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Visualizzazione dei post da 2020

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Tutte le notti del mondo

Vado a letto con le galline, ma prima di infilarmi in cuccetta do un'ultima occhiata al cielo notturno di ottobre. La baia è deserta e le uniche luci, oltre a quella del nostro albero, sono quelle di una casa lontana, un golfo più in là. Ancora non è sorta la luna. E la volta notturna è uno spettacolo meraviglioso. Dritto verso la polare, seguendo il grande carro scopro, basso sull'orizzonte occidentale, Arturo. Sopra di lui, enorme, Boote, e alla sua sinistra la piccola "c" della corona boreale che indica Eracle, il nostro protettore. La via lattea percorre Duna da prua a poppa, disegnata nell'aria con delicati acquerelli in batuffoli morbidi ed evanescenti. Cassiopea è appena sulla dritta, il Cigno allo zenith, il Delfino, minuscolo e aggraziato, lì a fianco. Il Sagittario, il gigantesco Giove incastonato tra gli astri della costellazione, domina a poppa. Marte, sanguigno, controlla le colline che bordano ad oriente il nostro ridosso. Tre stelle cadenti ci salut

L'imperizia

Premessa: in Grecia ci si ormeggia sulla propria ancora. Questo significa che se c'è un molo tutte le barche sono legate ad esso, di poppa, con delle cime, e avranno di fronte a loro le catene in acqua, con le ancore piantate nel fango. Nella situazione ideale queste catene sono parallele tra loro, perché se non lo sono quando chi è arrivato per primo se ne va tira su anche l'ancora di qualcun altro, la abbandona da un'altra parte e comincia la reazione a catena che io chiamo "il circo". Avendo innumerevoli volte partecipato come comparsa, e un paio come protagonista, cerco sempre di calare la mia delta esattamente tra le catene della barca alla mia destra e di quella alla mia sinistra. E così fanno, o quantomeno dovrebbero fare, tutti. Con alterne vicende, ovvio. Spesso infatti, vuoi il vento, vuoi l'imperizia, vuoi il caso e a volte anche il menefreghismo, i calumi finiscono per incrociarsi. Dopo un po' che sei in giro da queste parti ti ci abitui, cerch

La pesca fortunata, e altri incontri

Ieri pomeriggio tirava un bel vento da nord ovest. Col pandino di Giuseppe abbiamo attraversato tutta l'isola, siamo scesi sul versante nord e, sfidando la forza di gravità e la coesione del terreno, siamo arrivati praticamente su due ruote davanti alla scogliera da cui avremmo dovuto immergerci. Io guardavo con preoccupazione il mare schiumoso. Il mio amico mi aveva spiegato che quando c'è onda è più comune trovare pesce. "Almeno qui a Oinoussa" aveva aggiunto, per fedeltà al metodo scientifico. Ma l'idea di infilarmi là in mezzo e andare a nuotare proprio nei frangenti a pochi metri dagli scogli non mi trovava molto entusiasta. Fortunatamente anche Giuseppe si sentiva un po' pigro. "Sì può fare, ma per te sarebbe molto scomodo, e anche io di andarmene a 500 metri dalla costa fino alla secca che ti dicevo stamattina, con questo mare non è che ho tutta questa voglia." E così siamo rimontato in macchina e siamo tornati indietro, sempre su due ruote pe

L'isola è piccola

Le esche sono cinque, collegate con dei braccioli lunghi appena 30 centimetri al cavo principale. Ognuna ha due corone di punte acuminate rivolte verso l'alto. Calamari non ne hanno mai presi, ma riescono mirabilmente a infilzarsi su dita, vestiti, parabordi, cime, perfino teak. Ma soprattutto, amano prendersi tra di loro e accoppiarsi furiosamente fino a strangolarsi coi loro stessi guinzagli. Ho cominciato da uno dei capi e sono arrivato fino al "nodo": un ammasso globulare di fili di diverse dimensione, mal tagliati alle giunzioni (a mia parziale discolpa devo specificare che ho comprato l'accrocco già fatto, di mio ci ho messo solo l'ingarbugliamento), dentro il quale si indovinano le forme dei cinque pescetti morbidosi e colorati che i calamari, finora, hanno sempre schifato. Impossibilitato ad andare avanti, ho preso l'altro capo e sono risalito, con pazienza, fino alla prima esca, in corrispondanza della quale cominciava il caos. La vedevo, era lì, eppu

Era Destino

"Romani!" Così ci sentiamo chiamare, dall'alto della strada che passa a mezza costa qui a Ormos Aghios Ioannis. Usciamo in pozzetto e vediamo Giuseppe sbracciarsi di lontano. "Vi pensavo in mezzo al mare," gli avevo scritto del nostro viaggio quando eravamo già a metà strada. "Infatti siamo appena arrivati!" risponde MaLa. E la conversazione va avanti, nonostante i cento metri che ci separano. Giuseppe sta andando a fare il bagno a nord di Oinoussa, in macchina. Noi vogliamo invitarlo a pranzo domani, anche se non sappiamo ancora se saremo qui o entreremo in porto, una baia più a est di qua. Lui accetta, ci aggiorneremo in mattinata e ci organizzeremo di conseguenza. E ci saluta.

La vergogna

Qui a Lipsi è pieno di barche, soprattutto italiani, soprattutto - ora che si approssima il ferragosto - charter. Charter, di per sé non significa nulla. Chiunque può noleggiare una barca. Tanto che noi siamo fortunati, e ci troviamo accanto a Marco e al suo equipaggio, e circondati dalla flottiglia che lui ha organizzato e guida.  Marco è uno esperto, tanto esperto. Ma non se ne vanta. È una caratteristica che esce fuori evidente, prepotente, nel momento stesso in cui mette piede in banchina e comincia ad aiutare tutti, con la pazienza, la gentilezza e la modestia che solo chi è davvero sicuro di sé può permettersi. Marco, ahimè, è un'eccezione. In sole 12 ore, limitandomi a queste ultime per non dover scriverne un romanzo, ho visto cose che hanno fatto impallidire il mio pur traumatico ricordo degli skipper russi ubriachi di Poros. Ieri pomeriggio la quinta barca di Marco, quella con il comandante "non proprio bravo", come lo aveva definito eufemisticamente Riccardo, ha

La relatività dell'essere cicala

Siamo arrivati in cantiere da quasi una settimana. Abbiamo scostato i teli di copertura, liberato la dinette alla meno peggio, lasciato le nostre valigie semiaperte sulle sedute del pozzetto, sgomberato la cabina di poppa giusto per avere un posto dove poterci sdraiare. Qui davanti a noi, dall'altra parte del viale polveroso che separa le file di barche verso mare dalle file di barche verso monte, c'è una coppia di anziani pensionati tedeschi che ricordo di aver incontrato lo scorso anno a Naxos. Lui si vantava di essere l'unico in Mediterraneo - oltre me, aveva appena scoperto - a calare ancora in porto andando di prua per poi girarsi in banchina. Io gli avevo risparmiato la brutta notizia che la nostra manovra viene chiamata in Toscana alla viareggina (cit. il T, che me lo ricorda ogni volta con lo stesso finto, divertito disprezzo), e ci sarà pure una ragione. Loro sono continuamente, ora dopo ora, all'opera. Noi ci svegliamo tardi e lentamente scendiamo la sc

La Libertà

"May I help you?" e mi avvicino alla tedesca avvizzita e curva che, con inutili colpi di clava, sta cercando di smontare un trabattello tra le barche in secco alla mia destra. Il sole già picchia forte qui al marina Evros di Lakki, e nonostante abbia premura di raggiungere i bagni mi pare davvero maleducato lasciare l'anziana signora a se stessa. E anche il trabattello. Mi avvicino, dicevo, e le tolgo gentilmente di mano la clava. Supero con un gesto alcune migliaia di anni di evoluzione utilizzando il medesimo oggetto come leva: come per magia il telaio viene via in un amen. La tedesca se lo carica sulle spalle curve e se lo porta via svelta, tra le pance polverose degli scafi, mormorando "Thank you, I can handle it now". Neanche un saluto. Che burina, penso. E poi, subito dopo: il Covid, cazzarola! Me ne ero dimenticato. Per questo qui in cantiere ognuno si fa i fatti suoi, e nessuno si interessa a noi. Per questo, del resto, a fine giugno tutte le ba

L'inerzia, o la ricerca della stabilità

È notte, sono a letto e guardo il soffitto. Dalla piccola finestra di questa mansarda la luce della luna piena entra a carezzare il nostro sonno. Ma io non dormo. Ascolto, qui vicino, il mare. Il suo respiro regolare, il suo russare quieto come quello di un anziano parente, un po' burbero, i cui interminabilli racconti hanno il gusto malinconico di avventure passate eppure possibili. Possibili eppure passate. Ho fatto ancora una volta le valigie. Ho impacchettato tutti gli oggetti che mi hanno aiutato a vivere in questa casa negli ultimi due mesi e li ho caricati in macchina, impilandoli poi in un garage lontano da qui. Ho piegato i miei tappeti da nomade con i gesti istintivi del nomade che sposta il suo accampamento con la  nuova stagione. Le stelle sono in posizione, anche quest'anno è tempo di migrare. Ma il nomade i cui pronipoti hanno tessuto questi tappeti sapeva, ogni anno, dove andare. E quando, e dove, sarebbe tornato. Era, a suo modo, un pendolare. Aveva la sua

Dove siamo, dove andiamo

La quarantena ci ha colti nel sonno, ancora storditi dal jet lag del ritorno da Cuba. Senza neanche ce ne rendessimo conto siamo rimasti bloccati in Italia, a Pomezia, e abbiamo visto dalla finestra i giorni allungarsi e, durante la nostra ora d'aria quotidiana, il clima farsi più mite. Siamo stati relativamente fortunati quando, prendendo l'occasione di un incarico da geologo marino - rimango ancora attaccato alla mia vecchia vita, dopotutto - abbiamo potuto trasferire la nostra prigionia a Santa Marinella, in un appartamentino orfano di AirBnB con balcone vista mare. Un surrogato decente del pozzetto della Duna, visti i tempi. Del viaggio a Cuba stesso avevamo un diario - lo abbiamo ancora in realtà - che la cattività ponetina non ci ha stimolati a sistemare. Poi è arrivato il lavoro, e ho rimandato. Ora sto organizzando la fuga, e non so se farò in tempo a raccontare qualcosa prima della nostra fin troppo rimandata partenza. Ci proverò, confidando che qualcuno possa t

Buone notizie: la Terra non è piatta

Il sole sta tornando lentamente a illuminare il mondo, il che è una buona notizia. Per quanto riguarda il riscaldarlo, però, c'è da aspettare ancora qualche mese. L'inverno... stagione di riposo, di riflessione, di quiescienza. Di lento progettare le nuove avventure per la prossima, nuova di zecca, estate. Che si avvicina, sì, ma è ancora un miraggio appena sopra l'orizzonte. Fortunatamente la Terra, l'ho studiato all'università, è sferica. Il che significa - tra l'altro - che mentre qui fa freddo ci sono altre aree del globo terracqueo in cui il clima è più gentile. In cui è, con estrema semplificazione, estate. Quindi, forte della miei antichi studi di geografia astronomica, posso affermare con una certa sicurezza che attorno ai 22° di latitudine nord si sta meglio che a Pomezia. Tale è la mia sicurezza (che sfiora - mi scuso con i più delicati - l'arroganza), che ho prenotato un volo aereo per quelle latitudini, e addirittura noleggiato un catama