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La rotta facile


Questa volta scelgo la rotta facile, mi dico. Invece di farmela diretta da Cefalonia verso lo Stretto, sarebbe la quarta volta in due anni, salgo fino a Paxos, parto la mattina presto, e il pomeriggio successivo, dopo una sola notte di navigazione, mi fermo a riposare a Crotone.
Una traversata pianificata con cura quasi maniacale. Compreso un rudimentale routing raffazzonato con il compasso aperto sulle 25 miglia (le mie 6 ore) e il tablet a scorrere le previsioni del vento.
Prima mossa, quindi, spostarsi da Nidri e andare ad  ancorarsi a Lefkas. Pare sia possibile farlo tra il marina e il molo comunale: lo accenna Heikell nel suo "Ionian", me lo ha confermato Giorgio a Messolonghi. Da lì, imboccherò il ponte alle 8 e andrò a passare la notte a Gaios. Notte un po' delicata, perché caratterizzata da un salto di vento da libeccio a maestrale che sembra tanto legato ad una saccatura.  Un fronte temporalesco,  insomma, anche se non è così immediato ricavarlo dalle carte di previsione. Poi, la mattina successiva di buon'ora, cavalcando il maestrale di bolina larga, via verso Crotone e le sue famose pastarelle alla crema bianca.
Ma, perché c'è un "ma", la vita a Tranquil Bay si rilassa. Il tempo prende a scorrere più lentamente. Non dipende dalla mancanza di barche, di ressa, perché in realtà qui è pieno, e di là dal canale Nidri pulsa della peggiore vita estiva. È qualcosa legato al luogo, ai pini forse, alla conformazione racchiusa della costa, o chissà alle ossa del Dörpfeld che vegliano dalla sua tomba tra gli alberi, là sulla punta che si protende dal bosco, che mantiene vivo il potere che questa baia ha di incantare, di trattenere i viaggiatori.
E poi è settembre, qui nelle Ionie tutto sta cambiando. Già splendide in prima estate, l'approssimarsi dell'autunmo le ha scremate dai velisti della domenica, e anche i volti dei charteristi più inquadrati sono ora marini. Le barche, poi, sono cambiate anch'esse. Scemati i plasticoni, sono rimaste le più solide, le più attrezzate. Eolici a poppa, pannelli solari, timoni a vento. Murate alte, non raro il pozzetto centrale. E le bandiere: Svezia, Norvegia, Inghilterra. Occhi chiari e pelle scurita dal sole e dalla salsedine. Mi piacerebbe rimanere a far parte di questo paesaggio, io e la mia Duna, con il nostro eolico a poppa, il pozzetto centrale e tanta, tanta salsedine a scurire la pelle consunta.

Tra l'urgenza di andare e la melanconia a rimanere, ecco che scelgo il compromesso peggiore: passare la notte qui, per salpare solo l'indomani, nemmeno di buon'ora, diretto al canale di Lefkas. Tra l'altro, nella mia maniacale preparazione sbaglio di almeno un miglio il calcolo della rotta, e solo quando, ormai partito, la imposto sul gps (o meglio sul telefono, l'unico plotter cartografico funzionante a bordo) mi accorgo che forse stirando il motore al massimo delle sue possibilità potrei farcela a perdere per un pelo l'apertura del ponte girevole alle 10 spaccate. Rallento, rassegnato ad aspettare il turno delle 11.
Mi godo il passaggio tra le basse sponde del canale, l'incrocio con le barche dirette a Sud i cui occupanti, vuoi per reale simpatia, vuoi perché la loro vacanza è appena iniziata,  mi salutano invariabilmente con entusiasmo urlando "Roma!" e agitando i pollici in alto, nel leggere la sigla sulla mia murata. Il che, ovviamente, non fa che accrescere la mia voglia di invertire la rotta e mettere prua verso Tranquil Bay, o Meganisi o Kastos, o Messolonghi. Ovunque purché non sia Italia.
Ma proseguo. Mano mano che il paesaggio scorre accanto a me, sento le mie cellule cedere al richiamo e staccarsi dal mio corpo, lasciando a nudo le ossa, l'anima, per rimanere in simbiosi con queste acque. Arrivato a Lefkas il canale si allarga e il processo è completo. Sono di nuovo io, morto e rinato, nettato dalla malinconia, ansioso di essere dall'altra parte, affamato di mare aperto e nuove terre da raggiungere. Con distacco constato nel passare che in effetti sì, si può ancorare tra il marina e il molo comunale, anche se lo spazio non sembra essere poi così tanto. Poi, dopo giochini e manovre di fino per evitare sia di abbordare le altre barche in fila - se ne sono aggiunte molte nell'ultimo miglio - sia di finire sulle pareti metalliche del ponte prima che questo si apra, eccomi a costeggiare boe e banchi di sabbia fino allo Ionio. 
Finalmente, con un ritardo già di diverse ore accumulato sulla mia tabella di marcia, apro le vele a quello che dovrebbe essere un libeccio forza 3, quello che doveva portarmi verso nord prima della discesa al lasco nella coda della perturbazione, e loro, pur rimanendo flosce mostrano una vaga tendenza a gonfiarsi a un insolitamente debole maestralino pomeridiano. Vela e motore verso Gaios, quindi. Per qualche ora.
Intanto continuo a fare e rifare calcoli di rotte, orari, consulto di nuovo il meteo. Forte dell'errore sulla distanza da percorrere stamattina per arrivare al ponte, mi sento di mettere in discussione l'intero programma fin qui stabilito. Infatti, non è forse vero che ormai il ritardo accumulato mi consentirebbe di arrivare a Gaios in tempo - forse - per ancorare con le ultime luci, ma solo a condizione di trovare subito posto? E che darei àncora solo per aspettare passivamente che il fronte mi passi sopra scaricandomi addosso tuoni lampi pioggia e quant'altro? Più vado verso nord più mi convinco che la mossa migliore, in realtà, è tagliare basso e cercare di scapolarlo, il fronte, andando incontro alla rotazione del vento laddove, secondo le carte di previsione, questa sembra essere meno violenta.
Rimango così, titubante, per qualche ora, e poi, intorno alle 14, accosto deciso a sinistra e inizio ufficialmente la mia traversata verso Crotone.

La mia convinzione è sempre quella che, una volta lontano dall'effetto delle isole, incontrerò i venti da sud che mi permetteranno di salire un poco per poi sfruttare il maestrale di bolina larga, ma è solo grazie a Zio Nanni, il mio motore classe 1980, che le coste greche sfumano lentamente e definitivamente nella foschia serale.
Contemporaneamente, a Nord, nuvolaglia nera compatta opprime l'orizzonte. È lontana, penso io, rimarrà lì. E incrocio le dita.
Sfrutto gli ultimi scampoli di connessione (Radio Maria a Cosmote gli fa un baffo!) per comunicare a Manuela e agli amici posizione, rotta e ora prevista di arrivo. Controllo ancora le previsioni, mi preparo ad affrontare la notte con un pasto caldo - bisogna approfittarne finché si può, indipendentemente dall'appetito - e un thermos di tè ben zuccherato. Poi mi accoccolo in pozzetto.
Nel buio della notte viaggiamo verso ovest. Io, Duna, Arthur l'autopilota, Zio Nanni il motore tedesco e Marvin, il radar paranoico. Dei quattro membri dell'equipaggio solo io sono senza far niente e passo il mio tempo scrutando le tenebre a nord, dove già dal crepuscolo sono fin troppo distinguibili i bagliori dei lampi.
Tutto fila liscio fino alle 3. Certo, sottocosta il traffico è troppo intenso anche per i microsonnellini di 10', con allarme radar inserito, che mi permettono di solito di sfangare le notti senza svenire a metà traversata, ma tutto sommato me la cavo e poi, diretto come sono verso il mare aperto, confido in una gestione più semplice di qui a poche ore.
Peccato che, proprio quando spariscono le navi, Marvin mi chiama in carteggio per mostrarmi una macchia lentiforme improvvisamente formatasi 3 miglia a prua. Esco fuori, scruto nel buio, ripeto il gesto armato di binocolo. Niente. Ma la macchia è lì, larga forse un mezzo miglio, e si avvicina. Prendo coscienza del fatto che in effetti è il primo anno che ho il radar a bordo, e che mi mancano alcuni dettagli su come Egli sceglie di restituire la realtà. Esco fuori di nuovo, guardo questa volta verso l'alto e lì, pronta a scivolare silenziosa su di noi, nera, una nuvolona inquietante avanza da prora oscurando il cielo stellato.
Ecco, Carlo e Marvin hanno pre-visto la pioggia. Non solo: i due, lavorando gomito a gomito, sono riusciti ad evitare il peggio, tanto che solo due gocce hanno bagnato la coperta della Duna.
Bene, anche questa è fatta. Ho scoperto di avere una nuova arma e questa consapevolezza mi aiuta a gestire nel mio animo il rapporto col bagliore ininterrotto che illumina ormai a giorno l'orizzonte settentrionale, rapporto che può utilmente riassumersi in due parole: "terrore primordiale". Mi sembra si sia avvicinato, ma non voglio entrare in paranoia: lo scorso anno lungo tutta la risalita del Tirreno i lampi mi hanno accompagnato dal largo, io sveglio e preoccupatissimo e ansioso di arrivare per poi scoprire che i temporali di cui vedevo i bagliori erano quelli che avevano inzuppato le coste della Sardegna, a cento miglia di distanza. Non voglio entrare in paranoia, ma una controllata con il radar al massimo meglio darla.
Scendo da Marvin, pigio 2 volte il tasto "Range" e osservo il risultato sulla scala delle 24 miglia. E lì, ai bordi dello schermo, alla mia dritta, eccola. La Nuvola, con la sua pioggia e i suoi lampi continui.
Non volevo entrare in paranoia, ma ormai ci sono e decido istantaneamente di chiedere - per favore si intende - gli straordinari a Zio Nanni ("dai che poi ti rabbocco l'olio, zi'") e porto un po' avanti la leva del gas.
Da questo momento le ore si trascinano al ritmo dell'anziano Mercedes-Benz OM636: lente. I lampi, nonostante il cambio di velocità,  si avvicinano. E mano mano la macchia sullo schermo radar si ingrandisce, ribadendo quello che già a occhio nudo è ben visibile: non è una semplice nuvola, ma un intero fronte in movimento.
Le ore si trascinano talmente lente che in realtà sono appena le quattro quando per la prima volta vedo la saetta staccarsi dalla base dell'enorme cumulonembo e colpire l'acqua. Marvin stabilisce la distanza: 15 miglia. In avvicinamento.
Chiedo ancora aiuto a Zio Nanni ("dai che poi l'olio te lo cambio, zi'"), e comincio la partita a scacchi sullo schermo del radar. Da che parte sta andando? Come evitare il peggio?
A 5 miglia sento il primo tuono. Il fronte incombe sopra di noi. I suoi fianchi, fino su in cima, sono percorsi da lampi che risalgono le spirali di nero vapore acqueo come gli impulsi elettrici collegano le sinapsi del megacomputer nei più costosi film di fantascienza. Al di sotto della base i fulmini sostengono l'enorme nube come esili zampe di ragno. Ho tirato giù e imbrogliato tutte le vele, ma ancora neanche un alito di vento smuove l'aria umida e opprimente. È una buona mezz'ora che studio, ma, sarà lo stress, la notte o la stanchezza, ancora non sono riuscito a decidere la mia mossa: accosto a sinistra, allontanandomi dal fronte, mettendomelo di poppa, e rischiando di essere raggiunto, o a dritta, tagliando la distanza che ci separa e scommettendo sulle mie ridotte capacità di giudizio che mi dicono debolmente, dal centro luminoso della mia coscienza ormai rammollita dalla guazza notturna: "Per le leggi che regolano la somma vettoriale delle velocità reciproche - stimate da quel paranoico di Marvin di cui sei costretto a fidarti - sembra sussistere una buona probabilità di uscire dal Suo percorso prima che ti sia sopra". Discorsi interiori di questo genere mi lasciano spesso pensare che la mia coscienza sia rimasta seduta all'ultima fila dell'aula di Fisica 1, ad osservare rapita le roboanti dimostrazioni del professor Salvini, e spiegano forse la distrazione con cui ho attraversato incurante gli ultimi 25 anni.
Alla fine vince Salvini, e accosto verso Nord di buoni 45 gradi. In pozzetto, in silenzio, osservo e provo a contare i secondi che separano la saetta dal tuono: occupazione totalmente inutile data la quantità di fonti sonore che emettono, di fatto, un unico indistinto rombo che gioca a risuonare con quello del motore. 
Si avvicina, si allontana? Sembra stazionaria... Oppure sta sfilando, ma è talmente enorme che non mi dato accorgermene? "Daje zi', che poi ti cambio cinghie e girante", e il vecchio Nanni Mercedes 180, sospirando e sbuffando, aumenta ancora la sua spinta nella notte. In fondo, lo so, mi vuole bene.
Lentamente, o almeno a me sembra così,  Marvin mi conferma ciò che non osavo sperare: il fronte sta scivolando alla mia sinistra. Ma è solo quando le prime luci dell'alba fanno sbiadire i suoi bagliori interni declassificandolo a "nuvola nera - anche detta cumulonembo - minacciosa, molto vicina, ma in lento allontanamento sulla sinistra", che mi rilasso.
Ancora un'ora scarsa, ed ecco la rotazione del vento: a sostituire l'appena accennato libeccio, un discreto maestralino mi permette di issare tutta tela e di dare riposo al buon Zio Nanni. L'ho sfangata.
Certo, fatti due conti mi rendo conto che Crotone non è un'opportunità, come pensavo, ma un obbligo, perché non avrei altrimenti abbastanza carburante per raggiungere lo Stretto in caso di calma o di venti contrari. E, sempre più convinto che la rotta diretta da Argostoli sarebbe stata migliore, rallenterò per poter arrivare non col buio ma con le prime luci dell'alba di domani, mi fermerò solo per far gasolio e scaricare da internet le previsioni aggiornate, per poi ripartire attraverso Squillace e tutta la Calabria ionica.
Per farla breve, io, Duna, Arthur Marvin e lo Zio ci riposeremo solo a Scilla, tra qualche giorno, sotto la cui rocca arriveremo nottetempo, risalendo la corrente contraria.

Ma questa è un'altra storia

Commenti

  1. All'inizio della lettura non avrei mai immaginato che si sarebbe trattato di una storia di terrore alla Stephen King!
    Hai comunque confermato la mia convinzione che, soprattutto in solitario, senza una Duna,un Arthur, uno Zio Nanni, ed Marvin che facciano il loro sporco lavoro, è meglio stare a casa ;)

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  2. siete in troppi per una barca cosi piccola.....

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