È già tarda mattinata quando parcheggio a Riva di Traiano e scendo le scale verso i moli. Come prima cosa vado a cercare un riduttore per collegare il tubo da 10 che esce dal rubinetto a quello da 13 dell'impianto idraulico. Ieri ho fatto una zozzata che nemmeno vi racconto, per collegare i due, e ho allagato la piccola sentina del bagno. Davanti alla ferramenta incontro Paolo. Ciao come stai, come non stai, come sta tuo padre ("è grazie a lui che so cosa significa 'tedoforo'" ricorda), ho seguito i tuoi lavori alla barca... Passa una mezz'ora e ancora sono là: nel frattempo ho conosciuto il "migliore ormeggiatore" locale e l'attuale comandante del porto di T..., che prima mi chiede se vado in Grecia per lavoro e poi, mentre rispondo, si gira a chiacchierare con un amico. Ma l'educazione, si sa, verso i sottoposti non è dovuta, e quindi il problema sono io che non mi sento sottoposto a nessuno.
Quando Paolo riceve una telefonata mi ricordo del mio scopo iniziale, mi giro e faccio un passo verso la vetrina della ferramenta. Mi trovo però di fronte Giulio, appena sceso dalla sua bicicletta. Come non scambiare due chiacchiere con lui? Un gran parlatore, Giulio, e poi stamattina è qui solo per attendere alcuni clienti che devono pagarlo per dei lavoretti fatti a bordo, è allegro e ha tempo da spendere. Lo spendiamo insieme, parecchio. Quando infine riesco a percorrere i due metri che mi mancano e a mettere piede nel negozio, Federico - il proprietario - non mi serve subito ma mi chiede pacioso notizie sulla mia imminente partenza, dove vado, quando... Si parla di tutto, tranne che del mio raccordo idraulico, ma lascio che le cose seguano il loro corso fino al momento in cui, approfittando di una pausa leggermente più lunga delle altre, tiro fuori dalla tasca il pezzo da sostituire e lo mostro pubblicamente. Ne segue un dibattito prolungato, perché Federico ha cambiato da poco locale e, devo dire, potrebbe darmi delle severe lezioni in quanto a disordine. Smucina ora in un secchio, ora in una scatola, ora dietro uno scaffale, tirando fuori ogni volta qualcosa di quasi ma non del tutto perfettamente identico a ciò che mi occorre. Io lo seguo e smucino insieme a lui per gli scaffali del retrobottega. Giulio si è aggregato, mentre Paolo ha concluso la sua telefonata ("Scusa, era il commercialista: ogni volta che mi chiama so' più le cose che non capisco che i dubbi che mi toglie", "Non c'è gnente da capi': hai da pagare" lo prende in giro un altro avventore, appena unitosi al gruppo) e si accomiata con una stretta di mano. Quando Federico rinuncia è proprio Giulio ad avere un'idea e a dirigersi verso un cassetto che giace in un angolo, sepolto da tubi, cime e bozzelli. Ne tira fuori due portagomma in ottone che, avvitati l'uno all'altro, compongono magicamente l'esatto oggetto di cui ho bisogno. Pago - Federico vuole darmi per forza il resto anche se non dovrei averne - saluto tutti e finalmente mi avvio sotto il sole quasi allo zenith verso la mia Duna.
L'idea è cambiare il raccordo e sistemare così definitivamente l'impianto idraulico, mettermi alla macchina da cucire a finire almeno il primo dei cuscini della dinette, sgomberare la barca e prepararla all'uscita pomeridiana con Marco e Francesco, miei amici e allievi, uscita che, visto il vento e il mare di oggi, prevedo assai movimentata. Ma quello che mi preme è il cuscino, perché ne ho tanti da fare, non ne ho mai fatti, e vorrei vederne uno finito e in ordine per ritrovare fiducia ed entusiasmo nel prosieguo dei lavori.
Monto in barca, quindi, e smonto l'accrocco di ieri. Per farlo devo tirare sul pipolo in plastica con cui finisce il tubo in metallo del rubinetto. Ovviamente lo spacco. Ridiscendo a terra col pezzo rotto in mano e stavolta cambio ferramenta, dirigendomi verso sud, perché l'oggetto è ancora più improbabile di quello di prima e non vorrei far notte nel negozio di Federico. I fratelli della gioielleria di centro mi risolvono il problema in maniera rapida, efficiente ed asettica. E non ho nemmeno bisogno di tirar fuori il libretto degli assegni. Ritorno in barca, avvito il nuovo pipolo, poi il tubo. Teflon, fascette, tutto in ordine: metto in pressione l'impianto dal quadro elettrico, torno in bagno e... l'acqua insiste a voler trovare la sua via attraverso il mio faticoso lavoro: l'accrocco goccia di nuovo. Apro il rubinetto per togliere pressione e vado a staccare il quadro. Dopodiché mi esibisco nel gesto che più di tutti simboleggia la mia lotta eroica con l'impianto idraulico, o se non altro la componente profondamente umana del mio lungo conflitto.
Provate anche voi, e capirete in un attimo che tutto, nella vita, è relativo: soprattutto la vostra autostima. Immaginate di avere una pompa di sentina manuale, nuova di pacca, che scarica nello stesso passascafo del lavandino, nuovo di pacca anch'esso. Fate perdere il lavandino nella sentina servita dalla pompa e, contemporaneamente, lasciate scorrere acqua dal rubinetto. Ora, senza preventivamente aver aperto la valvola del passascafo, cercate di svuotare la sentina pompando energicamente. Infine, dopo aver preso piena consapevolezza del vostro essere, dell'universo e di tutto quanto, asciugate voi stessi, le pareti e il soffitto del bagno.
Ma questa non è la storia del mio impianto idraulico, conclusa - forse, in questo momento lo sto sperando - solo molte ore e molti portagomma dopo, in tarda serata. Perché fattasi ora di pranzo, sistemata la barca per l'uscita, c'era ancora abbastanza sole da darmi l'allegria necessaria a essermi andato a comprare un panino e una birra fresca all'alimentari dei portici. Con entrambe le mani occupate dai miei trofei, mi ritrovo di nuovo in balia del tepore primaverile, indeciso su dove sedermi per mangiare. Mi siedo sulla panchina a godermi il sole? Me ne vado al box a lavorare al cuscino una ventina di minuti? Rimango lì, tentennante, e alla fine decido di tornare verso la barca. Salgo nuovamente a bordo e faccio per sedermi in pozzetto quando, preso dalla mollezza del momento, stabilisco che oggi è la giornata ideale per stravaccarmi a prua dell'albero. Non contento, arrivato lì mi spingo ancora oltre e vado a sedermi sul pulpito, praticamente quasi in acqua, appoggio la birra tra le gambe e mi gusto il panino.
"Aiuuuutoooo!" sento tra un mozzico e il successivo. Non è un grido, è una voce lamentosa, un po' come quella di Manu quando mi dice, prima di spegnere la luce, tra l'ironico e il tragico, "non voglio andare a scuola domani". Solo, nonostante arrivi flebile e lontana, di un tono più alto. Ma non saprei se dargli peso: qui davanti - dall'altra parte del canale - una tribù stanziale di motoristi è usa fare i versi più strani durante i pasti e gli accoppiamenti, quindi proseguo il mio pranzo senza indugi. "Aiuuuutoooo!" dopo qualche minuto, e non fanno eco risate, grida, niente. Inizio a preoccuparmi, mi guardo intorno ma nulla, non si vede nessuno. "Aiuuuutoooo!" di nuovo, mi alzo in piedi e salgo sul pulito, aggrappato allo strallo. L'unico segno di vita è un gavone di prua aperto, su una barca a vela del pontile di fronte, verso mare. Ci son due gambe che sbucano. "Serve aiuto?" grido da quella parte, ma non ottengo risposta. Dopo pochi minuti, però, "Aiuuuutoooo!": e non ci sono dubbi, è da quel gavone che parte la richiesta.
Prendo birra e panino, sbarco sul molo e a passo rapido vado dall'altra parte. Mi infilo il panino in tasca e lascio la birra sul pontile prima di salire a bordo, tiro a me le cime per avvicinarmi la plancetta e salgo. A prua, quel che si vede del tipo non è molto di più di quello che intuivo da lontano: due gambe e un braccio. Tutto il resto è risucchiato dentro il buco largo appena quanto il torace, forse meno. Saluto, faccio un paio di domande, lascio che sia lui a decidere dove e come aiutarlo. Lui vuole essere tirato dalla gamba superiore, poi da quella inferiore (si è incastrato di fianco perché il passaggio non è abbastanza largo per passarci di piatto) poi dal braccio. Non viene via di un millimetro. Il gavone sembra fatto apposta, una grossa nassa per intrappolare umani. Dopo buoni dieci minuti di tentativi a modo suo, senza nemmeno accorgermene entro in modalità "operatore shiatsu" e comincio ad osservare il corpo che mi è capitato oggi sotto le mani. Nel caso interessasse, in gergo questo si chiama "bo shin". A volte lo scopo - uno degli scopi, almeno, quello più materiale - di una seduta shiatsu è quello di raddrizzare una spalla, riequilibrare una schiena, dare tono a una gamba. Stavolta è di permettere al torace e alle scapole di fluire all'indietro oltre le paratie in legno e vetroresina. "Be like water", diceva Bruce Lee, inconsapevole certo della portata della sua frase nel campo dai raccordi idraulici nella nautica da diporto, e su questo mi concentro. Mi do da fare, adesso, a modo mio. Sostengo le gambe, premo leggermente un muscolo, lo rilasso, arrivo alla costola sottostante e la sposto, sollevo e tiro leggermente: è passata. Di nuovo per la successiva. Mi sposto sulla schiena, raddrizzo la scapola e la faccio passare, poi sollevo i fianchi e li porto indietro di due centimetri. Vado avanti così, muscolo dopo muscolo, centimetro dopo centimetro, fino a scorgere una testa e dei capelli bianchi, poi un viso, e infine, per ultimo, il secondo braccio. Due occhi chiari, avanti negli anni. Ci sediamo lì dove siamo, esausti, ci presentiamo, due chiacchiere, vuole offrirmi qualcosa da bere ma no, riposati, sono qui tutto il giorno e tutto l'anno - gli indico la bella prua della Duna dall'altra parte del canale - abbiamo tempo. Lui accetta di buon grado e lo seguo fino in pozzetto dove mi accomiato con una stretta di mano e torno alla mia birra e al mio panino, in attesa dei miei ospiti - aspiranti velisti - pomeridiani, della mia resa dei conti con l'impianto idraulico e, forse, magari, anche di poter mettere le mani sulla macchina da cucire e il cuscino lasciato a metà.
Tutta la mia stima ed ammirazione...certo però tutte a te succedono :)
RispondiEliminabeh, a voler essere pignoli, questa è successa a lui :-D
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