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Gli antichi

Le Pleiadi tremolano sul teatro di Knydos come al vento le ali di una farfalla che si riposa sul suo fiore notturno. Timide ma sicure nel loro cammino celeste, si innalzano lente da dietro i monti della penisola e scrutano di lontano la baia e le sue moderne creature.
Noi siamo arrivati a metà pomeriggio. Stavamo per ancorare al centro, su otto metri di sabbia, quando un urlo dei nostri vicini ci ha distratto.
"Che dicono?"
"Non lo so, non si capisce"
"Andiamo a sentire" e interrompo la manovra per avvicinarmi alla grossa barca anonima alla nostra sinistra.
L'urlo proviene dalla donna, in acqua. Ce lo ripete pari pari un paio di volte mentre galleggia tenendo fuori solo la testa bionda coperta da un cappellino da baseball bianco, e sentendolo da più vicino pare in effetti contenere dei suoni articolati. Vuole comunicarci qualcosa, ma cosa? Fortunatamente il marito interviene come interprete.
"Andate ad ancorare laggiù"
"Dobbiamo ancorare laggiù"
"Perché laggiù?" chiedo io al tipo.
"Perché qui è ventoso, là è riparato." Interviene la donna, da sotto il suo cappellino a pelo d'acqua. Ci tiene molto, a mandarci laggiù.
"Vorremmo andarci noi, sai" si inventa il marito. Palese cazzata, la moglie è decisamente più brava a mentire, o lui è un complice svogliato, ma io sono stanco e ci casco.
"C'è fondo?" gli chiedo, "E cosa?"
"Sabbia, 5-6 metri."
Andiamo là, facciamo un giro, diamo fondo su quella che sembra sabbia a metà strada tra la prua dei nostri consiglieri e quella di un Turco. Il Turco ci saluta con la mano, il corpo mollemente sdraiato al sole nel suo pozzetto.
Diamo trenta metri di catena, stesa ben benino, e poi facciamo fare testa. E l'ancora ara.
Ritiriamo su tutto, scegliamo con cura la chiazza, caliamo, lenti stavolta per essere sicuri che la nostra delta sia proprio lì, al centro della sabbia, poi andiamo indietro, stringiamo la frizione e... ariamo di nuovo. Il che è frustrante.
Decidiamo di farci un giro. Il Turco ci indica alla sua sinistra, ma gli scogli sono troppo vicini. Allora davanti a lui: "Ho venti metri di catena" mi risponde. E noi andiamo, scrutiamo, calcoliamo, scegliamo. Finiamo per dare anche noi venti metri di catena - ne darei di più ma rischierei di andargli addosso se cambia vento - poco a sinistra del pontile. L'ancora strattona il musone, Duna si raddrizza, siamo arrivati.
"Welcome!" ha commentato il Turco con il pollice alzato. I nostri consiglieri, invece, ci hanno guardato di sottecchi. Forse prendendo appunti sul risultato del loro esperimento, o forse lamentando che, nonostante gli sforzi profusi, una barca gli è finita davanti a guastare la vista della spiaggia.
Poi mentre noi riposavamo - è il terzo giorno che ci svegliamo all'alba per fare 40 miglia prima che entri violenta la termica da ovest - la baia si è lentamente riempita. Che se è così a metà ottobre immagino che in agosto c'è bisogno del parcheggiatore per fare entrare tutti, magari a spina di pesce.
E ora l'antico porto di Knydos è affollato come ai vecchi tempi di barche e di genti straniere. Ognuna con la sua luce, ognuno con la sua lingua che scivola ondeggiando sull'acqua a portare parole esotiche fino a noi.
Molti dormono, a metà notte, mentre le Pleiadi sono alte nel cielo sopra le antiche rovine del teatro. I pochi svegli ridono a voce alta, dal molo, o ballano, sul caicco. Urlano, schiamazzano, prendono il massimo divertimento dalla loro settimana di vacanza. Li guardo di lontano un po' scocciato. Possibile che il benessere di certuni passi necessariamente dall'affermare la propria esistenza al mondo in maniera rumorosa e invasiva? Possibile che non si rendano conto delle rovine silenziose che ci circondano, che non vengano rapiti dalle eco delle voci dei loro abitanti? Che non possano fare a meno di precipitare, muti, nel fascino di questo luogo?
Poi ripenso all'antico porto, a come doveva un tempo essere affollato quanto e più di ora. Alle genti, alle lingue. Agli schiamazzi: quanti degli antichi, dopo una giornata di navigazione pericolosa, arrivati nel porto sicuro, si sarebbero soffermati ad ascoltare la voce degli spiriti? Quanti avrebbero guardato in silenzio la città, ai tempi brulicante essa stessa di genti, invece di festeggiare selvaggiamente di essere nonostante tutto ancora vivi, ancora pronti a rischiare la morte domani stesso, nel prossimo viaggio?
Anche allora le Pleiadi avrebbero impreziosito il cielo di metà ottobre, delicate e tremolanti come le ali di una farfalla, ma anche allora nessuno, qua in porto, le avrebbe notate.
E con questa rassicurante certezza do un'ultima sgrullata, tiro su la zip e torno dentro a dormire.

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