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Laocoonte uno di noi

Duna vola verso ovest con fiocco pieno e due mani alla randa. La prua danza agile tra le onde dello stretto tra Naxos e Paros mentre io al timone assecondo i suoi movimenti istintivi, aiutandola giusto un po' ad anticipare, quando arriva, un treno di onde più ripide delle altre. Ma in fondo è per me che lo faccio, per evitare che le creste frangano in pozzetto inzuppando di sale me, il mio cappello di lana e i miei occhiali a specchio nuovi. Lei, Duna, non ne avebbe bisogno: è nata per questo mare.

Sono due giorni che corriamo insieme verso ponente, verso Galata e il cantiere in cui riposare per il breve attimo di un inverno. Dall'alba - si fa per dire: oggi son partito a metà mattinata dopo dodici ore filate di sonno - alle luci del primo crepuscolo. Cinquanta miglia al giorno, tutte a vela, la maggior parte di bolina, sono tante, e così non sto nemmeno mettendo la canna in acqua. Se poi prendessi un tonno dovrei rallentare la barca, lottare, recuperarlo, pulirlo, dissanguarlo, quartarlo... se ne andrebbe un'ora preziosa. E poi il frigo è pieno, non voglio uccidere per sport. 



Viaggio leggero sulle ali del vento, o così almeno così sento, mentre con due dita tengo la ruota e con languidi movimenti del bacino, come danzando, la giro ad accompagnare Duna su e giù tra le onde, su e giù tra le raffiche.
E poi all'improvviso sento "pluff", mi volto e vedo il mio mezzo marinaio a mollo che si allontana rapido. In realtà, lui potrebbe confermarlo, ero io ad allontanarmi rapido, e lui fermo tra i flutti, galleggiando a stento.
Ora affonda, ho pensato, l'ho perso. Ma invece rimaneva su, e allora d'istinto ho virato e ho preso la cappa. Ci torno sopra, mi son detto, e così è stato, così almeno sarebbe stato, cioè, se lui avesse fatto un minimo sforzo e avesse nuotato per un paio di metri. Ma niente: immobile, si è limitato ad alzare la testa, mettendosi in verticale e cominciando lento lento a inabissarsi.
Io, testardo, ho abbattuto, fatto tutto il giro e sono andato avanti un po' di bolina. Poi di nuovo alla cappa, e di nuovo lui non si è degnato di muoversi quei due metri necessari ad arrivarmi sotto la prua. Mi sta mettendo alla prova, ho realizzato, vuol vedere se gli voglio bene davvero e per questo si lascia affogare. Forse il mio mezzo marinaio è femmina, mi son reso conto d'improvviso, e nonostante questo ho tentato un altro recupero, risalendo il vento e il mare con due bordi rapidi.
Sono arrivato vicino a lei che era a pelo d'acqua e quando l'ho avuta sottovento, poco avanti allo spray hood, ho mollato il timone e - hai visto mai la barca si traversasse e riprendesse velocità - ho sganciato le scotte liberando le vele. L'ho visto fare al cinema, era un veliero e si era fermato di botto, che mossa! Solo che con 25 nodi di vento una barca di dieci metri rimane ferma per tre secondi scarsi e poi, soprattutto se nessuno è al timone, se ne va. 
Questo è successo mentre io correvo sottovento, mi sporgevo sotto le draglie e afferravo la mia mezza marinaia. Perché l'ho afferrata, con queste mie proprie mani, annaspando sotto il pelo dell'acqua, per ben due volte, ma per ben due volte lei si è divincolata e si è lasciata andare. Troppo facile, avrà pensato, se davvero mi vuoi devi dimostramelo con coraggio, onestà e rettitudine. E senza bestemmiare, ha sicuramente aggiunto, ma io non l'ho sentita perché qualcuno gridava insulti, ed ero io.
Mentre lei sfilava lenta verso poppa, e io di sporgermi dalla plancetta in mezzo a questo mare francamente no, non me la sento, pensi pure che l'ho presa in giro fin dal primo momento, un rumore più forte delle mie imprecazioni ha attirato la mia attenzione. Mi son girato. Il fiocco aveva tirato via a forza le scotte da tutti i bozzelli e ora stava sventolando ferocemente come solo una bandiera in dacron pesante di 31 metri quadri armata di anelli di acciaio agli angoli può fare. Le scotte si agitavano minacciose tra aria e acqua come serpenti impazziti. Ciao ciao mezza marinaia, ti ho voluto bene ma tu non mi hai creduto, e mi hai messo alla prova nel momento sbagliato.
Provo a cazzare la randa e virare, ma la barca non viene al vento. Abbatto, mi dico, e prendo le scotte dall'altra parte. E lo sto per fare quando una vocina interiore mi suggerisce di immaginarmi prima la scena. Me la proietto in privato, e al fermo immagine osservo il fiocco passare davanti allo strallo come fosse un gennaker, e la drizza su in cima fargli un giro attorno e incattivarsi; infine la vela, nel momento piu delicato, non venire più giù. Non mi piace, la scena, e preferisco avere pazienza, mettermi al traverso, prendere velocità e provare di nuovo a virare. Quando la bugna del fiocco sta per passare davanti all'albero corro lì e cerco, con le stesse mani che prima hanno lasciato affogare il mio mezzo marinaio, di afferrare le scotte prima che loro afferrino me. Il risultato ricorda quella scena in cui Tarzan ha a che fare con un grosso e incazzatissimo pitone. O anche Sandokan alle prese con la tigre, come l'avrebbe descritto J.K.Jerome. Laocoonte, almeno quest'oggi, è uno di noi.
Ne esco a stento, col fiatone, le ginocchia sbucciate, un livido sulla spalla, un graffio sulla fronte e i miei occhiali a specchio nuovi germiti più volte dai mavagi rettili volanti e salvi solo per miracolo. E mi è andata bene.



Riprendo la rotta, passo la scotta sottovento nel suo circuito e metto a segno la vela, e mentre torno a prua e recupero anche l'altra scotta, annodata alla prima come un koala fatto di acido al suo eucalipto, mi rendo conto che ho perso quasi un'ora, per nulla.
Forse era meglio mettere in acqua la canna, e prendere un tonno.

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