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L'Idiota



Mi sveglia alle quattro di notte il rumore del generatore eolico che entra violentemente in azione.
Ormai ci sono abituato, quindi non mi precipito fuori con la stessa ansiosa rapidità di una volta, dove per "una volta" intendo non più di due settimane fa. La Grecia è ventosa, o forse siamo noi ad essere stati abituati finora a mari dove il vento - in estate - soffia  solo durante le burrasche, o i groppi, o come debole termica durante le ore centrali della giornata. Manuela è oltre: nemmeno si scompone. Rantola nel sonno e si gira dall'altra parte mentre io esco in mutande nella notte. Devo essere giusto con lei: in realtà si rende conto che qualcosa sta succedendo e che io sono sveglio a preoccuparmene. Il che la tranquillizza e le concilia il sonno.

Esco nella notte, dicevo. Il vento caldo fa piacere sulla pelle nuda. A prua le Pleiadi sono alte, e Orione sta già scavalcando con il suo piede destro le alte montagne dell'interno. Da lì arriva il vento.
Ce l'abbiamo al mascone di sinistra, forte e rafficato. Nonostante la direzione sarebbe assurdo chiamarlo "grecale". È più una termica notturna, aria che, scendendo giù dai versanti acclivi, accelera e si riscalda... un vento catabatico, insomma. Comunque c'è, e ulula discretamente.

Sono passati due giorni da quando ci siamo stabiliti in questa baia dimenticata dai portolani. Heikell la liquida con due righe: "Era bella ma ora la fish farm all'ingresso ha rovinato tutto", e magicamente essa cessa di esistere per i diportisti. Ci passano davanti, forse ci vedono, forse no - siamo ridossati in un piccolo seno interno, aperto verso il largo solo a Sud - e tirano dritti verso l'orrendo affollamento del ferragosto charterista che si sta consumando nella baia successiva, pronti a gareggiare a chi àncora più vicino alla spiaggia, con bonus speciale a chi riesce a sfiorare i bagnanti. Poi tutti giù in acqua, a fare da bersaglio al charterista successivo.

Sono due giorni che siamo qui, e da due giorni il vento segue lento e fedele il ciclo del sole, con brevi tregue seguite da salti e rinforzi. 
Quello che in questa notte calda e stellata mi preoccupa è che questo vento ci spinge contro gli scogli, e solo le ancore ci tengono lontani dalla tragedia. Il che, a pensarci ora, mentre scrivo, è banale: a cosa dovrebbe servire altrimenti un'ancora?
Ma nel buio ogni eventualità, per quanto remota, assume contorni foschi.
Siamo a 25 metri scarsi dalla riva, cui due cime di poppa ci tengono avvinti. Abbiamo 20 metri circa liberi prima degli scogli sommersi a profondità tale da interagire malignamente con timone o pinna di deriva. Se le ancore dovessero mollare improvvisamente, in meno di 40 secondi ci ritroveremmo affiancati alle rocce, a controllare se è vero che sono più dure della vetroresina.
Ma le ancore terranno? Hanno tenuto, più tardi lo saprò: sarò qui in pozzetto a scrivere. Il dubbio allora è un altro: sono sicuro che le ancore terranno? Posso tornare a dormire?
Ne ho calate due apposta. Una, la principale, su 8 metri di fondo, con poco più di 30 metri di catena in acqua. L'altra posizionata successivamente col tender, a sua volta a circa 30 metri, con calumo misto catena-tessile, in direzione delle montagne, a tenere la prua in linea contro il vento che immaginavo - e immaginavo bene - potesse scendere da lì durante la notte.
Stanotte, a pensarci, mi pento di non aver calato in acqua 40 o 50 metri di catena. Cosa mi sarebbe costato? Qualche fatica in più, certo: siamo arrivati di sera, dopo il tramonto. Poi però abbiamo avuto un giorno intero di completo ozio, per poter riposizionare in tutta calma l'ancora.
Ma ieri, di giorno, come per magia, il calumo sembrava sufficiente (dopotutto l'ancora lavora in salita, ricordo di aver pensato). Una delle tante cose che devo ancora imparare dell'arte marinara è che la lunghezza giusta del calumo è quella che assolve a una duplice funzione: 1) tiene la barca al suo posto e 2) mi fa dormire tranquillo. Un ancoraggio che soddisfi solo la prima delle due esigenze non può dirsi adeguato.

Sono sempre qui, nella notte calda. La luna è tramontata e le stelle forano a milioni il nero del firmamento. Cassiopea mi indica col suo gesto ampio la stella polare, l'Orsa è bassa qui, ed ora è seminascosta dalle colline boscose alle nostre spalle. Il vento continua a soffiare da nord-est.
Quaranta secondi per reagire. Rimango un po' in pozzetto, fingendo di godermi l'aria secca sulla pelle bruciata dal sole. 
Cerco nel buio le chiavi di avviamento e le infilo nel quadro - ieri le avevo tolte prima di sciacquare il pozzetto dagli aculei dei ricci pescati e poi mangiati per pranzo.
Sistemo l'allarme àncora dell'ecoscandaglio: stringo la forchetta a soli 20 centimetri.
Controllo la tensione della cima della seconda àncora. Sembra che non lavori. Sta già arando? O è solo la direzione del vento, che in questo momento viene dritto da prua e mette in forza la linea di ancoraggio principale? L'importante è che mi regali qualche secondo in più - penso - e ritorno in pozzetto.
Immobile nella semioscurità delle stelle richiamo lentamente l'immagine di tutte le cime legate alla poppa - il tender, la nassa, la tavola, le due cime di ormeggio - non vorrei trovarmene una nell'elica nel momento meno adatto. Ripasso la manovra di emergenza già più volte immaginata: cima sottovento in acqua - è la più corta e la più fina - lasco quella sopravento e do motore per allontanarmi. 60 metri di cima da 16 mm dovrebbero permettermi di mettermi in sicurezza ad una distanza sufficiente dalla scogliera. Forse addirittura abbastanza da dare di nuovo àncora.
Ho un unico dubbio, che avrei preferito lasciare latente. E se nel concitato momento dell'emergenza vera il motore non partisse? Se quei famosi 40 secondi, di cui 10 dedicati alle candelette di preriscaldamento - non bastassero per farlo partire?
Vaghe dissertazioni romantiche sul rapporto tragico di amore-odio tra gli antichi navigatori privi di motore e le coste sottovento. Forse loro avrebbero scelto una baia con fondali meno inaccessibili e si sarebbero piazzati al centro per avere più tempo a disposizione per reagire. Forse, con grande sforzo, avrebbero tirato la nave in secco sulla spiaggia ciottolosa. Forse di antichi navigatori privi di motore ne sono naufragati parecchi, il mare è pieno dei loro cocci.
Se il motore non dovesse accendersi sarei in guai davvero seri.
Non sarei in tempo per piazzare una terza àncora (dove, poi, e come?), non farei in tempo a issare una vela (o forse sì, ma 20 metri di acqua libera in cui poter scarrocciare prima di avere l'abbrivio sufficiente a manovrare sono decisamente pochi). Di spingere controvento una barca di 10 metri e 7 tonnellate col motorino del tender, 2cv, non è il caso di parlarne.
La mia unica speranza se le ancore dovessero mollare, concludo, è il motore. Resto ancora qualche istante ad osservare il tremolio delle stelle, spengo il generatore eolico e torno a letto.

Al mio risveglio il sole ha sostituito Orione sopra le montagne, il vento è calato, siamo ancora qui. Le mie angosce notturne sfumano poco a poco. Non ci sono motivi, stamattina ne sono convinto, per cui le mie due ancore non dovrebbero tenere. Sono sicuro, anzi, che nel salpare oggi pomeriggio avremo non pochi problemi. La vecchia CQR morde bene, e la Danforth non mi ha mai deluso.

Arriva il momento della partenza. C'è vento, ovviamente. Recuperiamo le cime a terra, e la barca ruota appena sulle due ancore, assecondando le raffiche.
La prima a venire su è la Danforth. Strategicamente posizionata col battellino a proteggere la linea principale dalle sfuriate notturne, la aliamo aiutati dalla campana di tonneggio del verricello di prua. Facciamo un po' di fatica all'inizio, ma arrivati a corto l'ancora speda e viene su facilmente. La catena - 10 metri scarsi - la tiro su a mano.
E qui la sorpresa. L'idiota (io) nell'afforcare accuratamente la seconda àncora sfruttando il tender e due parabordi come da consiglio postumo del grande B. Moitessieur, aveva sbadatamente dimenticato di togliere la sagola che, nel gavone, impedisce alle marre mobili della Danforth di fare sfaceli. Avevo calato come ancora di salvezza una Danforth a marre fisse, piatte, parallele al fusto. 10 chili di ferro e qualche metro di catena.
Eravamo ancorati a quello che a Roma viene definito "un sercio".

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