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La terza mano

Arrivo in barca ancora col panino in mano. Mi rilasso, mi guardo intorno, metto un po' di musica.
Attacco la corrente di banchina per ricaricare un po' le batterie. Chiamo il meccanico, ma oggi non è al porto.
Io però ho il pomeriggio libero, e parecchia voglia di distrarmi dagli svariati casini di lavoro. Così dopo alcune attività innocue comincio come uno squalo a girare intorno al problema della terza mano. Mi spiego meglio: la nuova randa ha tre mani di terzaroli, una in più della vecchia, io fino ad oggi ne ho armate due.
C'è una puleggia libera in varea e una nella trozza, così faccio il vago e comincio ad infilare, partendo dall'albero, una vecchia drizza da 8: per ora ci metto questa, poi si vedrà.
Il tentativo fallisce: entrano sì alcuni metri di cima, ma non si vede nulla dall'altra parte.
In successione provo: a smuovere le borose delle prime due mani, a inclinare il boma coricandolo in pozzetto. Nessun risultato. Estraggo la drizza e provo con un cavo elettrico, confidando nella maggiore rigidità. Niente. Il problema principale è che anche se la cima arrivasse fino alla varea non avrei modo di vederla, né tanto meno di prenderla. Per inciso, ci provo non un fil di ferro ritorto, ottenendo solo una sonora sequenza di imprecazioni appositamente dedicate.

Comincio a guardare con sospetto la varea e i suoi rivetti. Ci penso un po', prendo tempo... E poi l'attacco di sorpresa armato di trapano a batterie!

Mentre trapano il rivetto inferiore sono abbastanza idiota da mettermi sottovento, e una folata mi infila un truciolo di alluminio nell'occhio:  ho almeno la prontezza di tenermi le palpebre ferme con la mano sinistra mentre corro al lavandino della cucina, stappo una bottiglia e me la verso a pressione nell'occhio spalancato. Salvo, per oggi.




La varea cede, con un piccolo aiutino dato col manico del martello.
Riprovo ad infilare la cima. Niente: non arriva niente! Ormai però è diventata una questione di principio: mi armo di chiave a cricchetto, stacco il boma dall'albero, mi impiccio un po' tra lazy jack, vang, scotta di randa. Riesco a dare una craniata al boma, è già la seconda. Alla fine lo infilo in verticale giù nel quadrato e, al secondo tentativo, la borosa della terza mano comincia ad ammonticchiarsi cheta cheta sul pagliolato della cucina. Vittoria!

Prima di rimontare controllo il cavo del tesabase, metà in metallo metà in tessile, e per sicurezza taglio via venti centimetri di cima e rifaccio la gassa, assicurando il capo libero con una legatura in filo cerato. Poi rivetto la varea, libero il pozzetto dai due tremila attrezzi che ho dovuto utilizzare, do una pulita e, finalmente, adduglio con tenerezza tutte e tre le mie borose.



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