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Improbabilità infinita

La Heart of Gold si stava avvicinando al punto cruciale del suo viaggio interstellare. Di lì a pochi minuti sarebbe stata risucchiata dalla forza di gravità e sparata a tutta velocità attraverso il canale centrale della nebulosa fino allo spazio libero, vuoto e sicuro che la separava dalla sua destinazione finale. Aveva poco tempo, perché il flusso gravitazionale, ora favorevole, si sarebbe invertito in meno di un’ora. Ai comandi, Arthur scrutava con attenzione le orbite degli asteroidi più vicini, quando Trillian esclamò proccupata: “C’è un oggetto in rapido avvicinamento dietro di noi”. Il computer anticipò le loro intenzioni proiettando sullo schermo principale l’immagine di un’astronave tozza, sgraziata, grigia.
“Arthur: è un’astronave Vogon!”
“Sì, ma non stanno certo cercando noi...”
“Invece si avvicinano, mi sembra facciano segnali…”
“Stanno aprendo un portello… Dio quanto sono brutti!”
“Cosa vorranno? Non recitarci una poesia, spero”
“Se dovessero solo minacciarlo, ti prego sparami”
“Potremmo scappare, mettiamo in funzione il generatore di probabilità infinita”
“Rischieremmo una situazione ancora più improbabile…”
“Più di questa? Aspetta, stanno segnalando qualcosa…”
“Cerco di decifrare… O, no: presto, scappiamo! aziona il generatore!”
“Ma è pericoloso! Cosa vogliono?”
“Il loro messaggio è: ‘FAVORITE PATENTE E LIBRETTO’”
Con un lampo e un grazioso ed inusitato lancio di fiori la Heart of Gold scomparì nello spazio diretta verso un evento a improbabilità forse ancora più infinita. L’ufficiale Vogon scosse la testa, ripose il modulo di centoquindici pagine (da compilare in triplice copia), fece un rutto interlocutorio e riprese a cercare una rima che fosse quasi ma non del tutto perfettamente fuori luogo per terminare il suo componimento “Ode alla flafa”.


Al timone della Duna, non mi accorgo del vaso di petunie che, precipitando in mare a pochi metri dalla poppa, esclama mestamente “Oh, not again”. Siamo in ritardo per la marea dello Stretto, e se non entriamo nel flusso discendente entro un’ora rischiamo di trovarcela contraria fino allo Ionio. Ce l’abbiamo quasi fatta, anche se siamo stati costretti a sforzare il motore più di quanto ci piace fare - e c’era anche vento stamattina! Del resto, mi sono ripetuto durante tutto il viaggio da Capo Milazzo a qui, è colpa sua se abbiamo fatto tardi. Io mi ci sono svegliato alle cinque, perdìo, e l’ho acceso con tutto l’amore del caso... ma lui invece di ringraziarmi ed augurami buon giorno ha cominciato a trascinare indietro la barca facendo sgranare la catena dell’ancora sul verricello. Ed ora sono cavoli suoi se lo costringo ad andare oltre la sua velocità di crociera.
Il mio rapporto con il Nanni-Mercedes 180 che da trenta e passa anni spinge la Duna ed il suo equipaggio in mille mirabolanti avventure è da tempo entrato in una fase molto intima, ma questo non mi impedisce di falsificare a mio vantaggio i fatti, e fabbricare prove a suo carico. In effetti il cavo dell’invertitore che stamattina si è sganciato lasciando ingranata la retromarcia, quel cavo, l’ho montato io, ed io ho stretto (male) la minuscola vite che lo tiene in posizione sulla sua leva.
In ogni caso: che il motore faccia il motore, e spinga più possibile, stamattina non abbiamo tempo per veleggiate romantiche in terra sicula.
Siamo quasi in vista del fico di Cariddi, stiamo per accostare a dritta per gettarci timorosi nel nostro primo passaggio nello Stretto, quando Manu si gira verso poppa e mi fa “L’hai vista quella barca, vero?” con il tono forzatamente noncurante che usa di solito quando vuole essere rassicurata sull’eventualità di un disastro apparentemente inevitabile.
Mi giro anch’io e vedo uno scafo grigio in avvicinamento. Una motovedetta della Finanza. Stavo per accostare a dritta, dicevo, ma visto che loro mi stanno superando proprio su quel lato preferisco ignorare di avere la precedenza e continuare dritto per lasciarli passare. Peccato che arrivata al nostro traverso la motovedetta rallenti, mentre una sovrabondante ciurma in divisa grigia e anfibi neri si affretta ad esporre enormi parabordi. Il sottocapo (il capo c’è, ma è dentro a cercare la rima, scopriremo più tardi) ci intima di spegnere il motore e calare le vele. Siamo al lasco, e il vento qui ha ovviamente rinfrescato: mi ingegno come posso per tirar giù rapidamente la randa, mentre i grossi scarponi cercano già - con successo proporzionale alle conoscenze nautiche dei rispettivi proprietari - di attutire l’urto tra le due barche. Ci passano le cime, le fissiamo a prua e a poppa. Siamo prigionieri.
“Favorite i documenti”
Il sottocapo non perde tempo, riceve con impazienza la licenza di navigazione, l’assicurazione, la patente nautica e sparisce all’interno. I militari stazionano sul ponte facendo la guardia ai parabordi, io finisco di imbrogliare la randa, cazzo il boma al centro, e fingo di interessarmi a una conversazione convenzionale con l’unico di loro che finge di interessarsi a noi. Baffi alla Serpico, occhiali a specchio, stuzzicadenti tra le labbra. Mentre ascolto pazientemente i suoi consigli su come affrontare lo Stretto, tutti basati sul presupposto che è inutile passarlo perché la Sicilia è terra di sole, amore e arancini e che ci vai a fare oltre, il sottocapo riemerge dalla cabina e comincia un interrogatorio stringente.
“Chi è il proprietario della barca?”
“Quando è stata comprata la barca?”
“Quanto è stata pagata la barca?”
Domande di importanza fondamentale, talmente fondamentale che le risposte sono tutte scritte sulla licenza di navigazione che lui stesso sventola nella mano destra, e/o registrate negli archivi online dell’Agenzia delle Entrate - ma certo pretendere che un qualunque ente statale tipo la GdF possa accedere a quelle informazioni sarebbe come chiedere all’Italia di entrare a pieno titolo nel XX secolo. Rassegnato, rispondo.
Poi, sempre con tono professionale da burocrate incallito, mentre il vento che ormai soffia con decisione gli scompiglia il misero riporto, ci chiede dove siamo diretti. La mia risposta risveglia il detective che è in lui: si ferma con la penna a mezz’aria e alzando un sopracciglio irsuto mi apostrofa sagacemente “Grecia? E perché Grecia?”
Rimango attonito, mi vengono in mente diversi motivi, ma nessuno ufficialmente valido. Passano i secondi, io ho la sensazione di osservare da un binocolo capovolto la scena di me, in costume e cappello di paglia, scalzo, su una barca rattoppata di trent’anni, in balia delle correnti dello Stretto di Messina, muto di fronte a una motovedetta grigia piena di gente in divisa grigia che mi scruta dall’alto della murata grigia pretendendo una risposta che io non riesco a formulare.
Mentre combatto la paralisi, Cariddi ci viene incontro e mi salva dalle conseguenze dell’unica risposta sensata (“ma saranno pure cazzi nostri”): si sciolgano gli ormeggi, presto, appuntamento oltre il gorgo.
Le due barche si separano, ognuna per la sua rotta - una motovedetta e una barca a vela scarrocciano diversamente in presenza di vento - e passato il gorgo sono ormai lontane. Loro non accennano a riavvicinarsi. Io aspetto un po’, un altro po’. Poi accendo il motore e li raggiungo. L’argomento destinazione è passato in cavalleria, ma c’è una nuova richiesta: “Quanto denaro portate?”
Quanto denaro? Boh? Manu quanti soldi abbiamo? Un attimo che controllo… E apriamo i nostri portafogli in modo che il sottocapo possa apprezzare forma e contenuto. Contiamo lentamente, platealmente, a voce alta, i pezzi da cinquanta, che il vento tenta di strapparci di mano. Il sottocapo tace. Allora accenno a contare anche gli spicci, ma pare non gli interessino. Strano.
Arriva una nave a velocità sostenuta: siamo di nuovo costretti a separarci.

Passano i minuti, le decine di minuti. Non tento nemmeno più di avvicinarmi, lascio che la Duna vaghi pel mare pescoso - tra gorghi e onde dalle forme che si fanno sempre più strane man mano che la corrente ci risucchia oltre Capo Peloro verso Messina. La motovedetta è là, a 50 metri, poi a 100, poi di nuovo a 50. In pozzetto osservo, e il mio stato d’animo passa dall’irritato al divertito nel vedere tre omini grigi a poppa intenti a domare, in lotta contro il vento, fogli e fogli di carta. Due li tengono fermi contro una specie di altare alto e stretto, il terzo - il sottocapo intuisco - li compila. Ma i fogli non finiscono, il mio divertimento sì. Da Manuela, prima sparita sottocoperta per evitare al nostro viaggio un finale alla Straw dogs, mi arrivano periodiche richieste di aggiornamento, cui io rispondo ancora più laconicamente del solito.
Passano le decine di minuti, le mezze ore. Solo quando abbiamo ormai veramente perso ogni speranza, come ronzanti insetti necrofili tardo autunnali attirati dall’assenza (di gioia, di aspettative, di volontà propositiva) che finalmente alberga nei nostri cuori, eccoli che tornano verso di noi, si avvicinano e mi invitano cerimoniosamente a bordo a firmare i moduli. Tre, lunghissimi, in triplice copia, niente carta carbone.
E, magia, compare dal ventre della grigia navicella il Capo in persona, che magnanimamente invita il sottoposto dal riporto ribelle a spiegare al qui presente Cittadino quello che poi si affretta invece a declamare lui stesso, con impareggiabile sensibilità, con gli occhi brillanti e lo sguardo fiero che spazia sul suo regno fatto di mare, di gorghi e correnti, di navi e spadare, di bianca schiuma e verdi frangenti: che la Comunità Europea non conta nulla e noi abbiamo appena passato una dogana e ora posso espatriare con i documenti in regola, che devo essere orgoglioso di possedere adesso la mia scheda fiscale che loro mi rilasceranno in copia e che no, il “famoso” bollino blu non me l’hanno fatto, perché per quello sì che ci vuole tempo, e il loro  Dovere li chiama: c’è una gara di nuoto davanti alla spiaggia di Capo Peloro. Un’altra volta, magari. Mi sbarcano e sgommano via, verso nuove avventure.

Rimaniamo a dondolare nello strano mare dello Stretto. Siamo sul lato sbagliato dello schema di divisione del traffico, abbiamo davanti a noi tre ore di percorso col vento - tanto - al giardinetto e corrente contraria. Avremo la consolazione delle battute dei nostri amici che ci seguono in diretta su internet, avremo la soddisfazione della telefonata di Luciano, amico in solitaria verso Istanbul, che ci chiamerà apposta per sapere se tutto è andato bene e per consigliarci come rimediare al nostro ritardo.
Tra poco, pochissimo anzi, metteremo in moto il motore, isseremo la randa e, rizzato il tendalino strapazzato dal vento, faremo veloce rotta verso sud, a ritrovarci nelle calme dello Ionio in tempo per godere del sole quando calerà rosso dietro i monti della Sicilia.

Ma per un attimo, solo per questo attimo, rimaniamo immobili nel grigio mare increspato, a domandarci quale improbabile scherzo del destino, quale incantesimo, ci abbia fatto addormentare entrambi, contemporaneamente, per poi sognare lo stesso incredibile sogno: di essere stati sequestrati da una nave Vogon al largo dei bastioni di Cariddi.

Trillian?
Sì, Arthur
L’abbiamo scampata bella, eh?
Sì, per un attimo ce la siamo vista davvero brutta.
Sai, dormivo e ho fatto un sogno stranissimo.
Che sogno?
Ero su una barca a vela, nello Stretto di Messina, e una vedetta della GdF…
Cos’è GdF?
Guardia di Finanza, roba italiana
Ah…
Una vedetta, dicevo, mi fermava per impedirmi di contrabbandare denaro in Grecia
Assurdo: la Grecia è Comunità Europea. E poi chi glielo ha detto che andavi all’estero?
Io stesso glielo dicevo. Certo avessi avuto merce di contrabbando avrei dichiarato di essere diretto a Reggio Calabria. Ma la cosa più strana è un’altra
Quale?
Che nonostante tutte le domande, l’interrogatorio, i sospetti, i moduli compilati… NON SONO NEANCHE SALITI A BORDO!
Arthur
Sì Trillian?
Hai detto che la GdF è roba italiana, no?
Esatto
E allora, di cosa ti stupisci?


E con un sospiro di soddisfazione la Heart of Gold scivolò via verso lo spazio infinito.


Commenti

  1. Ci hai tenuto nascosto questo episodio per così tanto tempo? Diabolico :)

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    1. Stavo aspettando cadesse in prescrizione: hai visto mai ci stessero aspettando anche quest'anno :-)

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. E' successo anche a noi... stessa motovedetta... alla fine del mese di agosto in direzione nord.
    Volevamo andare a Vulcano... ma ci hanno trattenuto quasi due ore e saremmo arrivati con il buio...
    Devo dire che con noi sono stati gentilissimi... certo che la lungaggine di questi controlli fa perdere la pazienza :-(
    Max

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    1. Anche con noi massima gentilezza "burocratica". Peccato che mentre passavano inutilmente le ore il flusso della marea favorevole così faticosamente guadagnato si invertiva ;)

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  3. Risposte
    1. Grazie cari! Non vediamo l'ora di cominciare a leggere le vostre avventure di quest'anno :)

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  4. Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c'è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c'è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un'ottima invenzione

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  5. Call me Ishmael.

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  6. K = 1/2 m v2 la conoscenza rende liberi

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  7. Questa tua vita che stai vivendo, non è soltanto un pezzo di questa intera esistenza, ma in un certo senso il tutto; soltanto che questo tutto non è fatto in modo da poter essere abbracciato in un singolo colpo d'occhio. Questo, come sappiamo, è ciò che i bramini affermano in quella sacra, mistica formula che è tuttora davvero così semplice e chiara; tat tvam asi [citazione dalla Chandogya Upanisad]: questo sei tu. O, ancora, in parole quali: "Io sono a est e a ovest, io sono sopra e sotto, io sono questo intero mondo".

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  8. Adaequatio rei et intellectus

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