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I Russi (prima parte)



Terzo giorno di bolina. A scendere da Navplio e poi a est verso Poros il vento ruota agilmente per soffiarmi sempre dritto in faccia. Il fiocco nuovo si comporta splendidamente, permettendomi di passare a vela alcuni stretti rafficati in cui, altrimenti, avrei dovuto far notte.
Oggi, sottovento a Hydra, le raffiche si susseguono a brezze leggere, che lasciano il posto a turbolenze a seconda di quale sia la valle che lascia scorrere la potente termica del Peloponneso fin giù al mare. 
Ufficialmente sono uno che schiva la competizione. In realtà fingo noncuranza mentre regolo di fino fiocco e randa nella goduria di incrociare la rotta di un plasticone e superarlo sopravvento. Quando invece succede il contrario beh, del resto quello è un dodici metri e pesa meno di me, per quanto portato da una banda di incompetenti (questo lo penso sempre, ma non lo dico mai), per quanto quella randa rollabile abbia la stessa forma delle mutande di mia nonna (che mai ho visto, in realtà), non è certo colpa mia né, tanto meno, della Duna: noi siamo per la crociera comoda e rifuggiamo, lo dico sempre, la competizione.
Appena dietro l'angolo, la bafagna - quella vera - mi costringe a calare le vele in coperta e proseguire a motore verso nord fino a che, entrato a Poros, il vento monta di nuovo potente e rafficato. L'ideale per un ormeggio in solitario.
Le raffiche, però, si dimostrano immediatamente il minore dei miei problemi. La mia idea, infatti, sarebbe quella di sistemarmi subito qui sul lato sud. Appena adocchio un posto e tolgo la marcia per rallentare e preparare la manovra, però, tre cose succedono contemporaneamente con un sincronismo degno dei peggiori b-movie americani: il charter che mi insegue, planando, da mezz'ora, mi supera e mi si pianta davanti; quello immediatamente dopo mi frega il posto; il motore, in folle, invece di tornare al minimo sale pericolosamente di giri.
Rimango per un attimo in preda al turbamento, lasciandomi traversare dalle raffiche. Sono letteralmente accerchiato: dietro a me tentano di speronarmi per dare ancora sotto il mio timone, davanti chiudono immobili lo stretto canale, sfiatando schiuma dall'elica di prua. Provo a reingranare la marcia. "Stock", l'invertitore agguanta all'unisono col mio gemito di dolorosa compassione. Faccio per azzardare un passaggio nell'acqua bassa davanti ai charteristi, ma lo skipper deve avere un passato da buon difensore di hockey, e mette immediatamente la sua prua tra me e la fine della strettoia. Di nuovo in folle, di nuovo il motore su di giri. Quando giocavo ancora in attacco, una vita fa, la mia mossa migliore era la finta di corpo verso la balaustra per poi prendere la via diretta verso porta: proprio per queste mie doti innate passai presto alla difesa. In un caso come questo, conoscendomi, preso dalla frustrazione avrei caricato il tiro della mia vita mirando a fracassare il naso del mio avversario, ma con la barca non funziona. La Duna è mia, quella che mi sbarra inutilmente l'unica via di uscita è una povera meretrice maltrattata, di cui certo allo skipper frega meno che di sua madre.
Accantonato almeno per ora il progetto del catartico speronamento, stringo i denti e ingrano di nuovo la marcia, cercando spazio per girare su me stesso e prendere tempo. Al secondo 360 il tipo abbassa l'attenzione e abbatte la prua al vento: c'è spazio e io mi ci infilo al volo. C'è l'ho quasi fatta quando il figlio di sua madre sente d'istinto che qualcosa non va, e senza nemmeno voltarsi a guardare accelera nella mia stessa direzione per tagliarmi fuori dal canale navigabile. Una delle signore a bordo si accorge di me, ne fa cenno all'energumeno alla ruota, ma lui imperturbabile stringe l'acciaio e lascia che il vento scompigli selvaggio i suoi pochi capelli, rimanendomi tra le palle. Li lascio allontanare e li seguo circospetto, gesticolando appena un po' quando, poco dopo, tentano di nuovo di bloccare per vezzoso insondabile capriccio personale il traffico navale dell'intera Poros.

Sbucato a Ovest il porto si allarga, e aspetto di vedere dove vanno loro per dirigermi il più lontano possibile. Scelgo il mio posto in un tratto completamente vuoto, in base alla collocazione delle colonnine di acqua e luce: mi servono entrambe. Lo punto di prua, metto di nuovo in folle (Vruuuum! Fa lo Zio, irritato) apro la frizione e lascio andare catena per una ventina di metri, poi la stringo senza serrarla e torno al timone, giro la barca e finalmente punto in banchina. E la catena si pianta.
Tra le cose che ho fatto durante la bafagna, oggi, c'è stata quella di tirar su i primi trenta metri e poi rimetterli nel gavone: per liberarla dopo la bolina e impedirle di rimanere incastrata, come appunto è appena successo. Torno a prua, controllo la situazione, la sistemo, torno al timone, la poppa nel frattempo è scaduta a sinistra e devo manovrare per tornare in linea. Marcia, folle, marcia, folle, e ogni volta una fitta al cuore nel sentire il rumore secco dell'invertitore. La catena si blocca di nuovo, tre maglie attorcigliate tra loro, e devo ripetere l'operazione, ma finalmente, dopo l'ormeggio più lungo della mia vita, sono in banchina.
Dei miei amici di poco fa ho perso le tracce. In compenso, mentre sorseggio la tanto desiderata birra fresca in pozzetto, ecco i miei nuovi vicini. Sono 10 maschi russi. Danno volta alle cime di poppa mentre io osservo basito la loro prua. La catena penzola triste, infilando le acque turchesi ad angolo retto. Non ho seguito la manovra, per cui non so fino a che punto la situazione sia pericolosa - ce li ho sopravento - ma è evidente che alla carne da cannone della nautica nessuno si prende la briga di fare un disegnino sul funzionamento di un'ancora. Probabile che per loro calarla in acqua sia una specie di talismano portafortuna, un gesto apotropaico testimone degli antichi tempi in cui gli stregoni sventravano capretti per predire il futuro. Loro la buttano in acqua e sistemano le apparenze, ma in fondo lo sanno che non è vero niente.
Mi viene in mente a questo proposito la notte passata in bianco dai charteristi la cui barca, a Ormos Aghio Nicolaos a Hydra, continuava a sbattere la poppa sugli scogli. Anche loro avevano buttato in mare l'ancora con la stessa incuria, e anche loro erano Russi. Coincidenze.
I tipi qui a fianco, già ormeggiati al molo, tengono la prua in posizione sventrando le batterie dell'elica di prua finché arriva dalla timoneria l'ordine "àncora!" e l'omino preposto recupera il calumo. Mica tutto, solo un po', quel tanto che basta per indovinarne la direzione che, ma tu guarda, va dritto ad incrociare il mio. Son cose che capitano, può succedere a tutti e in mare ci si aiuta, ma quando pochi minuti dopo incontro gli occhi di uno dei Russi, lo ammetto, non ce la faccio proprio a sorridere né a salutare. Lo fisso fino a che non è lui a distogliere lo sguardo. 

"Ma guarda 'sto stronzo come se la tira, manco j'avessi detto cotica" avrà sussurrato agli amici col suo accento moscovita.



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