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La vana speranza




Appena il comitato dà il segnale, l'ardito equipaggio di Duna s'adopera a sfruttare al meglio tutta la tecnologia avanzata disponibile a bordo per ottenere la massima velocità nella giusta direzione. 
È un piacere osservare come ognuno abbia un proprio compito e lo svolga con dedizione particolare, come il lavoro del singolo si armonizzi, si fonda in quello del gruppo. Il genoa risponde prontamente alle regolazioni di fino, e lo scafo comincia a volare sull'acqua. 
Il primo bordo è di bolina quasi stretta, dritti verso Tavolara, a poco più di due nodi. 

Al timone la turnazione è da subito spontanea, e fluisce a scatti, con cambi dati al pilota tempestivamente, non appena questi comincia a prendere un po' la mano.
Nel primo turno il timoniere riesce a trovare immediatamente il ritmo di orza-poggia asincrono necessario, in quella debole aria, a tenere le vele perennemente o in stallo o sventate. I segnavento si vedono male, però... anzi qualcuno manca del tutto: concludiamo che sono le circostanze ad essere sfavorevoli. Dopo un'oretta c'è il cambio. Il nuovo arrivato si impegna a fondo, si concentra per assecondare i filetti fluidi che quasi riesce a vedere scorrere sulla tela, tanta è la sua immedesimazione con la barca, commentando però dopo poco, imbarazzato, "la sento molto sensibile" e poi, ancora: "certo questo vento cambia continuamente direzione". Quindi è il terzo turno, che finisce dopo neanche mezz'ora con la banale scusa "Lo sapete che non amo timonare", e infine il mio. Io conosco bene la barca, per cui vado sul tecnico: "anche volendo non si può fare di meglio: l'inferitura del genoa è troppo lasca, il corridoio stretto".  Nel frattempo  si è fatta ora di pranzo, e decidiamo di sacrificare le prestazioni inserendo per un po' il pilota automatico. Lui comincia immediatamente ad andare dritto,  mantenendo le vele a segno, fregandosene del vento variabile e dell'inferitura smutandata. Decidiamo all'unanimità che sarà lui lo skipper nelle situazioni più critiche. Tipo questa regata.

Continuiamo a veleggiare verso la Sardegna, sempre più lontani dal resto della flotta. Solo una barca ci precede sulla nostra rotta, poi vira di bordo e in un attimo schizza via verso nord. Il telefono ha ancora campo, e dal web arriva il primo messaggio dei nostri amici che ci seguono da casa: "ma 'ndo annate?" 
Riesco anche a scaricare il tracking della regata: siamo i più esterni, e solo il  prossimo bordo ci dirà con certezza qual è la nostra posizione reale rispetto agli altri concorrenti. Il nostro skipper di fiducia ci fa viaggiare tra i quattro e i cinque nodi, il che ci permetterebbe, se continuasse così, di tagliare il traguardo prima della scadenza del tempo massimo, nostro obiettivo dichiarato. Il nostro consulente meteo, l'uomo ombra, il quinto dell'equipaggio rimasto a casa per improvvisi impegni di lavoro, ci manda continui aggiornamenti su whattsapp:  rotazione prevista a NE20 per le 17, e consigli strategici: stringere più che possiamo sul prossimo bordo. Il mare è calmo, il vento tiepido, è una bella giornata, abbiamo la situazione sotto controllo. Ci rilassiamo con birra e patatine, poi, quando siamo ormai sicuri di poter andare a vincere con un solo altro unico bordo, viriamo e, come stabilito via etere, chiediamo all'autopilota di portarci verso nord di bolina stretta.  Lui acconsente. 

La seconda virata però arriva ben prima della linea d'arrivo. La suggerisce un traghetto della Grimaldi, puntandoci di lontano appena a sud di Giannutri.
Ognuno a bordo ha la propria opinione a riguardo, e ognuno ha il suo riferimento per calcolare se, come e quando la nave ci taglierà la rotta, ci sfilerà di poppa o ci coglierà nel mezzo. Il dibattito è interessante e impreziosito dal comportamento poco sportivo dell'altro manufatto galleggiante, che finta lentamente a sinistra come a lasciarci libera la rotta, per tornare subito dopo prepotentemente a destra verso a noi, come un siluro. Dato che la discussione civile e democratica tende ad allungarsi oltre i tempi necessari alla sopravvivenza, impongo il mio volere e, in nome del bene comune, chiamo di corsa la virata più rapida e pulita che la Duna abbia mai fatto, probabilmente, nella sua pur lunga carriera.  Nel silenzio del momento, interrotto solo dal crepitare della vela che passa di bordo, si sente il commento sussurrato di Manuela mentre recupera la scotta del genoa: "Io non voglio guardare".
Io invece devo farlo, ma aspetto un paio di minuti prima di girarmi: vedo il traghetto che incrocia la nostra scia a 200, forse 300 metri. Calcolo mentalmente quanto tempo fa, a 5 nodi, eravamo da quelle parti. Rabbrividisco.
Nel frattempo il nostro uomo di fiducia a terra ha approvato la nostra conduzione, e ci ha informato che il salto a NE è stato ritardato alle 23. Deve essere fornito da Trenitalia, è evidente. Per la notte previsti 25 nodi con raffiche. Dovremo premunirci.

Avvicinandoci al Giglio in effetti il vento aumenta, in effetti ruota verso nord. Papà, che fin dalla partenza ci ha ripetutamente edotto sul suo scetticismo nei confronti delle previsioni meteo, tace pensieroso. Incoraggiati anche dall'onda che monta e rende ancora più scomoda la navigazione e più ballerina la metà superiore dell'albero, sul filo del tramonto si decide di cambiare il genoa per il fiocco. “Finché c'è luce”, propongo.
Detto fatto. Ci troviamo, io e Gillo, a prua, al buio, aggrappati al pulpito e schiaffeggiati dalle onde. Dei due, io ho indossato i calzoni della cerata ma non il giacchetto, e l'acqua mi gocciola giù dal collo lungo la schiena. Gillo invece ha operato la scelta opposta, e sotto la giacca impermeabile si ritrova ben presto bagnato fino alle mutande.
La strategia prevede l'armare il fiocco sotto il secondo garroccio del genoa, ammainare quest'ultimo in virata, e issare il fiocco sul nuovo bordo: una manovra splendida, quando fatta da quattro persone affiatate, magari di giorno. In due, armeggiamo nel buio sempre più bagnati, rimpiangendo a voce alta i rispettivi capi di abbigliamento mancanti. Nello sporgermi a prua per sistemare un garroccio, mi pare di vedere sulla dritta, dietro la vela, una luce rossa ondeggiante. Penso: ma chi potrà mai essere, ho controllato da poco il tracking e so benissimo che siamo ultimi con almeno 6 miglia di distacco da Bubi. (Non me ne voglia il buon Fabrizio, ma - complici gli sfottò degli ultimi giorni - l'ho pensato durante tutta la regata come personale punto di riferimento).
Mi è sfuggito però il particolare che la classe “in equipaggio” non è l'unica, e io
dal mio telefono vedo solo quella.
C'è questa luce, comunque, e lo dico a Gillo. Poi continuiamo a faticare. Passiamo la scotta, prepariamo le due vele, prendiamo accordi. Do di nuovo un occhiata dietro il genoa, e rimango per qualche secondo imbambolato seguendo con lo sguardo le luci di via verde e rossa fluttuanti a mezz'aria, rendendomi conto che sono molto più vicine di quanto avrei pensato potessero essere. Cerco di capire cosa ne sarà delle nostre reciproche rotte, ma non ho riferimenti lì, oltre la prua. Continuo a guardare e poi, improvvisamente, vengo colto dal panico: non solo siamo troppo vicini, ma siamo noi a dover manovrare. Mollo il mio compagno e corro al timone, dove papà, coperto dal genoa, non si è accorto di nulla. La barca sbuca oltre la balumina, ci punta, in pochi secondi mi vengono in mente possibili manovre, possibili esiti, possibili disastri: se orziamo, ora siamo di bolina stretta, ci piantiamo in mezzo alla sua rotta; se viriamo - non siamo neanche preparati – ci ritroviamo alla cappa, col fiocco a collo, proprio davanti alla sua prua; se poggiamo per accelerare, o lo abbordiamo a poppa - è troppo tardi ormai - o anticipiamo la sua unica possibile reazione e lo andiamo a prendere al volo sul suo cambio di direzione.
Rimango immobile, le mani sul timone, sperando di captare un segnale positivo da quelle luci nella notte. E il miracolo avviene: è lui a poggiare un pelo e a tagliare la nostra scia urlandoci qualcosa che non capiamo, ma che è comunque meno di quanto ci siamo meritati. Gli grido dietro anch'io, chiedendogli scusa. Spero abbia sentito. 
Intorno a me tutto continua con se niente fosse. Manuela era di turno sottocoperta e non si è accorta di nulla, papà non ha fatto neanche in tempo a rendersi conto del pericolo, Gillo rimane imperturbato nel buio, insondabile, ma sarà l'unico, una volta a terra, ad andare a cercare personalmente il concorrente appena incrociato per scusarsi di nuovo a nome di tutto l'equipaggio. 
Viriamo di bordo e scarichiamo il genoa grondante d'acqua sul prodiere già fradicio. Triboliamo un po' e riusciamo a tirar su il fiocco mure a dritta. La barca si comporta meglio, le sartie sottovento smettono di agitarsi e io con loro, sediamo immobili in pozzetto a scrutare nella notte. "Al prossimo incrocio abbiamo noi la precedenza, ma per correttezza dovremmo lasciargli libera la rotta" propone Gillo, esprimendo a voce alta il pensiero di tutti.  L'altro, però, non fidandosi di noi, preferisce non rischiare di nuovo: sceglie piuttosto di stringere il vento, accelerare e andare a vincere la regata nella categoria solitari. 
È l'ultimo contatto con gli altri concorrenti, a parte le segnalazioni sul CH72 dei tanti che, a poche miglia da noi, hanno già doppiato il Giglio e comunicano il loro rilevare Punta Capel Rosso per 090º.
Rimaniamo soli nella notte, sballottati dalle onde, sempre in attesa della provvidenziale rotazione destrorsa e del famoso rinforzo che ci permetteranno di volare oltre l'isola, e qui mi esibisco nella prestazione velica di cui vado più fiero: cucinare e condire 500 grammi di rigatoni in una pentola da 28cm in una barca inclinata di 20º con onda confusa di prua. 
Ottenuto il mio successo, immediatamente il vento cade e l'onda si appiattisce. Mangiamo in pozzetto, alla luce della luna, scivolando lenti verso l'Argentario. Dei 25 nodi da NE nessuna traccia: non posso vederlo ma lo so che, pensando alle previsioni meteo, mio padre nell'ombra gongola.  

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