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Il matrimonio


"Il matrimonio è l'arte di risolvere in due tutti i problemi che prima, da solo, non avevi": questa fu, diversi anni fa, la frase con cui un mio caro amico commentò la notizia dell'avvenuto fattaccio.
Durante gli ultimi due lustri, e più, molte volte ci siamo ricordati a vicenda, o rinfacciati a vicenda, a seconda dell'umore, quanto profetizzato da Massimo. Ma capitano anche quelle occasioni in cui un uomo e una donna - animali diversi per aspetto, abitudini sessuali e dieta - si uniscono con successo per il loro bene comune. Anche "altre" occasioni, intendo.
Un classico esempio è l'ancoraggio. C'è un primo stadio in cui l'uomo cerca la quiete dopo la tempesta, una notte rigenerante, un posticino appartato dove stappare una bottiglia di vino al chiaro di luna e poi chissà come va a finire. La donna cerca il facile accesso alla "civiltà": le luci, i negozietti di bigiotteria. Il markettino lì vicino al porto è solo una scusa. La farmacia, forse, no. Ed è per questo che le rade più insulse vengono affollate da maschi in cerca di una pace che poco ha a che vedere con la tempesta di cui sopra, o con la tranquillità di un ancoraggio sicuro. 
L'ancoraggio, nel matrimonio, diventa uno sforzo comune solo dopo il primo scoglio colpito insieme, mano nella mano, dopo decine di notti dormite male, con il rumore della catena che va su e giù via via che l'àncora ara, viene tirata su e calata in un posto si spera migliore (è buio, ormai, già è tanto che si vede il bottazzo del vicino), dopo aver sopportato in sofferto dormiveglia generatori e condizionatori e diffusori acustici di coatti in libero galleggiamento, dopo aver evitato per un pelo - chi c'è riuscito - la barca di charteristi ubriachi che speda nel cuore della notte e vi punta come un missile. L'ancoraggio, allora, diventa la ricerca comune della chiazza di sabbia, della distanza ideale, del fondo adatto. Tutti i sensi all'erta, quattro occhi puntati a leggere le sfumature dell'azzurro che tradiscono una pozza idilliaca nel mezzo della perfida erbaccia. La soluzione del problema comune passa - passerebbe - dalla comune visione del mondo. Ma siamo poi così sicuri che il mio blu è uguale al suo? Voglio dire: lo chiamiamo allo stesso modo perché ce l'hanno insegnato da bambini, ma come posso sapere che quello che io vedo blu lei non lo vede verde, e viceversa? Come posso essere sicuro che i suoi sensi non applicano al mondo un filtro "Early bird" per cui sabbia e roccia hanno lo stessa sfumatura di beige, che lei chiama blu perché, l'ho già detto, le hanno insegnato così da bambina? E se fossi io, ad avere istallato di default un filtro "Nashville", che mi fa vedere tutto più pacioso e mi convince che qui posso dare àncora quando invece è così evidente che un mostro marino ci mangerà appena avremo calato i primi venti metri di calumo? Si dice che i cani vedano in bianco e nero. Che le api apprezzino l'ultravioletto. Che il polpo abbia un occhio simile al nostro. Ma, di fronte alla resa visiva di una chiazza di sabbia sulla retina femminile, anche la scienza si arrende.
Ma non era questo ciò di cui volevo scrivere. Siamo qui ancorati a Porto Kayio. Eravamo l'unica barca a vela, avremmo dovuto forse salire alla chiesetta e approfittarne per una foto, ma avevamo altro da fare (eccolo l'oggetto del post!) e ora un francese qui accanto rovinerebbe l'inquadratura. O magari, aspettando il salto giusto di vento, potrei cavarmela con un ritaglio.
Tutto comincia in realtà questa mattina. "Abbiamo due problemi" mi viene annunciato solennemente "uno è che siamo invasi dalle falene" e in effetti diverse decine ci svolazzano intorno ricordandomi con inquietudine quanto successo anni fa al largo della Corsica, "e l'altro è che la sacca delle acque nere non si svuota più".
Ecco, questo è un bel problema comune da risolvere insieme.
Porto Kayo è davvero un posto assai gradevole. Solo, un tantino rafficato. Del tipo che mentre sono sul tender a fianco della Duna, il vento nei 50 metri da qui alla spiaggia fa in tempo ad alzare creste che corrono a schiaffeggiarmi prima di perdersi verso il largo. È frustrante cercare di infilare un fil di ferro nel passascafo dello scarico, facendo forza perché il bastardo ha un gomito di 90 gradi subito dopo la valvola, col vento che ti spinge da una parte e la barca che svicola dall'altra. Ci parliamo dal passauomo del bagno, aperto sulla tuga: "apri" "chiudi" "succede qualcosa?" "nulla". Ravaniamo sotto l'inclemenza del vento, cotti dal sole, sperando in un clamoroso successo, sperando da un momento all'altro di apprezzare quella sfumatura che io vedo e chiamo marrone, Manu chissà. 
Ma, la prima volta, il fallimento è completo. Anzi, finiamo per riempire ancora di più la sacca, facendoci scartare per ovvi motivi la ipotetica soluzione 'b': smontarla e svuotarla dall'interno. Rinunciamo, ci addormentiamo. La notte passata nella splendida Elafonisos sarebbe stata anch'essa splendida, se l'onda da sud non ci avesse perseguitato per tutta la notte e se non avessimo deciso (provvidenzialmente, ma non voglio andar fuori tema, né giocarmi tutte le cartucce) di partire all'alba.
Per dirla tutta, al risveglio, io uso il bugliolo. Manu, invece, si smutanda e la fa comodamente seduta in plancetta. Dopo una mezz'ora - stiamo facendo altro - guarda verso poppa, si gira verso di me e mi fa: "Carlo, ma quella barca c'era anche prima?". Eh, sì, avevamo dato spettacolo alla barca francese che, per un salto di vento, dopo aver ancorato a nostro fianco si ritrova ora poche decine di metri dietro di noi.

Le raffiche continuano, ma rovistando nei gavoni della Duna, tra l'Arca dell'alleanza e il Graal, ho trovato un tappo in gomma di provenienza ignota che, nastrato alla pompa del tender, fa sì che questa aderisca ermeticamente al foro del passascafo: attacchiamo di nuovo la sacca otturata.
Io fuori, Manu dentro, ognuno col proprio compito ingrato, lavoriamo per il bene comune. Il successo arriva all'improvviso, sotto forma di una cascata di acqua e fango. No, dal punto di vista professionale, da geologo intendo, parrebbe più una sabbia fina a matrice limosa, con ghiaia, anche se non riusciamo a spiegarci quale fenomeno di sedimentazione, di precipitazione chimica o di cattiva digestione abbia prodotto tale assortimento minerale dentro un contenitore a prima vista anonimo. In ogni caso sciacquiamo tutto, abbiamo vinto noi: possiamo affrontare il futuro con un senso di leggerezza già da ora apprezzabile.

Le raffiche continuano, ma tutto sembra più azzurro. Guardiamo il fondo, che sotto dieci metri d'acqua (mi) appare celeste e decidiamo all'unisono "sì, gli dèi siano lodati: è sabbia". Non so se tra le quattro case che ci guardano da terra ci sia una farmacia, ma mi sento entusiasta di partire alla sua ricerca. Manu, dal canto suo, mi fa notare che è finita la birra. Eccolo, il matrimonio: risolvere in due i problemi che prima, da solo, non sapevi di avere.
Saluti da Porto Kayio.


Nella foto: Delo, Casa di Cleopatra




Commenti

  1. Ma se hai l'energia di raccontarle per iscritto, appena ormeggiato, tutte queste cose appena successe! Avete brindato, almeno?

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  2. Mentre leggevo mi veniva voglia di chiamarti in qualche modo per suggerirti di usare la pompa del tender: è l'unico modo!
    Bravo Carlo bel racconto su un argomento diciamo delicato ;)

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    1. Sì, alla fine ci sono arrivato anche io. Il problema è che il tubo era troppo piccolo e non portava pressione al passascafo. Fortuna che rovistando ho trovato quel tappo che ho usato come "riduttore". Vai a capire innorigineecos'era, e come è finito lì... :)

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  3. Carlo, solo un appunto, le donne hanno tutta la scala cromatica dei colori, noi maschi solo quelli fondamentali più qualcuno acquisito culturalmente. Ti faccio un paio di esempi: azzurro: per lei immagino che vada dall'indaco al verde acqua, per noi già azzurro e non semplicemente blu è un grande risultato. Aragosta: per noi sarebbe o rosso o arancione, per loro è chiaramente aragosta e non pesca o rosso antico (spero di averli imbroccati, sempre masculo sono).
    E se ti dice pervinca per te cos'è? La prima volta che l'ho sentito mi ha lasciato interdetto, mi ricordava il nome di un cocktail... ;-)
    Bei racconti, continua così !

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    Risposte
    1. Ecco uno che ha capito tutto! Bravo claudio! ah ah ah :-D

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  4. Ahahah! Giusto, hai ragione... in effetti non credo sia una questione di retina, quanto di forma mentis :)
    E grazie!

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  5. si ma marrone resta marrone.... e avete fatto bene a stasare! ora continuiamo a leggere le 50 sfumature di grigio, magari imparo qualcosa a livellocromatico

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  6. come vedi il mondo con questi occhiali?
    mah non saprei mi sembra tutto un pò confuso..
    mmmhhh....
    e con questi?
    meglio anche se è tutto un pò grigio....
    mmmmmmmhhhhhh........
    ed ora?
    bello vedo fiori e giardini con immense vallate
    bene faremo gli occhiali cosi........

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