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Giorno #19 - Km 5370 - Un po' di teatro

Stamattina l'albergatore ci intrattiene, affabile. In realtà, scopriamo presto, ha intenzione di intortarci per venderci le creazioni artigianali di sua nipote, sedicente artista, che chiusa nello scantinato sotto la pensione macchia stoffe di cotone a suo dire fatte a mano con dei timbri da lei intagliati intinti in un inchiostro naturale che lei compra, immagino, in ferramenta. Ci caschiamo.
L'albergatore, pur coi suoi secondi fini, è davvero un gran mattatore e, saputo che stiamo andando a Kas, oltre a commentare qualcosa a metà tra il "Un piccolo villaggio" e "State davvero andando in culo a dio", ci suggerisce un paio di luoghi da visitare. Priene, il primo. Mai sentito. Voi?

Dovremmo sbrigarci ad arrivare a Kas, lo ammetto: è tardi e abbiamo parecchi lavori da fare per preparare Duna alla nuova stagione. Tuttavia, visto che lo abbiamo fatto per le tovaglie stampate a mano della nipote, non possiamo esimerci dal cedere anche alla nostra momentanea guida riguardo i suoi consigli turistici.
Così quando riprendiamo la macchina e scendiamo lungo le stradine rigorosamente controsenso (secondo me qui i sensi unici sono come gli spinotti USB: finchè non li imbocchi rimangono neutri e si trasformano a tuo svantaggio appene ne provi uno), decidiamo di andare a Priene.
Arriviamo, dopo una lunga deviazione, su una collina ripida, a picco su una pianura immensa. Sulla collina c'è l'entrata alle rovine. Il parcheggio è vuoto, e il biglietto costa 6 lire turche: 1 euro.

Entriamo, scettici, e già alla prima curva del viottolo capiamo che questo posto ha qualcosa di speciale.
La via di Atena, si chiama, quella che ci fa salire lentamente calcando le lastre originali consumate dai carri degli uomini e degli dei. Le rovine, sulla cima, sono grigie. Marmo "nuvolato", come direbbero a Carrara, coperto di licheni della stessa tonalità. Non ci sono colori, qui. Nessuna colonna importata dall'Egitto, o dall'Aquitania. Le antiche pietre si ammucchiano una sull'altra, sobrie e modeste. Piove un poco, e le goccie d'acqua cacciano i pochi che erano qui con noi. Ci ritroviamo soli nell'antica città. Saliamo fino alla cima, al grande tempio di Atena. Colonne enormi i cui rocchi scomposti giacciono a terra, schiantati dal tempo o, forse, da uomini troppo ligi a una nuova religione. Un pianoro che finisce con una scarpata dalla cui sommità si vede... il mare. Quello che era il mare, in realtà. Già, perché qui ho la conferma, grazie all'unico cartello presente in tutto il sito, di quello che il geologo che alberga in me già sapeva. Questa città era sorta sulle rive dell'Egeo. Aveva un porto, proprio qui sotto, e questa immensa pianura ora solcata dai trattori turchi era un tempo un golfo pescoso solcato dalle triremi da carico. E il promontorio giù in fondo, dall'altra parte delle terre ammucchiate nei millenni dai fiumi, c'è Mileto. Si andava in barca, un tempo, tra le due polis. Ora, sono venti minuti di macchina.

I marmi colorati, giunti ad Efeso insieme all'opulenza dell'impero romano, qui non hanno fatto in tempo ad arrivare: nel primo secolo avanti Cristo la linea di costa aveva già lasciato indietro la città. Chi sa quale è stata - perché deve essercene stata una, precisa - la nave che per ultima è entrata nel porto di Priene. O almeno l'ultima che ci ha provato, a fine aprile di un nuovo anno, e si è arenata sulle secche di quello che fino alla precedente stagione era stato il canale di accesso.

Persi in queste romanticherie arriviamo al teatro. Piccolo, ma ben conservato. Un gioiello. Siamo talmente felici, qui, che ci inventiamo un gioco: Con il telefono in modalità 'panorama' ci fotografiamo seduti in ognuna delle sedute in marmo della prima fila. Non è facile, e occorre mano ferma e rapidità. Siamo talmente felici che la rapidità non ci manca. E talmente rapidi che MaLa finisce per inciampare in una pietra e storcersi 'malamente' la caviglia.
Quale posto migliore, per lei, di un teatro, per iscenare il dramma che le permetterà non solo di non guidare per il resto del viaggio, ma anche di riposare mollemente al sole del sud mentre io lavorerò da solo alla barca?
Come prescritto dal metodo Stanislavskij, oltretutto, si cala talmente tanto nella parte che la sua caviglia diventa istantaneamente gonfia e giallastra. Applauso alla performance, e la accompagno a braccetto fino alla macchina.


MaLa, invece, l'ha vista così.

Ringraziamo affettuosamente Riccardo, Manuela e Archimede; Antonella, Renzo e Fabio; Giovanna, Stefano e Saretta; Vittorio e Anna; Alessandro e Angela; Rachele e Buggy. Stefano, Anna, Francesco e Brina; Caio e Daniela; Francesco. Milena. Yuhai Shi. Vasy. Stefan. Lumi&Bela Lugosi. La signora del ristorante di Nesebar. La coppia del ristorante di Sofia vessata dalla mafia. Mubeccel&Mehet Eren, per non aver insistito con il loro vino. I gentilissimi proprietari della Pergama Pansion. Il pastore turco di turchi armenti. Silvio. Il bimbo che mi ha puntato contro il suo bastone/fucile giocattolo ma non ha premuto il grilletto preferendo, all'ultimo momento, prendersi a morsi e a calci coi fratellini sul pavimento del chiosco in riva al lago lungo la strada da Mileto a Marmaris.


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