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Talmente euforico


Stamattina mi sono svegliato presto, dovevo aspettare la mia velaia. L'appuntamento era alle nove. Alle nove e quaranta le ho telefonato, e lei non ha risposto. Fosse per il ritardo non me ne sarei fatto un problema ma, per dirla tutta, dovevo andare in bagno, e non potevo farlo con lei che sarebbe arrivata da un momento all'altro, mi avrebbe chiamato "Captain!" dalla banchina, e io chiuso in bagno a strappare freneticamente metri di carta igienica per mondare i miei peccati. Già mi vedevo, sudato e coi pantaloni mal allacciati, inseguirla per la banchina urlando "Come back Anitta!". Che se nessuno l'ha ancora fatto sarebbe da scriverci una canzone.
Così l'ho chiamata di nuovo alle dieci e un quarto. "I'm late" mi ha risposto, fingendo imbarazzo "Ma metto le mie cose in macchina e vengo subito a Pitagorio". Ho insistito, mi premeva sapere quanto sarebbe durato questo subito, e i suoi "quindici minuti" mi hanno fatto immediatemente tirare il sospiro di sollievo che contenevo da più di un'ora.
Anitta si è rivelata una donna simpatica e competente - almeno spero, la randa torna in barca domani - e così, salutatala, mi sono sentito talmente euforico che ho preso la bicicletta, ho chiuso la barca e, sotto lo scoppio del sole di mezzogiorno e mezza, sono partito per un giro, destinazione ovest.
Le prime indicazioni per Ieraion, appena usciti da Pitagorion, dicono "5 Km": mentono. Finiti quei cinque, un altro cartello ne aggiunge tre. E chi sa quanti sono quelli che nessuno ha mai contato. Che Erastotene abbia quasi azzeccato il raggio terrestre, a posteriori, dimostra che aveva sbagliato i calcoli.
Ma io ero euforico, e ho pedalato a torso nudo sotto il sole cocente del primo pomeriggio greco, con il mio cappellino di paglia, i miei occhiali a specchio e le mie ciabatte blu nuove di zecca. Erastotene in fondo è uno di noi, ho pensato sfilando accanto alle rovine della vecchia città, delle terme, della necropoli, del muro di cinta che lontano punta verso l'alta montagna. Di qua il mare, prima vicino e blu e fresco di vento, distante poi, e infine nascosto dagli ulivi e dai fichi; dalle viti e dalle ville mai abitate, speculazioni edilizie finite male, testimoni del tempo che microscopico continua a passare anche ora mentre batto su questa tastiera e lascia dietro di sé piccole e grandi rovine, siano esse pietre, cemento o perduti amori.
Arrivato al paese mi sono fermato per indossare la mia camicia pulita, quella gialla - l'unica che ho qui con me, in effetti - e ho proseguito tra le stradine chiare e pulite, visibilmente felici per le vacanze che ancora rimangono, ma già malinconiche per tutte quelle che non torneranno più. Desideravo follemente un litro di birra ghiacciata, da bere alla faccia di Erastotene e di tutti quei suoi discendenti che non si sono ancora aggiornati sul passaggio al sistema metrico decimale nel conteggio delle distanze stradali.
Giù, vicino all'antemurale che racchiude il piccolo porto arcaico - non ci sono moli veri e propri, solo una rada piena di pescherecci di ogni forma e dimensione e colori - ho visto con la coda dell'occhio quello che cercavo. Una veranda in riva al mare, aperta verso il grande golfo e l'Anatolia subito dietro, vicina e bella e minacciosa come i suoi abitanti quando entrano in porto a spedarti l'ancora così, senza motivo, per pura intima e inconsapevole atavica cattiveria. La veranda di una taverna, dicevo, fresca e invitante. Ho appoggiato la bicicletta al muro e sono entrato, sedendomi al tavolo che già mi stava aspettando.
La prima birra è scesa accompagnata dal polpo alla brace, la seconda da sola, come definitivo sollievo per la pedalata fatta fin lì, e come sottofondo alla vista sul vasto Egeo orientale, blu come solo qui il blu può essere. "Sto bene qui" ho sentito questa frase crescermi dentro e riempirmi gli occhi di lacrime. Ma magari era solo la Mithos che finalmente faceva il suo generoso effetto.
Quando ho rinforcato la mia fedele bici il mondo aveva una consistenza diversa. Sapevo di dover pedalare per almeno otto, forse dieci chilometri, ma la prospettiva - contrariamente a quanto avevo pessimisticamente previsto durante il viaggio di andata - non mi pesava minimamente. Le case scorrevano accanto a me lente, eppure il paese è sparito via rapido e morbido come uno scialle di seta scivola dalle belle spalle di colei che aspetti da una vita. La campagna mi aveva accolto, con una luce che già premoniva nei suoi toni malinconici il futuro tramonto. Gli alberi mi venivano incontro, muovendo le piccole foglie lanceolate come a salutare il mio passaggio. Anche le poche nuvole, alte nel cielo, seguivano con benevolenza il mio viaggio. In breve, mi sentivo preso per mano e condotto sul sentiero di luce da un mio personale e invisibile stregone yaqui. Tutto cambiava attorno a me, mentre mi aprivo la strada attraverso le singole molecole di fluido chiedendo permesso ad ognuna di loro. Persino la bicicletta, sotto di me, era diversa da quella che conoscevo, e mi permetteva un contatto mai sperimentato prima con le piccole irregolarità dell'asfalto che scorreva instancabile sotto i miei occhi rapiti. Le sentivo davvero tutte, le irregolarità, sotto al culo.
Avevo bucato.

Commenti

  1. al solito coinvolgente ma, dimmi una cosa, sei passato al nemico? Mithos?
    Mario

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