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La baia delle Ignude

Siamo qui. Ancorati nella baia delle Ignude. Strani uccelli passano le prime ore della notte a raccontarsi la giornata. Se la gridano all'unisono dall'alto delle scogliere, con un verso simile a quello di una moglie che, nel lamentarsi della vita, dell'universo e di tutto quanto con il marito, improvvisamente vomita. 
Il catamaranista inglese illumina le alte pareti di roccia con un faro alogeno (mai un charterista che si senta ospite in un luogo che faceva già parte della storia quando lui era ancora sugli alberi) ma parte sconfitto in partenza: gli dèi di questo ridosso sono antichi e pazienti, e invincibili. Un attimo di silenzio imbarazzato, e i lamenti riprendono. Ecco come i Greci si sono inventati le arpie - suggerisce Manuela. 

Siamo qui, dicevo. Seduto in pozzetto, sono rivolto a sud. Davanti a me, alto e imponente nel cielo notturno, lo Scorpione si stende agile al di sopra della costa sicula.
Le luci dei paesi, migliaia, milioni, sfumano ai lati verso i confini dell'orizzonte, oltre il tramonto, e fanno da cornice alle stelle di questo cielo estivo. Eracle ci guarda, a picco sulla nostra luce di fonda - e nella mia immaginazione ci protegge: abbiamo sacrificato, ora attendiamo fiduciosi il responso. 
Per dirla tutta, è una di quelle situazioni nelle quali mi commuovo. Sarà la stanchezza della traversata - siamo partiti ieri mattina da Ischia - sarà l'emozione di aver visto dal mare le fumate nere di Stromboli,
sarà questa brezza dolce, calda, che ci carezza e ci culla, sarà il vino bianco ghiacciato di Minorca, tenuto in serbo dallo scorso anno. Ma poco fa, ascoltando Franco Fagioli cantare 'Vo solcando un mar crudele', qui nella baia delle Ignude, di fronte all'antica Sicilia, al cospetto di Eracle e sotto la protezione di Efesto che di questa isola fece la sua fucina, le lacrime protette dall'oscurità hanno cominciato a scorrere giù dalle mie guance, libere e copiose. 



E qui devo ringraziarti, vicino dal lucido motoscafo che hai piazzato il tuo oggetto galleggiante sul mio grippiale. Se non fosse stato per il tuo generatore acceso a pochi metri dalle mie orecchie - chissà quale fortunoso errore delle correnti d'aria sta impedendo ai tuoi due fuoribordo di intruppare nella mia poppa - sarei forse scoppiato in singhiozzi, nell'estasi del momento e del luogo. Grazie a te, invece, ho evitato l'imbarazzo: quel raro perfetto connubio tra la mia anima, il cielo e il mare non si è compiuto, e me la sono cavata asciugando furtivo le lacrime, con un ultimo sguardo ad Antares la rossa. 
Devo perdonarti, quindi, se, pur avendo assistito al mio ancoraggio - hai dovuto aspettare che finissi per intrufolarti tra me e la costa - hai indicato a tua moglie: ehi, qui c'è una palla rossa, deve esser caduta al bambino del catamarano. Quand'era il mio grippiale.

Commenti

  1. Quale felicissima combinazione di poesia e humor! Vale sempre la pena seguire il vostro blog :-)

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