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Dall'altra parte del molo

Sono a  Ermione in attesa del meltemi. Niente di che,  qui dovrebbero arrivare una ventina di nodi - in pieno Egeo ne sono previsti il doppio - però con le previsioni è sempre meglio prendersi il sicuro,  e così son qui, immobile, in attesa. 
Quando sono arrivato ero circondato da Americani. Poi sono arrivati i Tedeschi del Catamarano Figo ("Fucking Deutch!" ha commentato il mio vicino con aplomb tipicamente texano), poi gli Irlandesi, e infine i Russi.
Ieri sono andati via anche loro,  tentando invano di speronarsi a vicenda nel salpare l'àncora con studiata sincronia, e la nuova infornata ha portato in porto dei Francesi, degli Inglesi,  e ancora,  di nuovo,  immancabili, torme di Russi coi guantini bianchi da barca e il cappellino di paglia. 
E io in mezzo a loro, ormeggiato da tre giorni alla banchina esterna, collegato alla colonnina della corrente visto che il generatore eolico è rimasto traumatizzato dalle raffiche della scorsa settimana.
Nel mio intimo sono convinto di avere la prua a sud,  o anche,  forse,  a sudovest. Mi sento quindi estremamente tranquillo per le previsioni dei prossimi giorni. L'aiuto da casa però,  nella persona di Nicola, adombra le mie certezze e mi spinge a dare una seconda occhiata alla bussola. E scopro così di avere la prua a est. Oops! 
Colto da tardiva frenesia preparo un traversino da mettere sopravvento, ma vengo interrotto da un nuovo cambio nel vicinato, scendo ad aiutare - Australiani questa volta - e al ritorno ho completamente dimenticato la mia precedente occupazione. 
La mattina scorre tranquilla, a parte qualche nuvola che comincia ad accumularsi dietro le montagne qui alla mia destra: sto guardando verso poppa. Come sempre l'aliscafo viene e va, portando ogni volta onda confusa lungo tutto il molo esterno,  quello dove sono ormeggiato io. C'è anche l'altro lato, quello interno, quello consigliatomi dal Francese già il primo giorno ("Qui dove sei tu c'è sempre risacca: domani vado via,  prendi il mio posto") ma io ho bisogno di elettricità perché il generatore eolico finge di essere un gabbiano appollaiato immobile,  silente, mi scruta dall'alto e sospetto si prenda gioco di me, e vorrei mettermi alla macchina da cucire a finire la tappezzeria, così son rimasto qui.
Dall'altro lato ormai ho diverse "entrature". C'è l'Inglese con la barca piccola e sgarrupata,  sarà un sei - sette metri al massimo, con cui mi ritrovo ogni tanto ad accogliere le cime dei nuovi arrivati.  Con lui il rapporto è cordiale ma riservato. Ci sono Aldo e Rosi, conosciuti giusto ieri l'altro, e Luigi e Nicla ("Vengo da Patmos", "Allora conosci Domenico e Ale,  di Acquacheta", "Certo,  sono il loro vicino di casa... ma allora tu sei Carlo Peris! "). C'è il Francese di testa molo,  che cammina scalzo sul brecciolino come se glielo avesse detto il dottore, impettito come un gallo, aiuta tutti per far capire a tutti chi comanda. Non ha approvato il mio ormeggio,  giorni addietro, perché avevo osato allargare le mie cime di poppa saltando un anello: "One boat one place", mi aveva castigato, tronfio. Non ricordo bene la mia risposta, una battuta sull'impossibilità fisica dell'ubiquità navale, ma da allora non mi guarda più in faccia. Ogni 2 ore fa il giro di tutti gli ormeggi,  controlla i nodi, le distanze, finge di valutare il futuro dal volo di rondini inesistenti. Quando arriva a me passa oltre voltando la faccia: prima o poi inciamperà e si farà male,  e sarà colpa mia. 
Dall'altro lato,  proprio davanti a me, c'è ancora un posto libero. Da un po' lo sto puntando, ma rinunciare all'attuale ormeggio sarebbe un duro colpo per la mia proverbiale Tigna. Lei nell'intimo continua a ripetermi: "Ce la puoi fare ce la puoi fare, puoi dimostrare a tutti che non hai bisogno di consigli e poi schivare con modestia i complimenti mostrandoti con questo ancora più figo". Il mio lato oscuro ha un modo tutto suo,  a volte interessante, a volte inequivocabilmente idiota, di interpretare il mondo, e conviverci in un ambiente ristretto come quello del mio cervello può essere stressante.  Del resto ognuno reagisce a suo modo ai propri traumi infantili, c'è anche chi va in giro scalzo e impettito a bacchettare il prossimo: io, almeno, non rompo le palle ai vicini.
Il tempo passa e rimango impettito al mio posto, pronto ad affrontare con coraggio l'ignoto, fino a quando, a metà pomeriggio, mi rendo conto che la risacca è ormai esagerata anche in assenza di traffico. Di fronte a me il posto,  l'ultimo, è ancora libero. La mia tigna in questi casi non si dà per vinta,  non cede alle mie ragioni: semplicemente volta le spalle fingendo di essere occupata in qualcosa di estremamente importante di cui io non so nulla e tanto se anche lo sapessi non lo capirei per cui è inutile io chieda,  lasciandomi libero di agire - e quindi potenzialmente sbagliare - per mio conto. La mente finalmente libera da inutili pulsioni eroiche, osservo l'altro lato desiderando di esser già lì,  magari per altrui inoppugnabile decisione,  e vedo dei tipi armeggiare con delle cime. Curioso,  scendo a terra,  mi avvicino.  Sono le cime di Biörn lo Svedese,  quello che da settimane era ancorato sul lato est,  proprio davanti al ristorante Ganossis: lui stesso in un attimo arriva,  dà ancora di poppa e ormeggia di prua,  aiutato qui a terra da tutta la piccola comunità,  me compreso. Addio ultimo posto... O no? Passata l'ultima cima mi giro e per la prima volta vedo l'effetto della risacca da lontano. Torno a guardare lo Svedese che sta sistemando le sue cime.  Accanto a me compare Rosi: "Pensavo fossi tu,  ero scesa a darti una mano". "Fai come se io non ci fossi, ci risentiamo dopo" mi dice la Tigna. Mi avvicino, tra lo Svedese e la barca sgarrupata dell'Inglese c'è rimasto poco più di un metro, ma più in là lungo il molo, tra ogni barca,  ci son spazi da recuperare. Così provo a chiedere ai due, e loro non hanno nemmeno un secondo di esitazione: certo che possono farmi spazio,  sono il benvenuto. 
La decisione è presa,  ora rimane il problema tecnico: il bacino ovest è stretto e bisogna calare l'àncora praticamente sotto i pescherecci qui di fronte. Fuori questione la mia solita manovra in solitario,  prua in direzione, àncora e poi testacoda: semplicemente non c'è spazio. E col vento che tira forte verso quella direzione manovrare in retromarcia e mollare il timone per andare al verricello mi pare rischioso. Potrei usare il telecomando, lasciare la frizione leggermente allentata, calare l'àncora sul fondo (due metri e mezzo, 10 secondi: ho i miei riferimenti) e proseguire in banchina, ma una soluzione migliore me la dà Rosi quando, come fosse la cosa più normale del mondo - e lo è, infatti - mentre io corro in barca a mollare gli ormeggi mi fa "vado a chiamare Aldo". 
Aldo mi aiuta con le cime,  sale a bordo,  si fa spiegare in pochi secondi le particolarità è del mio verricello e le mie intenzioni di manovra e, al mio via, comincia a recuperare la catena mentre Zio Nanni ci porta velocemente oltre le prue dei vicini. 
Giriamo intorno al molo e arrivati di là valutiamo in due il punto migliore per calare l'àncora, manovro in retromarcia sfruttando il tiro dell'elica e, con precisione millimetrica (eccola, la Tigna che spia dal buco della serratura!) arriviamo in banchina, c'è Luigi a prendere le mie cime, come io presi le sue questa mattina. "Well done!" mi accoglie lo Svedese, che poi mi racconterà con mani tremolanti ma voce decisa i suoi ultimi venti anni di navigazioni, di come a Goteborg venga considerato bel tempo quando è sopra i -10°, di quando la moglie lo raggiungeva nelle Ioniche dopo le sue traversate solitarie (e quest'anno? Non so,  non oso chiedere, non voglio conoscere  la risposta).
Mentre chiacchieriamo, di là la situazione si fa interessante. Una flottiglia charter ha invaso la banchina,  e ora mandrie di Inglesi sciamano su e giù dalle passerelle rischiando continuamente di finire in mare per l'effetto trampolino. All'angolo su in testa, quello che credevo favorevole perché ridossato dalla banchina a L del traghetto, il ketch olandese beccheggia preda dei marosi,  non vorrei essere al suo posto. I Tedeschi del Catamarano Figo ritornano e ormeggiano all'estremità opposta,  proprio davanti al ristorante. Dopo pochi minuti sbattono sul fondo nel cavo delle onde e ripartono di gran carriera,  lasciandosi dietro una cima e un membro dell'equipaggio che li segue con sguardo smarrito mentre ancorano in rada. La barca lì a fianco speda, scappa anche lei. Dal mio lato, in attesa del ventone,  non si muove una foglia. 
Accanto a me rimane a chiacchierare anche l'inglese della barchetta sgarrupata. Lui vive qui,  da sei anni, in una campagna circondata dagli ulivi. Prima di tornare a casa mi mostra un numero di telefono scolorito scritto a pennarello sul tambuccio e mi chiede di chiamarlo se vado via in sua assenza, così che possa sistemare le cime per tornare subito dove era. 
Perché,  come scopro ora, leggendo il nome scritto con la vernice bianca sul copertone di camion qui dietro la mia poppa, l'Inglese, spostandosi, non mi ha semplicemente fatto posto: mi ha appena ceduto il suo.

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