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Incatenati a Saint Tropez

Saint Tropez, una mattina di settembre. Uno sloop di circa 10 metri tenta di indovinare il tempo per entrare nel piccolo porto senza intralciare né essere intralciato dal via vai incessante di imbarcazioni di ogni tipo. Il timoniere sembra abbastanza nervoso, si guarda intorno, forse prende una decisione. Sì: accosta sulla destra e si dirige verso il molo d'accoglienza, dove secondo il portolano è possibile sostare qualche ora per fare cambusa. I due marinai della capitaneria notano le vele di prua consumate, imbrogliate alle draglie, la vernice opaca e scrostata delle fiancate, gli oblò sigillati col nastro adesivo. Senza pensarci due volte fanno cenno di no prima con la mano, poi sbracciando sempre più violentemente in risposta ai cenni dello skipper, fino a che questi rinuncia, torna in rotta e prosegue verso il bacino che si apre pochi metri più avanti con la speranza non tanto di trovare posto, ma almeno di avere acqua a sufficienza per girare la barca e tornare fuori. 
Quello skipper sono io, quella barca scrostata e dimessa la nostra Duna, e anche volendo non potrei fare a meno di proseguire, spinto dal traffico, in cerca dello spazio di manovra necessario per uscire il più rapidamente possibile da quel casino. 
Devo imbucarmi tra due grossi yacht per lasciarne passare un terzo, poi uscire delicatamente in retromarcia prendendo il tempo tra i gommoni carichi di turisti, scontrare il timone, dare gas e infilarmi nel flusso in uscita. Mentre sono concentrato a mantenere una velocità abbastanza bassa da reagire alle fantasiose manovre di chi mi precede, ma abbastanza alta da evitare l'abbordaggio di chi con altrettanta fantasia mi segue, noto che il molo d'accoglienza accoglie ora un oggetto cromato galleggiante, i cui due motori sbuffano allegramente al minimo mentre il proprietario, abbronzatissimo sotto la camicia stirata di fresco, intrattiene graziosamente i suddetti marinai della capitaneria. Fottuto portolano. O fottuto io, che ci credo ancora. 
La cambusa però è davvero da rimpinguare e, quel che è più serio, ho solennemente promesso a Manuela una passeggiata a Saint Tropez. È comodo, a volte, avere una Moglie cui addossare ogni scelta dettata non dal freddo calcolo che si addice al Comandante, ma dalla semplice irrazionale curiosità umana, e così, borbottando maledizioni nei confronti delle capitanerie, dei coatti – soprattutto ma non solo quelli in motoscafo – dei turisti, come se non lo fossi anche io, della Costa Azzurra sopravvalutata e ma che ci fa tutta 'sta gente in mare a settembre ma non ce l'hanno un lavoro, uscito dal porto mi avvicino al nugolo di barche alla fonda e, arrivato al margine del gruppo, appena fuori dal canale di accesso segnalato da una bella fila di grosse boe gialle, dò fondo all'àncora in 16 metri di acqua. Ci riposiamo un attimo, diamo modo alla barca di accomodarsi al vento per valutare il nostro ancoraggio rispetto ai vicini. Stabiliamo che non intrupperemo nel tozzo rimorchiatore nero ammodernato al diporto che sta alla nostra sinistra, né al vecchio, slanciato panfilo a motore, le cui vistose colature di ruggine sul bianco delle fiancate lasciano immaginare un passato migliore, alla nostra prua. Armiamo il tender e andiamo a terra. 
Ora siamo a Saint Tropez. Ci guardiamo intorno, intraprendiamo rapporti commerciali con la panettiera più antipatica di Francia, schiviamo nugoli di bambini armati di gelato, ci destreggiamo rapidi tra le famiglie incolonnate ognuna dietro la propria carrozzina come dietro l'ariete i Crociati all'assalto delle mura di Gerusalemme, facciamo il giro della banchina portuale come fossimo alla fermata Termini della metro A, solo sotto lo scoppio del sole, ci arrampichiamo fino su in cima alla ricerca di un'immagine, di un particolare, dell'anima di questo paese che possa forse giustificare la sosta. 
Mesi dopo, leggendo il resoconto fatto nel 1948 da Göran Schildt su questa cittadina, ho scoperto di non essere il solo, tanto meno il primo, ad avere avuto l'impressione che qui
tutto sia finto, a partire dalla soddisfazione nel sorriso dei turisti che si consumano di foto sotto il vecchio faro. Visto che Lui scrive molto meglio di me, o meglio lui scrive, scriveva, ha scritto - io mi limito a buttare lì parole una dietro l'altra - invito chi voglia saperne di più a leggere i suoi libri. Sulle vendite dei quali, purtroppo, io non ho alcuna percentuale. 
Di mio aggiungo solo che quello che ci ha maggiormente colpito, considerato che al prezzo dei pomodori eravamo preparati, è che il soggetto dipinto dagli sciami di pittori che vendono le proprie opere sulla banchina in pietra del porto vecchio è invariabilmente il porto stesso, visto da quella medesima banchina, al tramonto. Nei quadri il piccolo bacino è malinconicamente occupato da rare barche da pesca a vela ad armo latino. Il che è strano, perché la vecchia banchina in pietra del porto è talmente sovraffollata da motoscafi a due piani che da lì non si ha alcuna vista sull'acqua. Del resto, se anche si potesse estendere lo sguardo oltre i condomini galleggianti della prima fila, si apprezzerebbero soltanto altri condomini galleggianti. E le vele latine? E la vista romantica al tramonto sul porto vecchio? Esistono solamente in quei quadri, dipinti per essere acquistati dagli armatori di quei motoscafi a due piani che, con la loro presenza, occultano la vista romantica sul porto al tramonto, e impediscono l'accesso e l'ormeggio alle vele latine.

Completato il rito turistico, individuato il supermercato adatto a noi popolo, caricate le vettovaglie sul tender, torniamo dopo un paio di ore alla Duna,
mollemente in attesa all'àncora, decisi a salpare immediatamente per Est. Abbiamo in mente Nizza, dove Serena ci ha raccomandato un posticino niente male atto a soddisfare la nostra passione per le ostriche, ma possiamo anche fermarci prima, dato che le previsioni sono buone.
Arrivati alla barca Manuela si occupa di distribuire il cibo nei vari gavoni, mentre io accendo il motore e tiro su l'àncora: non voglio rimanere un minuto di troppo e ho fretta di prendere il largo. Peccato che il verricello si fermi con l'àncora a picco, ma invisibile, e non vada più né avanti né indietro. Il magnetotermico è saltato, ma anche quando lo riarmo le cose non migliorano: la catena è tesa, l'àncora tira sul musone, e nonostante l'aiuti a forza di braccia a un certo punto il verricello si ferma di nuovo. Guardo giù, la catena sparisce nell'azzurro, niente àncora. Dai miei calcoli dovrebbe essere già sollevata dal fondo di diversi metri, ma rimaniamo piantati lì. Mi guardo intorno e ho un'intuizione: la disposizione delle barche è cambiata, e il rimorchiatore che prima era alla nostra sinistra è ora a poppa.
È evidente: ha dato più catena e indietreggiando l'ha posata sulla nostra.
Faccio cenni, mi sbraccio, fino a che il marinaio non chiama il comandante. Il comandante non parla italiano, ma nemmeno inglese, e non si sforza particolarmente per capire il mio francese abbozzato. Però chiama una passeggera, o una hostess, non so, che è in grado di comunicare con me in italiano e tradurgli le mie parole.
Lui non fa una piega, accende il motore e, mentre io calo di nuovo tutto il calumo e indietreggio per non trovarmi nella sua traiettoria, recupera la sua catena, la sua àncora, e se ne va.

È il mio momento: con grande soddisfazione rimetto in funzione il verricello e... rimango bloccato esattamente nello stesso punto.
Occorre dire che nel frattempo le ore passano, il sole scende verso l'orizzonte - il famoso tramonto di Saint Tropez orfano delle sue vele latine - e le nostre possibilità si riducono.
So che dovrei chiamare il porto, chiedere l'assistenza di un sub autorizzato, prepararmi a mantenere un lungo, costoso ricordo nella nostra gita in Costa Azzurra. Ecco: non è solamente per la questione economica, non è solo perché sono restio a chiedere assistenza se non in caso di estremo pericolo (cosa che non è: mai avuto una linea di ancoraggio più sicura di questa, e il tempo è splendido), non è solo il fastidio di vedere il comandante del rimorchiatore col suo marinaio sfrecciarci accanto in gommone senza minimamente accennare ad avvicinarsi per chiedere se abbiamo bisogno di aiuto e neanche la sola voglia di non dargliela vinta... È tutto l'insieme dei fattori, della situazione, dei personaggi intervenuti, della sosta inutile in un paese che si vendica così dei miei giudizi prima ancora che io li metta per iscritto mesi dopo, che fa scattare la famosa tigna dei Peris, caratteristica che da generazioni fa sì che i maschi della mia famiglia rifiutino di ammettere la palese sconfitta a rischio di coprirsi poi tragicamente di ridicolo.
La tigna dei Peris non prevede resa, né mai prevede la richiesta di aiuto o anche solo l'ammissione di nutrire dubbi sulla propria capacità di gestire la situazione. Nessuno attorno a me deve neanche avere il sospetto che io sia nella merda. Ottengo l'effetto voluto fischiettando canzonette allegre mentre mi muovo con gesti misurati da prua a poppa e viceversa. Neanche uno dei miei immaginari spettatori sembra accorgersi del trucco, il che mi dà la convinzione di essere nel giusto, e la forza di osare qualcosa in più.
Il ragionamento è semplice: la marra si è impigliata in qualcosa, e non la molla. Lo dicono tutti che la CQR una volta fatto testa  non cede più, ma ora chissà come non mi sento nello stato d'animo adatto per apprezzare le eccelse prestazioni della mia àncora. Se però riuscissi a sollevarla dal diamante, come se usassi il grippiale che non ho, io sciocco, armato prima di dare fondo, allora forse l'unghia scapolerebbe l'ostacolo.
Prendo lo spezzone di catena - una ventina di centimetri - che uso a volte per alzare la mura del fiocco piccolo, lo chiudo ad anello attorno alla catena dell'àncora, lo collego a una ex drizza, una trentina di metri di cima dell'otto, e lo calo lentamente lungo il calumo fino a che il cavo non va in bando. Poi sollevo, si tende: ha fatto presa!
Dò volta alla galloccia di prua, e mando giù il verricello: nella mia immaginazione ciò dovrebbe provocare una rotazione dell'àncora con nostra immediata liberazione. Continuo a fischiettare e a muovermi con gesti lenti, studiati, come se fosse proprio essere incastrati lì, in quel particolare punto del Mediterraneo, il mio scopo per l'estate, anche quando la mia mossa non sortisce nessun effetto. Mi avrà visto nessuno?
La seconda mossa è lasciare andare giù tutto di botto, e recuperare improvvisamente, con uno strattone, dalla cima. Niente. Passeggio nuovamente da prua a poppa, da poppa a prua, ragiono. Come ultima risorsa ho quella di calare in acqua il tender e trascinarmi via l'àncora tirando dalla cima che secondo i miei calcoli dovrebbe fare leva dalla zona bassa del fusto. A muovermi e strattonare con la barca ci ho già provato prima, ma non ha funzionato; inoltre tutti qui intorno fanno finta di niente per non offrirsi in aiuto, ma con la coda dell'occhio lo vedo, con quale attenzione si godono lo spettacolo: voglio deludere le loro aspettative, uscirne con il massimo dell'eleganza possibile.
Prima di provare col tender, che avevo già rizzato accuratamente a bordo in previsione della mancata partenza, mi viene in mente di quando, lo scorso inverno, mi sono impantanato con un furgone a noleggio bianco - particolare interessante a posteriori - in un prato pieno di fango e pecore e cani pastore, di sera, nel nulla adiacente il Tevere nel suo medio corso, con un collega, alla fine di una giornata di rilievi. Io avevo affrontato il problema scientificamente, programmando ogni mossa - non fischiettavo in quanto la tigna di noi Peris non scatta se gli unici testimoni sono quadrupedi - e fallendo regolarmente ogni tentativo: ma con estrema, estrema cura. Questo fino a che, ormai nel cuore della notte, il mio collega si è lasciato prendere dalla rabbia, si è messo al volante e ha fatto quello che di solito si raccomanda di non fare mai in questi casi: ha schiacciato tutto l'acceleratore e non l'ha sollevato se non dopo aver oltrepassato l'intero prato tra greggi di pecore in fuga ed essere approdato sul terreno solido, completamente coperti di fango e semiasfissiati dal fumo del motore surriscaldato. Un comportamento irrazionale, antiscientifico, vincente.
Con questo esempio in mente mi decido ad usare la forza bruta per una prova intermedia: porto la cima da 8 al winch del genoa e comincio a tirare anche da lì. Fa resistenza, ma viene su: centimetro dopo centimetro l'ancora si solleva, accompagnata dagli scricchiolii della cima sul bottazzo di legno, sulla falchetta, sulla tuga. Si solleva tanto che alla fine, sporgendomi dal pulpito di prua, la vedo! È lì, a forse quattro, cinque metri massimo di profondità, l'àncora! Mi infilo la mezza muta marcata decathlon, prendo la maschera, avverto Manuela e mi tuffo a dare un'occhiata. Quello che vedo merita una foto, e torno in superficie per chiedere la macchina subacquea con cui immortalare la nostra impresa.
L'àncora si staglia nel blu. A cavallo dell'unica marra una catena infinita, che sfuma nel nulla alla nostra sinistra e alla nostra destra. Abbiamo sollevato quasi a pelo d'acqua l'intera catenaria che tiene in posto le grosse boe gialle che segnalano il canale di accesso al porto. Boe che galleggiano placide una trentina di metri sottovento, incuranti della mia idiozia.
A questo punto però so bene cosa fare. In apnea passo una cima a doppino sotto la catenaria e le dò volta a prua. Risalgo a bordo, calo l'àncora - mettendo così in tiro la cima - e la libero per poi recuperla in tutta facilità. Fischietto, ma stavolta i miei gesti calmi e misurati sono più credibili, e mi permetto anche di rimanere ormeggiato al più grosso corpo morto mi sia mai capitato nella mia breve carriera di viaggiatore a vela per un aperitivo al tramonto, prima di recuperare la cima e andare a dare àncora per la notte nell'Anse de Canebiers, appena un due miglia da qui, sulla destra uscendo.





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