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Attacco notturno

Nella tarda mattina di un giorno particolarmente sereno, verso la  fine della scorsa estate, dopo aver seguito la costa francese da Marsiglia a Mentone, e poi la Riviera fino a San Remo, accostiamo a destra dirigendo la Duna verso Capo Corso.
Il vento è davvero poco, ma il cielo è blu, il sole gentile, il mare calmo, e noi, alla quinta settimana di viaggio, abbiamo raggiunto il grado di fatalismo sufficiente ad accettare, in una giornata come questa, una velocità di appena tre nodi pur di tenere il motore spento e conservarci in armonia con quello che cominciamo a considerare il nostro privato Universo.
Le previsioni ci danno ancora qualche giorno di tranquillità prima dell'arrivo della prossima perturbazione - ormai la stagione si va guastando - e noi non siamo ormai lontani da casa. Francamente, non abbiamo nessuna fretta di tornare.
Tutta la mattina e metà del pomeriggio scivoliamo sotto randa e genoa, spinti da una brezzolina leggera. Ma poi, lontano dalla costa, niente più vento. Nemmeno un'increspatura leggera sull'acqua. Un unico specchio azzurro fino al lontano cerchio dell'orizzonte, con noi perfettamente, e perennemente, al centro. Una sensazione che può dare assuefazione.
Il caro, odiato motore, quindi. Rumore, fumo, "velocità". Io rifugiato mollemente a prua su un'amaca rizzata tra l'albero e lo strallo. Manuela a poppa in accanita ricerca del momento migliore per filmare i delfini che ci accompagnano di lontano, per poi scoprire che ce ne sono altri sotto la barca, e uno in particolare che con un salto perfetto si mette in posa sotto i nostri occhi, bloccandosi per un istante a metà della sua torsione come un tanguero in una parada, per poi ricadere agilmente in acqua.

Noi, a bocca aperta per lo stupore, corriamo con le dita al pulsante di scatto della macchina fotografica senza riuscire a pigiarlo correttamente. Mi era già capitato quando, in rotta tra Barcellona e Marsiglia, al centro del Golfo del Leone, siamo passati nel mezzo di un banco di tonni in mangianza: mezz'ora di filmati con le prede che sgusciavano via e i predatori che li inseguivano fino a torcersi nell'aria, l'acqua un ribollire di corpi lucidi, a pochi metri dalle nostre fiancate.
Finito lo spettacolo mi sono reso conto di aver invertito l'alternanza ripresa/standby, e di aver collezionato solo tremolanti video delle panche del pozzetto, o dei miei piedi. Ci consoliamo riuscendo finalmente ad immortalare la coppia di libellule che ha approfittato delle draglie per scroccare il passaggio fino in Corsica.
E ancora via, verso sud, col sole che tramonta al mascone di dritta, stemperando il blu del mare in indaco, per poi spegnersi tra fiamme dorate e lasciare spazio alle stelle.
La notte è tiepida, e noi ci attardiamo ad ammirare la Via Lattea in tutto il suo splendore. Solo più tardi decidiamo di preparare una cena da consumare all'aperto. Monto il tavolino del pozzetto, accendo la lampada a gas. Sistemo le posate. Apro la birra, Manu mi passa i piatti e mi raggiunge.
La barca va dritta per la sua rotta, neanche un accenno di rollio. Nessuna luce all'orizzonte: siamo soli, possiamo mangiare con calma, interrompendoci di continuo per indicarci l'un l'altra le costellazioni più luminose.

Improvvisamente Manuela lancia un gridolino: "Carlo, qualcosa mi ha colpito!". Mi guardo intorno. Non c'è nulla, solo noi, le nostre luci di via, le stelle, il buio impenetrabile del mare notturno. Continuo a mangiare e a sorseggiare birra come se niente fosse. Mai assecondare le paranoie, quando ti ritrovi a 50 miglia dalla costa più vicina, con un paio di centimetri di plastica che ti tengono a galla su duemila metri di fondo, e il mondo accessibile ai tuoi sensi finisce esattamente dove le luci del quadrato sbattono per l'ultima volta sulla falchetta prima di essere inghiottite nel nulla esterno. La situazione è abbastanza innaturale di per sé, senza bisogno di richiamare paure ancestrali dalla memoria collettiva della specie.
Passano i minuti. Manuela è guardinga, aspetta conferme per la sua inquietudine. Sono consapevole di quanto sia tesa, ma ignoro volutamente l'argomento, rifugiandomi in considerazioni varie sulla giornata appena passata e sulla prossima - nella quale forse proveremo a raggiungere l'Elba.
Un altro grido. Ancora un attacco. Manuela stavolta ha individuato l'assalitore in una delle libellule. Vabbè, dico io, una libellula, ma l'hai vista cos'è una libellula? E se pure fosse? Mica è carnivora, e poi con quelle ali delicate, è lei che deve stare attenta.
Ma per Manuela ormai la serata è rovinata. Pretende addirittura di mangiare dentro, nonostante le mie proteste - dobbiamo mantenere una vedetta qui fuori, dico, e poi fa caldo, è umido, ma dai che palle... Sull'ultima parola sento uno schiocco secco: una libellula in picchiata si è scontrata con la fronte di Manuela. Lei salta su e scappa in quadrato lasciando dietro di sé una scia di "te l'avevo detto" un'ottava più acuti del normale, mentre io non faccio in tempo a esprimere il sarcasmo che pure anche stavolta ho pronto sulla punta della lingua perché vengo colpito, a mia volta, da qualcosa di duro, pesante e invisibile che dopo essere rimbalzato sulla mia guancia, e aver tentato invano di rimanere attaccato alle mie labbra con le sue fredde zampine appuntite, rimane individuabile da qualche parte accanto a me sulla panca del pozzetto grazie ad un rumore frenetico di ali spezzate.
E in un attimo arrivano tutte insieme. Non è una sola libellula, non è una coppia, non sono "alcune": è un intero sciame in migrazione, attirato dalla luce in pozzetto, dai fanali di via, dal coronamento, dalle luci interne, dalla debole luminosità del quadro del motore, dalla bussola in modalità notturna. Arrivano in picchiata una dopo l'altra. Manuela si barrica dentro, mentre io spengo la lampada a gas e cerco ancora di mantenere una flemma degna del Comandante, rimanendo a mangiare al buio scrutando incurante l'orizzonte. Flemma che si sgretola miseramente quando nel portare il bicchiere alle labbra solo un debole frinire d'ali bagnate mi comunica, appena in tempo, la presenza aliena nella mia birra.
Smetto di mangiare, mi calo i cappello sugli occhi - fortuna che porto gli occhiali - e mi sistemo la sciarpa sulla bocca. Manuela da dentro chiede informazioni. Tutto bene, anche se le libellule continuano a colpirmi dove capita, sempre più di frequente.
Lei ha chiuso ogni fessura con asciugamani e magliette. Un paio di animali l'avevano seguita all'interno, ma li ha eliminati, forse. Uno giace a terra, stecchito, ma un altro, dopo averla attaccata ed essere stato scacciato, sembra essere sparito. Manuela rimane immobile, spalle alla scaletta, ha acceso tutte le lampade per poter scrutare in ogni angolo altrimenti buio. Ma la forte luce si spande nella notte dagli oblò, e miriadi di libellule si accalcano contro i vetri con i loro occhi enormi, osservando bramose all'interno. A loro modo, sbavano. Da dentro le scorge, decine e decine di libellule che la osservano fredde, distaccate, senza dubbio cattive. Con del nastro americano oscura gli oblò, come se non vedere, e non essere vista, cancellasse la notte e gli insetti e la nausea che le sta salendo al ricordo di aver rischiato di mangiarne almeno uno insieme alla sua insalata, pochi minuti prima. La situazione richiama alla mente le scene finali di Shaun of the Dead, con i nostri eroi che uno ad uno vengono sbranati dalla folla di zombie nonostante abbiano trovato il miglior rifugio possibile: il Pub. Per Manuela io, lì fuori in balia dei mostri, sicuramente morso a sangue dalle piccole tenaci mandibole, sto già combattendo la mia battaglia interiore contro il morbo misterioso che mi trasformerà in insetto chitinoso. Mi sembra di sentire il rumore del catenaccio che si chiude dall'interno, ma forse è solo lei che si difende dall'attacco della libellula ancora in vita.
Fuori navighiamo ormai in una nuvola di insetti. Sullo specchio di poppa, illuminato a giorno dal fanale di coronamento, si danno alle danze più sfrenate, accoppiandosi, precipitando nell'acqua trascinati gli uni dagli altri.
Provo a spegnere tutto per qualche minuto, non di più perché vedo delle luci sulla dritta ora, sembrerebbe un rimorchiatore che va nella nostra stessa direzione. Quando riaccendo sono ancora lì: si sono posate sulla prima superficie a disposizione, le draglie, il pulpito, la battagliola, persino i lazy jack e le cuciture dei ferzi della randa sono stati usati come appiglio. Sono lì, come un esercito di piccoli pipistrelli emissari del Male, e ad una ad una riprendono a volare e a picchiare contro qualsiasi cosa sia abbastanza chiara da attirare la loro attenzione, o abbastanza scura da risultare invisibile. Io cerco di mimetizzarmi col mondo in toni di grigio che mi circonda. Oscuro le luci più vicine - il quadro motore, la bussola, e rimango di guardia, coperto dalla testa ai piedi nonostante il caldo, pronto a subire di tanto in tanto un colpo improvviso sulla schiena o in testa. O in piena faccia, i peggiori.
Passano le ore. Sulla dritta sfila tutta una serie di luci che non riesco ad interpretare ma verso cui si dirige il rimorchiatore: piattaforme? navi militari? L'importante è che i rilevamenti periodici mi indicano che la via è libera.
Passano le ore. Ciondolo in dormiveglia, afferrando il binocolo,  umido ora di rugiada notturna, per scrutare l'orizzonte ogni qual volta mi risveglio di soprassalto da un profondissimo sonno di pochi secondi. Mi rendo conto che l'attività degli invasori è diminuita. Osservo meglio: è vero. Non volano più.
Riaccendo le luci una ad una: si sono posati, e i pochi insetti che provano di nuovo a sbattere le ali precipitano in acqua. L'umidità li ha fermati. La barca sembra un gigantesco albero di natale, in cui troppi ninnoli, tutti a forma di libellula, gremiscono ogni appiglio disponibile.

Lo ammetto, a volte non mi sento proprio in sintonia con l'Universo. A volte anzi indulgo nella vendetta. In ogni caso non era stata finora la notte dolce e piacevole che mi ero prefigurato, e avevo ben chiara l'identità dei responsabili della mia tensione e della mia stanchezza. Per farla breve: non sono stato ospitale. Non erano benvenute, e l'ho fatto loro capire scuotendo il sartiame, sbattendo la vela, arrivando a scacciarle con violenza, incurante della loro incolumità, per riprendere simbolicamente - e non solo - possesso della mia barca. Un'attività che mi ha accompagnato e tenuto sveglio lungo quasi tutta la notte.
Quando, poco prima dell'alba, ho aperto delicatamente il tambuccio con la sicurezza di non rischiare di introdurre alieni all'interno, Manuela dormiva sul divano di dritta. Le ho rimboccato la coperta e mi sono preparato un caffè. Con le prime luci dell'aurora ho ripulito la tuga e il pozzetto da centinaia di grosse libellule senza vita: chi schiacciata da me, chi affogata dalla rugiada, chi bruciata dalle lampadine dei fanali, chi spezzata dalla picchiata contro lo scafo.

Poche ore dopo, a giorno fatto, quando caliamo l'àncora davanti alla vecchia torre genovese di Santa Maria, faccio in tempo, prima di scendere in quadrato per dormire a mia volta, a vedere una singola coppia di libellule lasciare la barca e volare verso la Corsica.










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