotti, che un po' discosto li guarda benevolo, è con loro ma non come loro, li ha protetti, comandati, guidati, e ora trova finalmente dolce rifugio nella malinconia.
Diego mesce di nuovo il vino dello Ionio, i brindisi si inseguono come le ombre sulle alte pareti che ci circondano, e il banchetto va avanti finché l'otre è vuoto e le risate si fanno più rare e pian piano scemano. L'equipaggio si addormenta accanto al fuoco, ipnotizzato dalle fiamme e cullato dal rumore della debole risacca. Ulisse si alza dalla sua roccia e controlla gli ormeggi. Passa lo sguardo lungo l'orizzonte per indovinare i segni del vento di domani, poi lo alza al cielo notturno e indugia a interrogare le costellazioni. Forse, in questa ora della notte, sente forte il richiamo di casa.
Io mi alzo dalla mia pietra, scuoto le ossa inumidite e le riscaldo avvicinandomi alle braci. I miei compagni siedono muti,  ipnotizzati dalle fiamme e dalla debole risacca. Sveglio Mala, lei sì addormentata, e traghetto uno a uno i membri del mio equipaggio sulla Duna.
Quando mi volto un'ultima volta c'è un'ombra sulla spiaggia, sta controllando gli ormeggi. Poi alza gli occhi a scrutare l'orizzonte,  guarda dritto verso di me.
Alzo la mano in un cenno di saluto, e salgo bordo.



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Commenti

  1. Semplicemente stu pen do
    Bravo Enrico

    Approposito...ho finito di leggere il tuo libro
    Davvero bello

    Raffaele

    RispondiElimina
  2. Mi piacerebbe conoscere la tua rotta per indovinare dove sia questo ancoraggio che suppongo impraticabile con vento

    RispondiElimina

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