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La Denunzia


“Este es un parque natural: no se puede venir aquì alegramente”: e il “non intiendo” preparato con cura negli ultimi 10 minuti mi muore in gola soffocato dalla vergogna.

Tutto comincia il giorno prima... anzi no, due giorni prima – meglio essere precisi quando ci sono di mezzo dichiarazioni ufficiali. Siamo a Maiorca, costa sud, ormeggiati di poppa alla banchina in pietra di Porto Cristo. Il porticciolo è abbastanza economico, trentasei euro a notte - e siamo in pieno agosto! - i bagni sono defilati ma decenti (questa è l'opinione maschile, quella femminile è “decenti ma defilati”), l'acqua e la corrente elettrica incluse. Per l'acqua, a dire la verità, bisogna noleggiare l'adattatore in capitaneria, e poi cercare di infilarlo nell'attacco della colonnina senza dare troppo spettacolo. Vana speranza, nel nostro caso: ne usciamo zuppi nel fisico e nell'orgoglio, e come noi chiunque si sia adoperato in nostro aiuto. Solo l'intervento deciso di un ormeggiatore, che con aria esperta si avvicina da dietro la colonnina – l'unico settore protetto -  e con un gesto consumato sfila a forza l'adattatore, mette fine allo show. Manuela, che per prima aveva maturato ostilità nei confronti dell'arnese infernale avendolo maneggiato senza risultato prima di essere costretta a passare il compito a noi maschi, tiene a precisare “io l'avevo detto”.

La mattina dopo, di buon ora, Francesco mi accompagna in Capitaneria. Da due giorni tenta invano di contattare il Parco Nazionale di Cabrera, ameno arcipelago a un giorno di navigazione da qui, per ottenere il permesso di visita. In Capitaneria sono categorici: i permessi di entrata sono a numero chiuso, e sicuramente non c'è più posto; quindi possiamo andare, tanto non ci fermerà nessuno. Pur con una certa perplessità, dobbiamo ammettere che tutto il Mediterraneo è paese, e forti di questa nuova consapevolezza torniamo alla barca con una decisione ormai irrevocabile: faremo rotta verso Cabrera.
Del resto lo scorso anno io, nella mia ingenua convinzione che le regole scritte descrivano in qualche modo la realtà in cui mi muovo, avevo preventivamente prenotato, e pagato, una boa a Cala d'Oliva, all'Asinara: la più isolata e suggestiva, mi aveva assicurato la ragazza dietro il bancone. Partito tardi da Porto Torres, mi ero trascinato Manuela in un giorno intero di bolina contro l'onda del maestrale appena scemato, arrivando col sole già basso dietro le colline brulle dell'isola, avendo ben presente che l'indomani all'alba avremmo dovuto riscendere a sud per raggiungere il passo dei Fornelli e da lì il Mar di Sardegna. In sostanza, avevo pagato la boa per usufruirne solo per una parte della notte. E arrivato lì avevo dovuto sopportare per le poche ore di luce ancora a disposizione un gruppo di coatti in tender che non solo scorrazzavano a motore avanti indietro, senza apparente scopo, dalla loro barca alla costa, ma lo facevano zigzagando tra le poche barche alla fonda come per voler spargere più fumo possibile dal loro puzzolente due tempi. Improvvisamente, al tramonto, i succitati coatti erano rimontati a bordo del loro motoscafo e, rombando per l'ultima volta, si erano allontanati a manetta fregandosene dei corridoi d'accesso, della velocità massima consentita e, evidentemente, non avendo neanche lontanamente mai pensato di pagare il loro gavitello. Finalmente soli – le altre barche presenti osservavano il religioso silenzio che si addiceva al luogo - pochi minuti magici col rumore dei grilli e il profumo selvatico della macchia sarda, l'imbrunire, la notte. E alle cinque, issata la randa, noi che scivolavamo silenziosi fuori della rada spinti dalla brezza notturna, pronti allo spettacolo dell'alba sul golfo e all'incontro col Mar di Sardegna.
La domanda che mi ero posto allora era a cosa fosse valso il mio essere ligio alle regole, quelle economiche intendo, visto che nessuno tra quelli che si sarebbero divisi il mio denaro si era preoccupato di essere presente a Cala d'Oliva a controllare il comportamento degli “ospiti”. Non l'avevo presa bene, lo ammetto. Statemi lontano quando sono all'ancora, soprattutto se il vostro ideale di giornata al mare si confonde con una gita al parco dei divertimenti.

Solo due giorni dopo la partenza da Porto Cristo la Duna entra col vento in poppa a Cala es Borri.
L'equipaggio è radunato sotto il tendalino. Un rapido consulto permette di risolvere il problema immediato: la randa viene cazzata al centro per ridurre la velocità così da arrivare all'ormeggio a salame, e birra, finiti.
Ormai in rada, senza bisogno di parole decidiamo che prenderemo a vela il gavitello. A questo punto del viaggio ci consideriamo dei veri lupi di mare, e non si è mai visto o immaginato un lupo di mare accendere il motore per una baggianata simile. Giù il genoa, rimaniamo con la sola randa a scivolare lenti tra le barche alla fonda. La famiglia tedesca che affolla il 12 metri più vicino alla costa tradisce una certa emozione nel vederci in rotta di collisione nel momento in cui accosto al traverso all'altezza del loro albero, ma si rilassa subito dopo, quando porto la prua al vento passando ben lontano dalla loro murata e fermo l'abbrivio della barca esattamente sopra la boa. Trattengo il fiato mentre Francesco si sporge col mezzo marinaio: se non riesce a prendere subito la cima la barca comincerà ad indietreggiare, traversandosi al vento, e sarò costretto a ripetere l'intera manovra. Che venga così bene due volte di seguito è discretamente improbabile, e il mio orgoglio di velista si è già accoccolato su un gradino più in alto del normale, gradino da cui, nello scendere precipitosamente davanti a tutti quelli spettatori – Lui, il mio orgoglio intendo, è convinto che tutta la rada abbia fermato ogni attività per osservare ammirata le sue gesta – potrebbe farsi male. Ma il gancio del mezzo marinaio, il cui operatore tradisce la mia stessa ansia, afferra il cavo e lo porta a bordo. Francesco gli dà volta alla galloccia di prua. Ed ecco che la rada riprende vita, il bambino rimasto sospeso a mezz'aria completa il suo tuffo e riemerge ridendo, il fumo della sigaretta della madre stesa al sole si dissolve in uno sbuffo d'aria, le cicale friniscono, le onde pigre sussurrano rotolando sulla spiaggia giù in fondo. Siamo salvi.

La cala è carina, non c'è che dire. Le barche presenti non sono tante e cominciano ad andare via presto. Certo, qua e là galleggiano buste di plastica coperte di mucillagine, un pezzo di passeggino Chicco scarroccia verso la riva sotto il nostro sguardo, ma deve essere la corrente che porta rifiuti dal largo, perché l'acqua, fatto salvo i corpi estranei, è cristallina.
Sotto la barca una razza si fa seguire lenta verso il mare aperto,

lei sul fondo, io in superficie, fino a confondersi nelle profondità. Andiamo a nuoto ad esplorare la riva, che sembra vicina ma non lo è, affatto.
La giornata scivola via placida tra un bagno, uno spuntino, una partita al gioco portato da Francesco e Serena – la simulazione di una regata, perché a noi piace la full immersion. Verso metà del pomeriggio rimaniamo soli e, non ricordo a chi per primo, comincia a montare un pensiero audace: perché non rimanere lì anche per la notte?
Le informazioni in nostro possesso sono abbastanza contraddittorie per poter essere interpretate a nostro piacimento. La carta dice che è possibile rimanere al gavitello nelle ore diurne, ma non la notte, Navionics sostiene che la cala è sì un ancoraggio, ma condisce la notizia con una serie di pallini dal significato “accesso vietato”, il portolano dice che ci si può stare, ma solo con il permesso del Parco, il quale del resto non ha mai risposto né alle email né al telefono, mentre a Porto Cristo ci hanno dato via libera, purché non facessimo alcuna richiesta ufficiale. Insomma, ognuno di noi, nel profondo di se stesso, sa bene qual è la verità, ma la coscienza collettiva si sente perfettamente a suo agio quando stabiliamo che rimanere per la notte non avrebbe costituito crimine.

La notte cala rapida e ci trova ormeggiati ad un gavitello ancora più vicino alla riva di quanto fossimo nel pomeriggio. “Così da mare non ci vedono”.
Il tepore della sera sotto le stelle, le chiacchiere fino a tardi, il bicchierino di rum prima della buona notte. Una luce dall'alto della scogliera. “Ci hanno visto!” grida Serena sottovoce. Noi ci abbassiamo sotto la murata come se nascondersi avesse un senso, ma la luce non c'è più. È successo davvero? Ci convinciamo di no. E poi adesso non abbiamo scelta, non possiamo certo salpare a quest'ora, e per andare dove poi?
Buona notte, quindi. Ma appena mi stendo in cuccetta mi accorgo che il movimento della barca è cambiato, il vento sta girando, ovvio, e dal largo entra una fastidiosa risacca che ora abbiamo al traverso. Buona notte? No, direi di no: sballottati dal rollio, soffocati dall'umido, assaliti dalle zanzare, preoccupati da un gommone che si sposta ripetutamente dalla costa al gavitello più lontano, e viceversa. Quando arriva il mattino ci ritroviamo in pozzetto con la faccia gonfia di sonno e gli occhi cisposi. La magia della rada isolata e selvaggia è completamente scomparsa, l'unica comune volontà è andarcene di qui. Ma la colazione? Beh, magari un caffè... ecco passami anche la marmellata, c'è ancora Nutella? Sì, ma anche le fette biscottate a questo punto, e il succo di frutta... dopo un'ora siamo ancora apparecchiati all'aperto, e abbiamo dimenticato gli effetti deleteri della notte insonne. È tornata l'allegria, le prime battute, le prime risate della giornata, e i preparativi per salpare tardano. E di lontano una barca a motore entra nella cala, lenta, e si ferma accanto al gommone, quello di questa notte, quello che alla fine aveva trovato pace nella boa più lontana. "C'è una barca sospetta" avverte Serena con il suo accento pisano quando se ne accorge: noialtri siamo troppo indaffarati a spalmare marmellata e Nutella per alzare lo sguardo dal fiero pasto.
Sembra una normale barca da diporto, ma quando si dirige dritta verso di noi, il tipo in borghese a prua che scruta attento la Duna, nessuna tra le ipotesi che ci vengono in mente favorisce la conversazione. Rapidamente, ma senza farlo vedere, facciamo sparire ogni traccia della colazione. Se, come pare ormai probabile, qualcuno ci chiederà di rendere conto della nostra presenza, noi siamo appena arrivati: dalle 8 alle 20 si può stare in rada, del resto. Ma il tipo che chiede del comandante e mi guarda dritto negli occhi non ha l'aria del burocrate ligio al regolamento. Né noi quella dei furbetti arroganti che chissà quante volte ha dovuto affrontare. 
A ripensarci ora, quella sua aria distaccata, quel tono da educatore, quel suo “Este es un parque natural: no se puede venir aquì alegramente” che suonava più come un rimprovero che un'accusa, era rivolto a un gruppo di adolescenti ingenui a cui lui aveva dato tutto il tempo di rimediare, di sparire dietro l'orizzonte, illuminando prima la loro barca di notte, ripetutamente, dall'alto della scogliera, e presentandosi poi il giorno dopo solo in tarda mattinata, col motore al minimo, facendosi ben vedere da lontano.
E, prendendo coscienza di tutto questo, mentre mi sporgo dalla battagliola per allungargli i documenti, “No, yo estoy aquì, ma mica tanto alegro” è la mia risposta.

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