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did I tell ya


Niente foto di accompagnamento, è stato tutto molto concitato e dovrò accontentarmi di descrivere la scena attingendo ai miei ricordi. 
L'antefatto è semplice. Salpo da Ischia in tarda mattinata convinto di trovarmi ad affrontare un F5, e finisco per smotorare verso Capri fino al crepuscolo. Un classico di questi tempi. 
Arrivo a Capri, dicevo, sul far della sera. Non conosco la rada di Marina Grande, ma mi son studiato le mie brave carte e ho chiesto consigli a Colui che Sa le Cose, e ho ben presente che i fondali sono ovunque esagerati tranne che in piccoli lembi sottocosta, a W del porto. Mi dirigo lì. Barche alla fonda ce ne sono, ma tutte molto grandi, ancorate in 30 metri d'acqua. Se dovessi provarci io la mia ancora finirebbe a malapena a grattare le sogliole, non ho abbastanza catena. Adocchio allora un gruppetto, l'unico, di imbarcazioni della mia taglia e vado ad esplorare i fondali a colpo sicuro, trovando infatti i 10-12 metri che mi interessano. Faccio una piccola ricognizione nei paraggi, con l'occhio alla costa e all'ecoscandaglio, cercando di indovinare scogli sommersi, calumi, catenarie, distanze, e decido di dare ancora poco dietro la poppa di una delle tre barche, indietreggiando fino a risultare approssimativamente parallelo ad una seconda. Filo 30, no, 40, anzi: 50 metri abbondanti di catena, in 11 metri d'acqua. Ingrano la retro, controllo l'ancora abbia fatto testa. Mi rilasso. 
Il vicino neozelandese mi guarda insistentemente. Lo saluto, ma lui se ne infischia del saluto: perché comunicare con un aborigeno come semplice forma di educazione? Vuole proprio dirmi qualcosa. Faccio fatica a capirlo, saremo a 30 metri, e questa cala è piena di rumori disparati, come catene sbattute sulle rocce (da chi, e perché?), echi delle strida dei gabbiani, ed altri assolutamente misteriosi simili ai rutti che Polifemo doveva certamente fare ai bei tempi, dopo ogni spuntino. 
Ovviamente il Kiwi parla solo inglese. Ha la vocina antipatica di chi viene da conquistatore. Esordisce con una frase che suona più o meno: “Hai tutta la baia a tua disposizione, percheccàzzo ti sei messo proprio qui”. Detto da uno che ha la propria ancora affondata nell'unico montarozzo col fondale a meno di 30 metri la domanda suona decisamente provocatoria. Tuttavia capisco il suo malumore – ho rovinato il suo dorato isolamento – e sento di dovergli delle spiegazioni. Comincio a spiegargli che la “baia” non la conosco, è tardi, più in là sembrano esserci degli scogli, poi forse il calumo di una barca a vela di taglia superiore alle nostre, e che insomma questo mi è sembrato il posto migliore. Ma la sua domanda è retorica, e la mia risposta non viene ascoltata. Anzi, mi interroga di nuovo con le stesse parole, con la voce se possibile ancora più stridula e ancora più antipatica. Deve essere una persona molto metodica, preparata, puntigliosa. Un cacacazzi, insomma. Comincio ad alterarmi anche io: con un ampio gesto gli indico intorno. Poi unisco le dita, ruoto la mano e la muovo su e giù mentre cerco di comunicargli che in questa fottuta baia anche già a 5 metri dalla sua poppa ci sono 35 metri di fondale. Lui fa fatica a comprendere il mio inglese, o meglio faccio io fatica ad esprimermi a freddo in lingua straniera durante quello che da potenziale scambio di vedute tra buoni vicini si sta rapidamente trasformando in alterco. Mi sento a disagio, come un balbuziente timido contro un principe del foro, quando improvvisamente mi ricordo che siamo a Capri, Italia, e che ho difficoltà a difendere i miei argomenti perché arranco nella lingua madre di un diafano anglosassone venuto da lontanissimo a scassare la minchia. Comincio ad apostrofarlo in italiano, e riesco subito a comunicare le mie ragioni, ma lui rimane interdetto e, stranamente, non capisce. “I don't understand” mi fa. Ah, adesso do not understand, eh? Però fino a un attimo fa “Swinging in the night”, “You have the whole bay”, ti venivano facili, eh? E poi, questa ci tengo che gli arrivi e lo faccio nuovamente nella sua lingua, sei stato a guardare tutta la manovra senza fare un cenno, mi hai fatto spegnere il motore sistemare la ritenuta alla catena e solo adesso, che ormai è buio, mi chiedi di rifare tutto da un'altra parte? Non potevi chiamarmi prima, quando avevo ancora modo di spostarmi, quando passandoti vicino ho accennato un saluto cui tu non hai risposto nemmeno alzando un sopracciglio? Ci mandiamo a quel paese nei rispettivi idiomi e rimaniamo entrambi in pozzetto a far finta di non guardarci, in cagnesco. Inutile dire che mi ha messo ansia, e così durante la cena e anche dopo, prima di coricarmi, ogni tanto di nascosto spio i movimenti della barca nemica. Sembra tutto ok, secondo le regole classiche dell'ancoraggio alla ruota nelle nostre nostrane rade superaffollate: mi sposto io, ti sposti tu e la distanza rimane la stessa. 
Soddisfatto, progetto tra me e me di canticchiare a voce alta “swiiiinging in the night, I'm swiiinging in the night” nel passare accanto al Kiwi domattina, proseguendo verso sud. Mi addormento gongolante constatando che sulla sua barca sono nel frattempo apparsi parabordi di ogni tipo, a mò di autoscontro, e che l'indomani avrà fatto il doppio sforzo prima di metterli e poi di ritoglierli. Quanto so' figo, sarà forse stato il mio ultimo recondito pensiero prima che il sonno del giusto accogliesse le mie membra, ma non ricordo con precisione. 

Mi sveglia alle 2 il sibilo del generatore eolico che entra in funzione. Prima ancora che il cervello abbia ripreso conoscenza sono vestito in pozzetto a controllare distanze e angoli di rotazione. Tutto regolare, ma troppa nuvolaglia che sbuca sfilacciata dalle alture di Capri, e invece di tornare a letto mi stendo vestito in dinette. Hai visto mai quei lampi lontani debbano avvicinarsi. 
Apro una parentesi per spiegare, se ancora non si fosse capito, che dopo tutte le previsioni meteo dal contenuto tragico clamorosamente cannate negli ultimi giorni, davo per acquisito che anche quelle relative a questa notte fossero assolutamente farlocche. Chiusa parentesi. 
Alle 3 il tono del generatore sale di un'ottava, e io esco assonnato in pozzetto cercando verso il paese gli allineamenti stabiliti poche ore fa. Mentre provo faticosamente a ricordarmi quali fossero, la coda dell'occhio vede un oggetto chiaro poco dietro la mia poppa, mi giro, è la barca neozelandese che si avvicina decisa. Sì, ok, il moto è relativo: ero io che le stavo per entrare dentro. La mia plancetta nuova, tanto faticosamente costruita, stava per incunearsi dritta per dritta, neanche avesse preso la mira, nella prua dell'odiata barca straniera: rapida, silenziosa e letale come un rostro, alla faccia di tutti i suoi ridicoli parabordi. E quando scrivo “stava per” intendo proprio che era ormai questione di metri, pochi, in rapida diminuzione. Nel buio pesto del pozzetto mi sento improvvisamente come in uno di quegli incubi in cui più cerchi di correre più i tuoi movimenti si fanno lenti, pesanti e goffi. Cerco le chiavi di avviamento (ero così spavaldo ieri sera che per una volta – una volta, dico! - mi ero ricordato di sfilarle), le trovo e le sgancio dalla ruota del timone. Nel frattempo le raffiche aumentano di intensità, e lampi squarciano in orizzontale il cielo nuvoloso, comincia a piovere. Cazzo sono troppo lento, i secondi volano e l'impatto si avvicina inesorabile, regolare come le lancette di un cronometro. Scelgo a tastoni la chiave dal mazzo, la impugno e tento di infilarla nel quadro. Zittisco la parte di cervello che sta urlando “ADESSO TI CADONO IN TERRA, NON FARAI MAI IN TEMPO!” perché è meglio non soffermarsi sul tremolio diffuso delle mie mani mentre al terzo, quarto forse quinto tentativo trovo il buco e ruoto fino al primo scatto. Neanche fossimo in un B-Movie horror in cui il protagonista viene sgozzato sulla porta di casa perché non trova le chiavi nella borsetta. “ADESSO IL MOTORE NON PARTE, NON FARAI MAI IN TEMPO!!!” sempre più vicino, sempre più vicino, col sibilo cattivo del vento, lo sciabordio dell'onda corta sulle murate del neozelandese e Duna che scivola muta sull'acqua assecondando appieno le raffiche. Sgancio la marcia e spingo avanti la leva del gas. Nel frattempo faccio scaldare le candelette: conto i secondi. Mi sforzo di essere lento, perché ho un solo tentativo utile e se me lo brucio me ne vado a spasso per “the whole bay” coi pezzi del vicino appesi come trofei a poppa. Ma non troppo lento, sennò ottengo lo stesso risultato. 1001, 1002, 1003... una sola possibilità. Ultimo scatto, Santa Batteria Nuova che ti ho montato con amore appena 10 giorni fa pensaci tu... BBRRRUUUUMMMMMM ingrano la marcia e do gas sul rumore dell'inox della plancetta che aderisce per un attimo alla catena zincata. Respiro, tremo, respiro. Ok adesso posso anche entrare in panico, pensa una parte del mio cervello. Che figura di merda internazionale, pensa invece quell'altra, quella cinica e snob. Vengo ricomposto in un unico essere dal venir meno dei sensi di colpa nei confronti del Kiwi quando lui esce e - così, tanto per collaborare - mi punta la torcia in faccia accecandomi. Ci sono tre barche oltre la mia. Due si muovono seguendo le raffiche più o meno come me. Quella neozelandese no, è piantata immobile come fosse una palafitta e non un oggetto galleggiante. Mi avevano detto ieri sera che i Kiwi non conoscono il concetto dell'ancorare alla ruota, ma non credevo che la considerazione potesse estendersi alle loro barche. 

Per farla breve, dalle 3 alle 5 di mattina un idiota ha smotorato nella rada di Marina Grande, Capri, Italia, esercitandosi a tenere la prua al vento, bilanciandosi tra diversi oggetti galleggianti in scoordinato movimento, uno immobile, uno enorme che meno male è rimasto per i fatti suoi, e almeno un gruppo di scogli nascosti dal buio da qualche parte laggiù, oltre qualcosa di sommerso che ha portato al climax la tensione a bordo quando l'ecoscandaglio è passato da 12.7 a 2.5 nel giro di poche frazioni di secondo. Quell'idiota ero io. Al timone in pozzetto, umido di pioggia fino alle mutande, semiaccecato dai riflessi dei fulmini sugli occhiali dalle lenti bagnate. Tremando di tensione e di sconfitta e, assurdamente, elaborando una strategia per scusarmi col neozelandese (la cui barca mi rimaneva sempre e comunque sottovento da qualunque direzione arrivassero le raffiche) senza però significargli anche un atto di sottomissione culturale. Del tipo “io mi scuso perché sono un signore, non perché abbia davvero torto”. All'alba una tregua, e finalmente posso andare a prua a tirar su l'ancora – viene via avviluppata in una foresta di posidonia. Andrò a calarla da un'altra parte, più adatta, non la troverò, si alzerà una tramontana tesa che schiaccerà ogni barca verso gli scogli, sfanculerò Capri e, armata la terza mano di terzaroli alla randa, passerò al quadro successivo dove le previsioni danno, cannando anche stavolta, raffiche F9 in giornata. E ballerò in pozzetto come una drag queen strafatta di colla per festeggiare il ritorno del sole e lo scampato pericolo. Nel passare accanto al mio nemico di una sera, però, richiamo la sua attenzione, mi batto il petto e giunte le mani mi chino, sperando capisca un gesto che suppongo universale. E questo nonostante mi risuonino nelle orecchie le sue uniche, stupide parole ripetute tronfiamente agitandomi la torcia elettrica nelle pupille: “DID I TELL YA?”




Commenti

  1. Ahahahahha grande Carlo :D Comunque prima o poi capita a tutti anche ai migliori ;) tutto serve d'esperienza :D

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    1. Condivido la riflessione sull'esperienza. Quella suo migliori cui accadono comunque le cose, bisognerebbe sentire cosa ne pensa uno di loro... ;)

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