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La cimetta verde

Sono in acqua da tre giorni, dopo una settimana di cantiere. Ho montato i gradini all'albero, ho cucito lo sprayhood, ho ispezionato il serbatoio del gasolio, ho rianimato la luce di fonda, ricostruito la luce del ponte che nuova pare qui non esistere ("Patented", mi ha fatto Pavlos, il proprietario della ferramenta nautica in piazza, dopo che da un involucro rotto in plastica, una lingua di alluminio, un led e nastro isolante, autoagglomerante, termorestringente, butilico, è uscita fuori il mio nuovo, funzionante, fanale). Ho anche saldato il nuovo connettore dell'antenna VHF, in testa d'albero perché di cavo nuovo non ne ho trovato, appeso con quindici metri di prolunga legati alla cintura e collegati giù all'inverter del tavolo di carteggio. Ho cambiato il sitema di borose, ho cucito nuovi anelli per le mura della randa, montato una presa USB sotto il quadro elettrico, smontato la girante, le cinghie, il filtro, controllato l'olio dell'invertitore.
Ma la cimetta che tiene la passerella al pulpito di poppa proprio non l'ho toccata.
La verità è che io la passerella non la uso. M'è rimasta a bordo per caso quando invece di tornare in Italia, un paio di anni fa, sono finito a svernare qui in Grecia, e siccome lo spazio interno è poco la tengo montata a poppa. Quando ho ospiti, soprattutto se di doppio cromosoma x, la tiro giù, la appoggio alla banchina e rendo la vita facile a chi ha le gambe più corte delle mie.
La cimetta me la sono inventata lo scorso anno a Ermione, per far scendere a terra Cinzia e Cristina, e da allora funziona a meraviglia. Ma è una cimetta vecchia, polverosa. Verde, oltretutto, per chi crede nelle superstizioni, ma non vorrei svelare troppo già da ora.
Stamattina all'alba ero sveglio, a tirar fuori ed armare il fiocco che ancora, croccante, sa di nuovo, a preparare la randa. Poi sono sceso a terra a riempire il frigo, e a salutare Marco, del Baloos, con cui ho passato quel poco di tempo libero che mi son ritagliato, in questi ultimi giorni, al kafenìo della piazzetta. Sono saltato dalla spiaggetta di poppa alla banchina, come al solito. La passerella? Ar gatto. La usano solo in Texas dove, è risaputo, ci sono solo i tori e le checche.
Poi ho salpato l'ancora, impaziente di inaugurare la nuova stagione velica, alla volta di Egina. Neanche venti miglia, quello che ci vuole per una prova generale di motore e vele: quel che non funziona deve uscir fuori subito, prima di infilarmi controvento nel canale dell'Eubea, che avrò pure fretta. Inoltre, a Egina hanno trenta moduli del nuovo Depka, il transit log per le acque greche, mentre a Poros non ne hanno neanche uno: "Vai a farlo a Egina" mi ha detto ieri il tipo con la pistola del Limenarkìo, e se nel frattempo li hanno finiti fatti scrivere su un foglio che non l'hai potuto fare. "E perchè il foglio non te l'ha fatto lui?" mi chiede Marco la sera, davanti a un ouzo. Non lo so, era simpatico ma armato, non m'è venuto di insistere.
Il vento nel golfo di Poros è come sempre contrario. Come sempre nel senso che, in qualunque verso lo abbia mai fatto, ora che ci penso, ce l'ho sempre avuto in faccia, e ormai qualche volta ci son passato. Forse perché quando si parte è mattina, e quando si arriva è sera, e qui il vento è piuttosto pignolo nel suo imitare il girasole. Però, considero, appena fuori dallo stretto lo avrò al traverso: che goduria! E invece fuori dallo stretto c'è la piatta del secolo.
Tre ore di motore, in cui ho approfittato per fare foto, mandare messaggi, cucire vele. Fino alla secca tra Egina e Egistri. Qui ho alzato gli occhi dal mio cucito e mi son visto questo Amel un cento metri sopravento tutto sdraiato che cercava di ridurre - di rollare, pardon - le vele. E mi son reso conto che stava per arrivare, bello teso, ed è arrivato, al lasco, fantastico se non fossero mancate solo due miglia, se dopo quelle due miglia non avessi dovuto entrare in porto, trovare posto, dare ancora e andare in banchina.
Il porto era ancora semivuoto e ho avuto il lusso di scegliere dove piazzarmi. Ho scelto il lato sopravento, quello del molo sopraflutto, sacrificando la comodità di una manovra a favore di vento per la sicurezza di averlo al giardinetto una volta ormeggiato. Ho fatto tre giri, il fottuto catamarano aveva piazzato la catena per storto e non volevo mettere la mia ancora a cavallo della sua, ma nemmeno finire troppo vicino allo scivolo - ci son fondali bassi lì - oppure invitare i prossimi a intrugliare il loro calumo col mio.
La terza manovra mi ha soddistatto, e ho calato l'ancora. Ho girato la barca e portato la poppa in banchina, dove l'oste si è scusato coi clienti per venire, sorridente, a prendermi le cime. E io neanche un caffè, che barbaro.
Riprese le cime a bordo ho cominciato a tirare per avvicinare la spiaggetta di poppa al molo. Arrivato alla distanza giusta ho fatto per scendere e, oh oh, ma quanto è bassa l'acqua qua dietro? Molla molla molla le cime, allontanati, misura il fondo con uno scandaglio inventato lì per lì, allontanati ancora che qui quando entra il Flying Dolphin - a palla - e alza onda sono cazzi, allontanati ancora perché sono paranoico e il mio bel timone maggiorato che pesca quasi quanto la pinna me lo voglio conservare per risalire il meltemi, allontanati fino a che son finite le cime,e allora misuro ancora e calcolo di avere quaranta centimetri di franco, e ci posso stare, sempre che non sia alta marea. È alta marea? Boh, spero di no, non sembrerebbe, ma devo controllare.
Mi sono allontanato talmente tanto che non ho altra scelta che fare il Texano: per scendere a terra devo stendere la passerella. E quando tocco la cima verde, secca, polverosa, ho un brivido. Ma devo scendere a fare il Depka in capitaneria, e devo farlo in fretta. Così la stendo, dicevo, e mi accorgo che è troppo corta: c'è mezzo metro tra la sua estremità e l'inizio sicuro della banchina. Che sarà mai, arrivi in pizzo e salti, mi ordina il Peris inside me. E io fiducioso nel culo che sempre assiste il nostro ramo della famiglia in tutte le grosse cazzate che volontariamente inanelliamo mi carico dei documenti della barca, del telefono, del portafogli e mi avventuro verso l'ignoto. La cima verde cigola, miagola come un gatto agonizzante di cimurro, e io realizzo che ho una certa età, ormai, e finire in ospedale il terzo giorno della stagione sarebbe proprio da stronzi, e allora torno indietro, vado a prua, libero la catena dalla ritenuta, ne mollo un metro e mi tiro sulle cime di poppa fino a che la punta della passerella si appoggia sulla banchina. Sceso, e ormai in salvo, uso il telecomando per recuperare la catena e allontanare la barca dal pericolo. Vado al Limenarkìo.
Qui una simpatica donna, in divisa ma senza pistola, mi annuncia che sono pieni di moduli, ma per averne uno devo prima versare cinquanta euro alla National Bank, e oggi è venerdì e sono le due e mezzo e la banca è chiusa e riaprirà lunedì. Qual è il tuo prossimo porto? E io mica lo so, dovrei tornare a Poros domani ma lì i moduli non li hanno. E poi Lavrio, Chalkis, boh? Quanto posso navigare senza documenti? Con il mio arrozzato neogreco, che tante porte mi ha aperto nell'ultima settimana, riesco a farla sorridere ma non a farle tirare fuori conigli dal cappello: son venuto qui a vuoto. E allora torno in barca, la avvicino col telecomando, salgo fortunosamente a bordo, con la punta della passerella appena a scaricare il mio peso iniziale sul cemento del molo. Mi riallontano, mi metto a sistemare dentro, a ragionare su date e miglia e porti di arrivo. Quando sento un motore in arrivo.
Esco fuori ed ecco il mio vicino di sopravento. Sta venendo di prua. Immagino abbia calato un'ancora, ma non la vedo, né vedo i suoi effetti: mi punta e mi si appoggia tra la prua e la catena. E io che se indietreggio mi fotto il timone. Sono gentile, però, mentre evito i danni importanti tenendolo per le sartie. "Stai cercando di farmi salire sulla banchina, vero?" gli chiedo infatti in Inglese. No no, mi assicura lui. E continua a dare gas appoggiato al mio mascone, guadagnando contro l'attrito centimentro dopo centimetro. Poi improvvisamente corre a prua - son 9-10 metri di Beneteau, ci mette poco, e sfodera le cime di ormeggio già preparate. Me le mostra. Io sto ancora tenendo la sua barca per le sartie, e inoltre non sono in grado di scendere a terra, ci son tre metri tra me e la banchina e la passerella non ci arriva. Cerco di spiegarglielo, ma è Bretone e di poche parole: capisce solo che io non gliele voglio prendere, e allora spazientito lancia quella sopravento in banchina, quella sottovento me la dà in mano, senza chiedere il permesso sale agilmente sulla Duna - agile come può essere agile Asterix sessantenne senza pozione magica - arriva a poppa, imbocca di corsa la passerella, se la fa per intero sullo slancio mentre tutto si tende, si abbassa, trema, sta per succedere qualcosa.... e la cima verde si spezza. Pluf.

Commenti

  1. bella prosa, ti seguirò volentieri.
    Sandro

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  2. sta all'ospedale? o si è solo inumidito?

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    1. È rimasto appeso al molo. Inumidito, intimidito e malamente graffiato qua e là, ma niente ambulanza. Per fortuna...

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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